UNA PAROLA IN 500 PAROLE: EMOZIONE 

La parola emozione affonda le sue radici nel latino emovēre, composto da e- (fuori) e movēre (muovere): ciò che ci muove verso l’esterno, che ci smuove, che rompe un equilibrio interno per portarci all’azione. Per i Greci era il pathos: la passione, il patire, una esasperazione dei sentimenti. È anche per questo che Platone, nella Repubblica, attraverso la metafora dell’auriga, ci invita a far prevalere la ragionevolezza nel guidare le forze dell’anima. Le emozioni, dunque, non sono mai state pensate come eventi astratti: sono movimenti, forze vive che attraversano il corpo. 

 Ed è proprio nel corpo che le emozioni agiscono per prime. Il cuore che accelera, il respiro che si fa affannoso, un nodo allo stomaco o i brividi della pelle d’oca. Prima ancora che arrivino le parole, il corpo “sa”. Le emozioni modificano la postura, l’espressione del volto, la chimica interna. Non sono un’aggiunta alla razionalità, ma il suo terreno di base, il suo supporto biologico ed esperienziale. 

 Giovenale lo aveva intuito bene con l’espressione mens sana in corpore sano. Non una separazione, ma un’unità: mente e corpo come aspetti inseparabili dell’essere umano. Pensare bene, vivere bene, decidere bene richiede un corpo ascoltato e in equilibrio. Le emozioni, in questa visione, non sono nemiche della ragione, ma — se riconosciute, ascoltate e mitigate — diventano straordinarie compagne di viaggio con cui convivere. 

La filosofia occidentale, però, ha spesso seguito un’altra strada. Cartesio ha segnato profondamente il nostro modo di pensare, separando la res cogitans (la mente) dalla res extensa (il corpo). Una divisione che ha portato a considerare le emozioni come elementi disturbanti, da controllare o censurare. È proprio questa frattura che Antonio Damasio mette in discussione nel suo libro L’errore di Cartesio. Attraverso studi neurologici e casi clinici, Damasio dimostra che le emozioni hanno un ruolo decisivo nei processi decisionali: senza di esse, anche la mente più logica resta paralizzata. Sono le emozioni ad aiutarci a decidere, a orientarci nelle scelte più profonde. Non ascoltarle significa comprimerle e, molto probabilmente, imboccare strade infelici. 

Le emozioni orientano. Robert Plutchik ha cercato di mappare questo universo complesso individuando otto emozioni di base: gioia, fiducia, paura, sorpresa, tristezza, disgusto, rabbia e anticipazione. Da queste, come colori primari, nascono infinite sfumature emotive: l’orgoglio, l’oltraggio, l’ottimismo, il pessimismo, l’amore. 

Eppure, le emozioni non si lasciano rinchiudere facilmente. In molte lingue del mondo esistono parole che descrivono stati emotivi specifici, sottili e profondi, come il wabi-sabi — l’amara serenità della decadenza — o ubuntu, la gioia che nasce dal bene comune. E altre emozioni, che ciascuno di noi sente in modo unico e irripetibile, non hanno ancora un nome. Forse è proprio questo il bello: imparare a sentire senza la necessità di classificare tutto. Restare in ascolto, permettere all’esperienza di essere vissuta prima di essere definita. Senza nome. Sapendo sostare, con rispetto, tra i senza nome. 

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.