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Specchiarsi dentro ad una “notte stellata”: Quali possono essere gli effetti dell’arte sui professionisti sanitari?

legari al master in medicina narrativa istudQuando guardiamo un quadro, una fotografia, un’immagine, l’osservazione può variare nei livelli di attenzione, durata, e effetto. Possiamo dare uno sguardo distratto, veloce, oppure scegliere accuratamente la posizione da cui osservare, e cercare di cogliere i dettagli. Noi guardiamo l’immagine. A volte l’azione si ferma qui, altre volte succede qualcosa. Può succedere, ad esempio, che uno dei dettagli, o l’immagine nel suo insieme, ci richiami da qualche altra parte, magari rievocando un ricordo, o facendoci immaginare un luogo, una situazione, una storia. Succede che quella immagine inizia a parlarci, ed è un dialogo tutto nostro, intimo, nel quale, alla fine, non si capisce più chi guarda l’altro. Noi guardiamo l’immagine, l’immagine guarda noi. Questo è uno dei principi su cui si fonda l’arteterapia che, come la scrittura, permette un processo di introspezione e ascolto di sé, che può avviare, in persone che vivono percorsi di cura o condizioni di fragilità, un processo di espressione, condivisione, inclusione sociale, riabilitazione, benessere.

Ma quali possono essere gli effetti dell’arte sui professionisti sanitari? Può diventare anche per loro un mezzo di espressione e strumento di benessere?

Questa è la domanda che ci siamo posti, insieme a Stephen Legari. L’occasione della bella e intensa settimana trascorsa insieme a lui, in visita presso alcune strutture sanitarie italiane e nostro ospite al Master in Medicina Narrativa Applicata, ci ha permesso di condurre insieme un “esperimento”. Abbiamo proposto a diversi gruppi di operatori sanitari, in diversi contesti, di osservare per qualche minuto un’immagine, “La notte stellata” di Van Gogh, e poi di scrivere liberamente tutto ciò che scaturiva da quella osservazione: le impressioni, le emozioni, le riflessioni, i dettagli che colpivano. Come da principio dell’arteterapia – e anche del close reading – il contesto e la storia dell’autore, in questa attività, non dovevano entrare. Non si trattava di riflettere su Van Gogh, cosa aveva voluto esprimere con quel quadro, la sua storia, la sua malattia mentale, ma di astrarre l’immagine da tutto il suo contorno, ed osservarla per quello che era ai propri occhi, in quel momento specifico, focalizzandosi sulla relazione individuale con l’immagine.

Perché “La notte stellata”? Fra le tante possibilità, si è scelta l’immagine di un artista, se non universale, comunque largamente conosciuto, fuori dagli schemi del suo tempo, quindi autore di immagini simbolo dell’apertura alle più svariate chiavi di lettura e possibilità di sguardo. E’ un quadro conosciuto, per questo talvolta dato per scontato, “già visto”.

In tutti i contesti in cui è stata proposta questa esercitazione, c’è stato un primo momento di sorpresa, in qualche caso spiazzamento e perplessità, da parte dei professionisti: “Perché mettersi a guardare un’immagine già vista tante volte?”, “Ma cosa devo scrivere?”, “Dobbiamo consegnarvi il nostro scritto?”. Poi, è arrivato il silenzio. Il silenzio dell’osservazione, del dialogo tutto personale che ciascuno ha avviato con “la propria notte stellata”. E piano piano, gradualmente, sono arrivate anche le parole, che via via fluivano sui fogli. Sono stati momenti molto intensi, quasi magici, in cui il tempo si è fermato, ed è diventato un tempo per se stessi.

Non abbiamo richiesto di consegnarci i propri scritti, quelli resteranno l’espressione di un momento personale e intimo; abbiamo però invitato i partecipanti a raccontare, in maniera volontaria e libera, come fosse stata questa esperienza di osservazione.

Notte stellata van gogh - arte terapia e professionisti della curaLa grande voglia di condividere è stato un primo segnale che effettivamente qualcosa era capitato in molti di loro. Nella diversità di visioni e gusti personali, le sensazioni arrivate guardando La notte stellata, nel suo insieme, hanno rivelato un forte contrasto di emozioni, correlato alla suddivisione grafica del quadro stesso, che ha una parte superiore più dinamica, il cielo stellato, ed una in basso più statica, con le case, ma anche più scura, rappresentata dal grosso pino che si staglia verso il cielo. Ognuno di questi elementi ha richiamato in certi casi diversità, in altri uniformità di percezioni.

Chi si è soffermato sulle case, ha tendenzialmente sentito la serenità, la pace, il calore della notte in un paese addormentato. Il cielo con i suoi “vortici stellari”, invece, ha suscitato reazioni più diversificate, tra chi ha percepito da questo movimento un senso di inquietudine e angoscia, e chi al contrario nella luce ha trovato la solarità, il colore, fino quasi a sentirsi cullato dai cerchi del cielo, spesso assimilati alle onde del mare. Il pino, che si interpone tra il cielo e il paese, è stato prevalentemente visto come una figura minacciosa, incombente, per i suoi toni più scuri, ma anche per la forma, che a più persone ha richiamato la fiamma dell’inferno. Qualcuno ha detto di aver sentito su di sé questo dinamismo delle parti e di essersi sentito “trascinato” da una parte all’altra, qualcun altro si è scelto una porzione dell’immagine, ed è rimasto lì, immerso nella calma delle case, o sommerso dall’angoscia del pino minaccioso, o illuminato dalle stelle del cielo.

Alcuni hanno detto di aver fatto fatica ad astrarre il quadro da Van Gogh e dalla sua storia tormentata, e si sono tenuti su un livello più descrittivo, soprattutto all’inizio dell’attività. L’invito ad “entrare” nel quadro e scegliersi un posto, è stato comunque di aiuto a molti di loro per lasciarsi andare all’emozione diretta, e non mediata dalla conoscenza dell’opera: chi è entrato in una delle case, chi dentro la chiesa, chi è andato sulla collina a sdraiarsi e guardare il cielo stellato. Alla fine, in tanti ci hanno detto di essere riusciti a farsi trasportare da ciò che l’immagine evocava, ed essere arrivati alle proprie emozioni, fino a sentirle sul proprio corpo: “il quadro ha rimescolato cose che ho dentro, è venuto fuori il mio stato d’animo”, “una minaccia sta incombendo e mi sono sentita spaventata”. Altri ancora, hanno fatto delle connessioni con i propri vissuti o ricordi: “Io ci ho visto serenità/luce/guida in un cammino di cui non ho ancora chiara la meta”, “il blu è l’unico colore che non vedo mai, quindi mi piace”, “il blu mi ricorda il mare”. Tante le visioni, tanti i linguaggi utilizzati, dal metaforico al didascalico.

Nonostante questo contrasto di visioni sia stato sempre presente in tutte le occasioni in cui abbiamo proposto l’esercitazione, e trasversale alle professioni sanitarie, abbiamo rilevato alcune differenze di stati d’animo e di clima generale: in alcuni contesti hanno prevalso le reazioni di serenità e positività, mentre in altri c’è stata un’espressione più uniformata di angoscia, inquietudine, fino al dolore. In questi casi, l’impressione è stata quella di una richiesta di aiuto, e di un’occasione rara di comunicazione profonda, comprensione ed espressione di sentimenti e accadimenti vissuti insieme, ma forse non ancora condivisi e accolti.

In tutte queste esperienze, abbiamo potuto vedere e sentire come l’arte abbia rappresentato per questi professionisti il mezzo per fare uscire le loro emozioni e rispecchiarsi nell’immagine. Ognuno di loro ha portato la sua notte stellata, e l’insieme ha “dipinto” una notte stellata corale, un pezzo unico e irripetibile, che probabilmente nessuno esporrà mai in un museo, ma che potrebbe essere esposto tra le mura delle organizzazioni sanitarie, come preziosa mappa per raggiungere il benessere di tutti i suoi operatori.

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Ricercatrice dell'Area Sanità e Salute della Fondazione ISTUD, si occupa di Medicina Narrativa e, più in generale, di storytelling, le cui metodologie vengono applicate a progetti di respiro nazionale e internazionale. Coordina i percorsi di formazione alla Medicina Narrativa di ISTUD

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