
Articolo a cura di Maria Giulia Marini, Area Salute e Benessere, Direttore Scientifico, Epidemiologa e Counselor, Presidente di EUNAMES, Società Europea di Medicina Narrativa, Direttore Responsabile della rivista “Cronache di Medicina Narrativa”
Scrivere della parola spirito in cinquecento parole mi sembra quasi un oltraggio. Significa blindarla entro uno spazio ristretto, quando lo spirito, per sua natura, dovrebbe volare leggero come l’aria. È invisibile e abita proprio l’aria, dove si propaga. Spiritus deriva dal latino spirare, soffiare, respirare; ma mi piace evocare anche la parola aroma, anch’essa inseparabile dall’aria, perché il profumo vive soltanto diffondendosi per via aerea. Penso che spirito e aroma siano parenti, che nell’antico greco ἀήρ (aḗr), l’aria, risuoni già ἄρωμα (árōma), il profumo: le due parole sembrano chiamarsi, perché le essenze non hanno peso, attraversano lo spazio senza imporsi, invisibili eppure presenti. Così è lo spirito: lo percepiamo senza poterlo afferrare, ci raggiunge senza occupare spazio, come un soffio, come un aroma.
Per questo lo spirito ha a che fare con la leggerezza, con quella forza invisibile che è il contrario della gravità. La gravità fa cadere le cose a terra, le rende inerti, forse morte, esanimi; lo spirito, invece, le anima, le solleva, ridà energia ciò che sembrava immobile.
Che cosa c’entra tutto questo con la medicina narrativa? C’entra profondamente, perché la narrazione, quando riesce a donarci un significato e finalmente un nome, rimette insieme i frantumi del passato, lascia intravedere un orizzonte nel presente e ci permette di immaginare un futuro. Un futuro nel quale il cemento e il petrolio saranno diventati strumenti obsoleti, perché l’umanità avrà compreso che surriscaldando il pianeta non fa altro che allontanarsi da sé stessa e dagli altri, perdendo proprio quel contatto umano che ci tiene vivi.
La narrazione ci toglie dal piombo: attraversa lo scoglio dei fatti, anche dei fatti più terribili che possono accadere, e restituisce un senso alle cose. Dare un senso non significa giustificare, ma comprendere: comprendere l’estrema ignoranza del cervello umano, che coglie la realtà soltanto per frammenti, perché i nostri neuroni non riescono a inquadrare il big picture. Gli antichi, e ancora oggi i credenti, affidano questa visione d’insieme a Dio, all’onniscienza; noi, senza quella certezza, possiamo soltanto accogliere i nostri limiti e continuare a cercare, a studiare, ad ascoltare e a raccontare, nella speranza che, comprendendo ogni giorno qualcosa di più, qualcosa di più riusciremo anche a vivere.
La narrazione compie una trasformazione alchemica. Attraversa il piombo del dolore e della materia pesante e lo trasfigura in un oro leggerissimo, quasi impalpabile, come i sandali alati di Hermes, capaci di sollevarsi da terra. Da post traumatic stress disorder, da disturbo da stress post traumatico, a post traumatic growth, a crescita post traumatica. Allora lo spirito è la ricerca continua delle cause profonde, è il senso del tempo, è il conforto leggero della cura attraverso la parola.
Calvino è il maestro della leggerezza. Vorrei che lo spirito di cui ci accingiamo a leggere questo numero fosse proprio questo: una fonte aerea, una visione dall’alto, un contatto appena sfiorato, una parola profumata di aromi che si sciolgono nell’aria di questa assurda estate surriscaldata.
Forse è proprio questo che fa la medicina narrativa. Attraversa il fuoco dell’esperienza, anche quando è il fuoco del dolore, e ne distilla l’essenza, proprio come accade alle foglie e ai petali del limone, materia viva e verde, che il calore non distrugge ma libera, consegnando all’aria il suo aroma, lo spirito, l’energia. Ciò che era pesante diventa leggero, ciò che era corpo diventa aria, ciò che era materia diventa essenza. È così che si distillano i profumi ed è così, forse, che si distillano anche le nostre storie. La narrazione non inventa lo spirito: lo distilla. Quando il superfluo evapora, nell’aria rimane soltanto l’essenza, invisibile eppure presente, che chiamiamo spirito.
