SINDROME DA RIENTRO E SELF-CARE – INTERVISTA A DELIA DUCCOLI

Delia Duccoli ISTUD
Delia Duccoli è psicologa e psicoterapeuta, esperta di relazione e comunicazione tra professionista sanitario e paziente. In ambito sanitario segue progetti per la cura della comunicazione con il paziente e la gestione del burnout degli operatori.
In questo periodo dell’anno si sente sempre più spesso parlare di sindrome da rientro, di cosa si tratta? 

La sindrome da rientro – adesso qualcuno la chiama anche tristezza post vacanze –  è sempre più diffusa. Per provare a contrastarla efficacemente dobbiamo innanzitutto cercare di capire che cos’è e come si manifesta in noi. È importante in primo luogo distinguere tra loro i diversi sintomi: questa sindrome si può manifestare di volta in volta con spossatezza, mancanza di motivazione, insoddisfazione, ansia, tristezza e via dicendo. Qual è il sintomo che avvertiamo maggiormente? È questa la prima domanda da porsi. Perché i sintomi sono come dei fili che riannodati ci permettono di capire le cause ultime che scatenano questo fenomeno.  

Ma perché proviamo queste sensazioni proprio al rientro dalle vacanze?

In generale, in vacanza si passa più tempo all’aperto a contatto con la natura, si hanno ritmi più lenti, e di conseguenza ci si accorge maggiormente dei propri bisogni. Nel momento in cui torniamo in un luogo chiuso, pieni di impegni alle prese con ritmi che non sono naturali è del tutto normale manifestare una qualche forma di stress (senza contare che al nostro rientro la stagione resta comunque temperata e ci fa venire ancora voglia di stare all’aperto a divertirci). 

Quindi dobbiamo rassegnarci a subire questo stress una volta tornati? 

Non necessariamente. Ci sono delle strategie per contrastare questo fenomeno. Prima di tutto, siccome è una sindrome psicofisica, va affrontata sia la parte mentale che quella fisica del problema. Dal punto di vista fisico è bene cercare di stare il più possibile all’aria aperta e fare movimento; invece dal punto di vista mentale può essere utile prendersi del tempo per fissare i ricordi dei bei momenti vissuti durante la pausa estiva. In generale, è importante cominciare ad attivarsi per gradi e non tuffarsi immediatamente a corpo morto nel lavoro. 

A volte infatti il problema è una frattura troppo netta tra vita lavorativa e vita personale, per cui la vacanza è tutta dedicata alle proprie esigenze, mentre al ritorno ci si annulla nel lavoro perdendo il contatto con sé stessi. Dobbiamo allontanarci dal modello della work-life balance (cioè della separazione netta tra vita lavorativa e vita personale) per cercare invece di inserire in maniera organica e costante dei momenti di self-care nella nostra routine lavorativa. 

Ci può fare degli esempi di questi momenti di self-care?

Certo. Il self-care può essere semplicemente fare una passeggiata, sdraiarsi un attimo, riguardare le foto delle vacanze, godersi un momento di solitudine con sé stessi e con la natura – anche perché ormai noi sappiamo che in questo grande beneficio che ci portano le vacanze in gran parte dipende dal fatto che riusciamo a essere più a contatto con la natura. E questo ha una potenza rigenerante, soprattutto per chi vive ore e ore chiuso in un ospedale o in un laboratorio. In sostanza, è utile cominciare a prendersi delle piccole soste, delle piccole “oasi” anche durante le nostre giornate di lavoro; e in queste pause fondamentali ricercare quelle cose che più apprezziamo in vacanza: stare all’aria aperta, rallentare il ritmo, percepire di più il mondo intorno a noi: facendo attenzione ai colori, ai suoni, agli odori, ai gusti (magari del cibo cucinato in un modo diverso).

Se poi il nostro stile di vita lavorativo tornati dalle vacanze non ci soddisfa più si tratta anche di capire perché. Cosa non va del mio lavoro? Magari è anche il momento per fare qualche piccolo o grande cambiamento. Quindi, da un punto di vista psicologico, capire davvero qual è la nostra fonte di insoddisfazione. 

Quindi questa sindrome può anche per certi versi esserci utile?

Naturalmente. La sindrome del rientro ci fa vedere con più lucidità alcuni elementi che erano già presenti nella nostra vita lavorativa: elementi di ansia, di insoddisfazione eccetera. Allora possiamo usare queste 2 o 3 settimane post-vacanze per riorganizzarci un po’.

Ma lo stress da rientro non serve solo a capire cosa non mi soddisfa del mio lavoro, ma anche a capire cosa ho apprezzato particolarmente delle vacanze: e questo è fondamentale in quanto mi fa comprendere ciò che mi fa stare veramente bene. Perché c’è chi sta bene in montagna, chi sta bene al mare, chi sta bene all’ombra, chi al sole, chi preferisce cucinare, chi andare a cena fuori e via dicendo.

Sono piccole cose che però ci fanno capire quali sono i nostri reali bisogni. Conoscersi non è proprio una cosa banale, perché la routine e soprattutto il lavoro ci spersonalizzano. Seguiamo ritmi dettati da altri, mentre nelle vacanze riusciamo maggiormente a seguire i nostri ritmi e i nostri bisogni. Quindi è bene portare nella nostra vita lavorativa un po’ della conoscenza di noi stessi che abbiamo acquisito durante le vacanze. Così rendiamo meno dura la scissione lavoro-vacanza: il rientro è un momento di maggiore consapevolezza che può aiutarci a capire come rendere questi due mondi un po’ più integrati tra loro. Chi ha la fortuna di fare smart working è molto avvantaggiato in questo; certo, purtroppo non è un’opzione praticabile in tutte le professioni. 

Appunto, ci sono certe professioni, come quelle sanitarie, che non possono essere svolte in smart working, e sono professioni che per loro stessa natura sono più stressanti di altre e portano più facilmente al burnout. So che Lei si è occupata molto di questo aspetto nel suo lavoro, quindi Le chiedo: lo stress da rientro può essere un ulteriore fattore scatenante per il burnout del personale sanitario?

Qui siamo in un campo in cui il rientro peggiora una situazione già critica di per sé. Il burnout del personale sanitario infatti è diffusissimo e avviene quando la soddisfazione che abbiamo per un lavoro che ci appassiona e che abbiamo scelto (molto del personale di cura sceglie di lavorare in quell’ambito perché ha una forte motivazione personale) non compensa più tutto lo stress che proviamo quotidianamente. Quando questi due piatti della bilancia – soddisfazione e stress – non si compensano più a vicenda abbiamo il burnout. 

Oggi ciò che mina maggiormente la soddisfazione è da un lato il carico di lavoro eccessivo, e dall’altro spesso la mancata considerazione da parte dei pazienti (che sono sempre più esigenti e talvolta arrivano addirittura a minacciare il personale sanitario, o quantomeno a non considerarlo). E questo è un tema che chiaramente va al di là della sindrome da rientro. Certo, nel rientro queste cose ci vengono sbattute in faccia ancora con più forza. 

La soluzione, anche per il personale sanitario, è quella di prendersi cura sempre più di sé stessi, perché ognuno deve cercare di inserire nella propria routine i giusti momenti di recupero. Si tende a sottovalutare l’importanza che hanno il sonno, il riposo, il silenzio, però se vuoi prenderti cura di te uno spazio a queste cose lo devi necessariamente trovare. A livello psicologico chi si prende cura degli altri spesso è portato a trascurare sé stesso e le proprie esigenze. E invece questo paradigma va cambiato, magari sottraendo un po’ di tempo al lavoro per un momento di recupero, per una pausa di self-care. 

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.