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Verso il new life style della comunicazione dei media

Toni sempre più accesi sui social, dove la rabbia è l’emozione dominante. Notizie numeriche con dati che riportano sì il numero dei contagi e il numero delle persone decedute da Covid-19, ma nulla sulle età media dei contagi e sulla età media dei decessi. Quelle le dobbiamo continuare a reperire noi dai dati Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità. Numeri sull’efficacia potenziale dei vaccini senza che ci sia ancora una qualche pubblicazione scientifica basata sulle evidenze che ne dimostri non solo l’efficacia ma anche la tossicità.

Queste sono le notizie onnipresenti e pervasive sui giornali, TV e social: l’unico vantaggio dei social è che arrivano prima dei media classici, ma l’accuratezza/superficialità dell’informazione è pressoché la stessa ovunque. Nei telegiornali, c’è quasi sempre il cronista fuori dall’Ospedale Sacco che dà i numeri dei ricoveri e aspetta l’infettivologo di turno, fuori dallo Spallanzani stessa scena, e ancora a crescere per nuovi collegamenti di fronte a centri COVID-19 in Italia. Questo fenomeno in un crescendo continuo da febbraio 2020, che ha avuto solo qualche pausa d’arresto di fronte alle elezioni americane. Gli infettivologi ed epidemiologi sono invitati a qualsiasi talk show, ricevono denunce in diretta TV, di cui ambasciatore è il giornalista: grande narrazione numerica – ripeto incompleta – di date, di crolli economici, di disfatte sanitarie, ma assente la narrazione sociale, una narrazione che permetterebbe di inquadrare come vivono i cittadini intossicati da questa infodemia.

Nei sette pilastri del benessere – la Chart of Humanities, che abbiamo elaborato con un gruppo di esperti di Medical Humanities – avevamo detto in modo concorde: usare i social con misura e ascoltare le notizie con moderazione [1]. Non perché abbiamo paura, non perché siamo fragili e vulnerabili, ma perché est modus in rebus, c’è una misura in tutte le cose. La domanda che pongo a me stessa: ma non si stancano i giornalisti tutti i giorni di riportare le notizie sempre allo stesso modo? Non vorrebbero comunicare in modo più efficace e utile per le persone in questo tempo di sosta? Eppure, esiste un’arte nella comunicazione, un’arte che incanta, l’uso della parola come terapeutica in quanto tale, anche quando dà notizie che possono piacere poco.

Avevo scritto, su un articolo pubblicato dal Sole 24 ore a maggio, «i cittadini sono stati lasciati soli in balia dei media» [2] e ripeto, purtroppo, la stessa frase, con un’aggravante che errare humanum est, perseverare, autem diabolicum – (oggi mi piace il Latino), errare è umano, ma perseverare diabolico. D’altra parte, anche media è una parola Latina, vuol dire mezzo, strumento, anche se poi trasformata nell’inglesismo mass-media. Certo non è facile comunicare brutte notizie, incertezze, divieti, perimetri sempre più ristretti: però, sarebbe bello che in momenti di grave difficoltà si usasse più creatività di pensiero e dunque di linguaggio, anche per alfabetizzare i cittadini non solo su cosa sta accadendo ma su quali possono essere delle risorse su cui fare leva, oltre che quelle legate al servizio sanitario. Mi riferisco alle risorse esistenziali, perché COVID-19 ha creato una turbativa di vita su cui non mi accingo nemmeno a fare l’elenco: il lettore lo capisce subito e soggettivizza questa mia espressione – anzi chiedo proprio al lettore di respirare un minuto e di fare una pausa per capire come per lei/ per lui sia stato questo sconvolgimento.

Per il futuro si parla di ritorno ad una nuova normalità (new normal): questa definizione è stata usata per cambiare il nome allo smart working e semplicemente – con un mero truismo – affermare che ci sarà una nuova normalità. In realtà il termine new normal ha delle implicazioni molto più ampie, che riguardano maggiore attenzione al pianeta e sostenibilità ambientale: ma quanti di noi utenti di stampa e TV hanno mai sentito e ragionato su questo termine che personalmente mi sembra estratto dalla neo-lingua del romanzo 1984 di Orwell (d’altro canto, sì a volte sembra di essere protagonisti di un romanzo distopico)? Eppure, chiediamocelo: siamo veramente in un romanzo distopico? O forse invece lo eravamo già prima, quando prendevamo un aereo dietro l’altro, consumavamo il sabato a fare shopping, ogni sera era aperitivo, avevamo agende fittissime (anche ora), buttavamo senza pensarci oggi cosa che si rompeva in casa, disboscavamo, inquinavamo, sfruttavamo il pianeta come se fosse un nostro schiavo, o meglio, dato che si tratta di Gea, la terra, una nostra schiava? Chiedo ancora una volta al lettore di respirare e pensare come sta vivendo la relazione con la propria casa e il perimetro attorno a essa. Era normalità? Ci saranno stati sicuramente dei tratti intelligenti in quella normalità ma anche degli automatismi stupidi, violenti e antieconomici nel senso profondo del termine.

A me non piace – e non è mai piaciuta – la parola normalità, che significa appiattimento verso una media comune, e mi batto per le diversità, per le intelligenze multiple, per la pluralità di approcci e quindi il new normal lo vorrei piuttosto vedere come new life style, nuovo stile di vita. Qualcosa di più radicale, profondo e innovativo. E ora chiedo al lettore ancora un altro minuto di respiro per creare quelle due soluzioni che permettano di innovare questo modo di sostare a casa e nella piccola zona resa fruibile in questa pandemia. Ecco, riferendomi ai media, questa seconda parte del pezzo è stato un tentativo sperimentale per coinvolgere chi legge, chi ascolta e vede, senza che il lettore sia una persona su cui buttare addosso (e assicuro buttare addosso è un eufemismo perché per quello che sta accadendo altre sono le espressioni che mi sono venute in mente) in maniera superficiale tante informazioni senza i remedia, quei rimedi che ci possono aiutare in questo tempo di cambiamento, che non è più qualche settimana o mese, ma che si prevede perdurerà forse un paio d’anni. La new style life abbraccia tutte le diversità, in opposizione allo slogan del new normal, può essere quel fattore che ci rende più forti e resilienti rispetto a quello che accade: prendiamo ad esempio, l’ultima pessima uscita del premier sul Natale che ci intima “Niente Baci e Abbracci”, senza alcuna soluzione di vicinanza alle famiglie. Mi chiedo e chiediamoci, senza arrabbiarci troppo dentro, se chi ha preparato quella conferenza stampa aveva presente che il tatto sia il primo dei sensi che il bimbo nato percepisce quando nasce, dopo l’udito, ed è l’ultimo a lascarci quando moriamo. Non è umana – anzi è disumana – una comunicazione mediatica così fatta: è contro natura. In tanti modi avremmo potuto ricevere una comunicazione più consolatoria: è questo che intendo quando dico new life style, anche nella comunicazione che auspico. Come avrebbe potuta essere comunicata la stessa frase? Propongo “immaginiamoci tutti in un grande abbraccio”, “passiamoci dei regali che abbiamo a lungo abbracciato” “prendiamo dei biglietti e finalmente scriviamo a penna dei messaggi personali”. Sono le prime tre idee che mi vengono in mente, ma ce ne saranno, molte, molte altre, aspettiamo le vostre.

Certo i tempi sono duri, ma non indulgiamo su questa fragilità e vulnerabilità e impariamo anche a relativizzare: oggi, 25 novembre, mentre scrivo queste righe, è la giornata di Violenza contro le Donne e i dati dell’Organizzazione Mondiale della Salute dicono che una donna su tre sul pianeta ha subìto una qualche forma di violenza, e il 10% ha meno di 16 anni [3]. A proposito di new life style, ce lo stanno comunicando i media, oppure anche questa notizia è ancora dietro l’onnipresente Normale COVID-19 e i visi e le parole degli infettivologi? Se lo stanno comunicando, dopo una breve ricerca dei titoli giornalistici, lo stanno facendo in maniera aneddotica (si riferiscono agli ultimi due femminicidi) senza dare la magnitudo del problema.

Dare la magnitudine significa mettere una notizia sul palcoscenico: infatti la magnitudine numerica (a dati grezzi, senza sgranature per fasce di età) viene assegnata al COVID, mentre invece alla violenza sulle donne viene assegnato l’aneddoto, privato della numerica massiccia, in modo che sì abbia una sua giornata della memoria, ma che poi scompaia rispetto alla questione dominante COVID -19. D’altro canto Ubi maior, minor cessat: (dove c’è una questione grave, le cose piccole scompaiono). Noi stiamo vivendo il tempo dell’ Ubi Covid, minor cessat. Siamo sicuri che un terzo delle donne del pianeta che subiscono violenza siano una questione minore quando oramai è lampante che quelle poche donne che hanno abbattuto il soffitto di cristallo e sono divenute premier in Germania, Nova Zelanda, Taiwan e Norvegia, hanno fatto molto meglio nella leadership e nella comunicazione ai cittadini?

E a proposito di comunicazione mediatica ho amato molto quello spot tedesco, che intervistava un signore anziano, forse giunto quasi al 2070, che racconta di quando aveva 21 anni nel 2020, studiava ingegneria, e che poi si è ritrovato nel mezzo della pandemia: “E come avete fatto a sopravvivere?” “Non facendo nulla. Stando sul divano”. Ecco, il messaggio è imparare a sostare, a permanere, senza lamentarsi.

Da noi è uscito l’ultimo spot della Rai su come andare a fare la spesa sexy [4] – di nuovo equazione donna che fa la spesa, casa e anche possibile amante, e chiediamoci perché le donne italiane in tutta Europa hanno raggiunto il triste primato di essere ultime come occupazione al lavoro, e questo è successo durante la pandemia 2020 (dati su Sole 24 ore) [5].

Chiedo alle lettrici e ai lettori di respirare un minuto e di riconoscere i propri pensieri e emozioni, di fronte a questa comunicazione di massa- penso a TV, Social, e purtroppo anche tante testate giornalistiche. I bravi giornalisti- e ce ne sono tanti- sono quelli che non hanno spesso la prima pagina, ma sono nei trafiletti da scoprire, come le oasi del WWF che devono essere protette.

Se il new normal è questo stile mediatico verso al quale stiamo assistendo quotidianamente, non mi interessa. Preferisco un grande dignitoso silenzio.

[1] https://www.medicinanarrativa.eu/the-chart-of-humanities-an-overview-on-the-pillars?utm_source=nl64

[2] https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/2020-05-08/covid-19-e-ripensamento-non-procrastinabile-percorsi-cura-e-assistenza-151856.php?uuid=ADNpeHP

[3] https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/violence-against-women#:~:text=Global%20estimates%20published%20by%20WHO,sexual%20violence%20in%20their%20lifetime.&text=Globally%2C%20as%20many%20as%2038,by%20a%20male%20intimate%20partner.

[4] https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/11/25/su-rai2-tutorial-per-spesa-sexy-al-supermarket-e-bufera_36b18f47-4d2f-4e8b-8a31-09d4843371f6.html

[5] https://www.ilsole24ore.com/art/italia-retrocessa-salari-donne-e-istruzione-ADLFob4?refresh_ce=1

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Written by

Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

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