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La Rivoluzione Cognitiva in ambito sanitario: da 70.000 anni fa al 2020

Nel suo libro Sapiens: Da animali a dèi [1], Yuval Noah Harari individua il momento in cui la nostra specie, l’homo Sapiens, cugina degli scimpanzé, andò incontro alla Rivoluzione Cognitiva, superando le altre specie, i grandi animali e i Neanderthal: circa 70.000 anni fa. Alla Rivoluzione Cognitiva, avrebbero fatto seguito quella Agricola, 10.000 anni fa, quella Scientifica, 500 anni fa, e quella Industriale, 200 anni fa.

Prima di vedere come si è verificata questa Rivoluzione Cognitiva, devo dire che il libro Sapiens è un capolavoro, per chiunque voglia imparare – nel corso delle 466 pagine che ripercorrono, coi fatti, la storia della nostra specie – l’empatia, la collaborazione, i nostri errori decisionali e le nostre idee geniali, le nostre credenze e il sottile equilibrio – o squilibrio – tra individuo, società e ambiente.

Settantamila anni fa, dunque, è iniziata la Rivoluzione Cognitiva: riuscite a immaginare su cosa si è basata? Sul linguaggio. Una risposta abbastanza semplice per studiosi, insegnanti, o sostenitori della narrazione e dello storytelling. I neuroscienziati, insieme agli archeologi, hanno provato che il linguaggio ha dato forma all’identità dell’Homo Sapiens e del suo mondo, anche prima che Harari pubblicasse il suo libro. Lui, però, ci offre un punto di vista unico, una rivelazione per capire perché il Sapiens, e non il Neanderthal, ha vinto. Quest’ultimo aveva un linguaggio fattuale, basato su eventi reali: Oggi ho visto un leone e dobbiamo stare attenti. Questa la lingua del Neanderthal: fatti concreti, cronache. I Sapiens, che 70.000 anni fa erano ancora cacciatori-raccoglitori come i Neanderthal, avevano questo altro tipo di linguaggio: Oggi ho visto un leone; mi ha detto che se lo avessimo cacciato, lo spirito della savana avrebbe cercato vendetta; tuttavia, se lo uccidiamo offrendo un tributo alla savana e ai suoi dèi, potremmo essere lodati. Al di là dell’evento reale, l’aver visto il leone, il Sapiens dà prova di avere il potere dell’immaginazione: crea una storia, un mito, con un meta-obiettivo che va ben oltre la sola uccisione del leone. Questa storia implica un possibile conflitto con la savana e i suoi dèi. I Sapiens aggiungono non solo l’eventualità di essere elogiati, ma anche la possibilità, il potremmo. E difatti i Sapiens lasciarono il continente africano, perché troppo pericoloso, e andarono in altre terre… Ma questa è un’altra storia.

Flessibilità e immaginazione rappresentano i due motori che hanno portato i Sapiens a superare i Neanderthal e a ritrovarsi ancora oggi a credere di essere i padroni del mondo, secondo la Rivoluzione Cognitiva: per i cacciatori-raccoglitori, le storie e i miti legati a fatti reali sono stati il carburante per arrivare a controllare società più grandi, e costituiscono ancora un’esigenza sociologica. Attraverso millenni e secoli, Harari ci porta alla nostra contemporaneità, valutando criticamente ciò che i Sapiens hanno fatto, ma con un’affermazione forte: la Rivoluzione Cognitiva, l’abilità di narrare e creare storie, è stata il punto di svolta.

Che cos’ha a che fare questo con le Medical Humanities e la Medicina Narrativa? Le cronache si richiedono per prendersi cura dei pazienti, e tuttavia, nelle narrazioni orali e scritte, raccogliamo delle factions, un neologismo che unisce le parole inglesi facts (eventi reali) e fictions (pensieri fittizi, conversazioni). Nelle scienze e in medicina, ci viene detto di fare affidamento solo su fatti reali (Ho visto un leone) e di scartare le altre storie (Gli dèi della savana), dal momento che non crediamo nella loro esistenza. Tuttavia, questo rappresenta molto spesso solo un punto di vista, quello dei “Neanderthal”: se vogliamo essere dei curanti “Sapiens”, dobbiamo accettare le storie faction, che potrebbero verificarsi durante la visita, nell’ambito clinico, nell’assistenza domiciliare, o in qualunque momento il paziente decida di darci la sua patografia, ossia la storia della sua malattia.

Se Harari sottolinea il fatto che il mito aveva una funzione di controllo sociale, personalmente ritengo che l’ammalarsi, l’invecchiare, ma anche il nascere e il morire ci mettano in una situazione di fragilità e vulnerabilità, ponendoci domande esistenziali, e che cerchiamo quindi conforto nell’immaginazione e nella fantasia di questioni spirituali (dagli dèi alla fisica quantistica e ai livelli energetici…). È un impulso interiore e individuale, non sono una storia che assorbiamo da “mezzi di comunicazione” esterni; un silenzio interiore che ci porta non solo alla consapevolezza, ma anche ai reami fantastici della nostra individualità in relazione con gli altri. I pazienti, dal momento che vivono l’esperienza di malattia, nonostante l’approccio riduzionista che chiama la malattia con un nome tecnico, potrebbero trovare il coraggio di “affrontare il leone” con gli dèi alleati: che lo si chiami storytelling, convinzione, atteggiamento mentale o placebo, questo funziona in termini di risultati per il paziente, come andremo a vedere a breve. È chiaro che non dovremmo dimenticare che la malattia c’è: quindi, se Il leone è lì, nella mente dei pazienti, dobbiamo scegliere cosa fare: scappare, e se sì come, domare o uccidere il leone, o altro ancora. La malattia rimane presente, causando dolore ai pazienti, ma ciò che fa esperire il percorso di cura è il linguaggio, che rispecchia la mentalità di come le persone affrontano la malattia [2].

Troppe volte dei curanti riduzionisti non sono stati in grado di vedere né di affrontare il bisogno individuale di factions, giudicando i pazienti come ignoranti, bugiardi, e confusi. E se i curanti potessero sintonizzarsi con le factions del paziente, ossia capire il linguaggio simbolico congiunto ai fatti?

Potremmo distinguere due livelli di finzione: il primo, probabilmente, sembra più etico secondo il nostro dogma occidentale di intervento clinico, che è correlato allo specchiarsi nel linguaggio usato dal paziente. Proviamo a inventare un possibile dialogo tra paziente e medico, usando il genere faction:

La malattia è un leone, dice il paziente,

Sì, abbiamo un leone nel suo corpo,

Cosa possiamo fare?,

Addormentiamolo, domiamolo, non possiamo ucciderlo definitivamente perché non c’è un’arma adatta, dal momento che il suo corpo è la terra dove il leone vive, e potrebbe essere devastata. 

Domarlo, con cosa? Con chi? Quanto ci metteremo?, chiede il paziente.

Con me al suo fianco, insieme all’équipe, con particolari opzioni terapeutiche, con le cose che ama di più; sarà un processo lungo, perché deve imparare un nuovo stile di vita per vivere con questo gattone addormentato e addomesticato, non diventerà pericoloso… 

Questo potrebbe essere un modello di allineamento tra il personale di cura e il paziente. La metafora è il fil rouge in cui, in questa equazione linguistica, la malattia è sostituita dal leone, che alla fine del dialogo viene trasformato in un gattone dormiente. Non c’è menzogna, solo una breve narrazione che abbellisce, dà significato e fornisce soluzioni agli eventi.

Per rendere possibile un simile incontro, è importante padroneggiare il linguaggio e l’arte dell’ascolto: il curante dovrebbe aggiungere un’altro linguaggio al suo gergo tecnico, quello simbolico, immaginario. È dimostrato che, quando ascoltiamo una lingua straniera, il nostro cervello è più concentrato sui dettagli delle parole di chi parla, perché temiamo di perdere il significato di ciò che viene detto, la conversazione è stimolante [3]. Questo è un buon consiglio per essere in grado di ascoltare veramente, immaginando (ancora una volta, la validità dell’immaginazione dei Sapiens) che stiamo ascoltando qualcuno che non parla la nostra lingua madre.

Il secondo livello consiste nel rimuovere le reali opzioni terapeutiche e lasciare solo la narrazione: si potrebbe dire, questo non è etico. Bene, dobbiamo fissare i confini necessari per usare solo le parole. Nel 2014, dei ricercatori canadesi [4] hanno condotto uno studio di ricerca sugli esiti del ruolo della comunicazione nel trattamento dei pazienti con mal di schiena cronico. La metà dei pazienti coinvolti nello studio ha ricevuto una lieve stimolazione elettrica da parte dei fisioterapisti, l’altra metà ha ricevuto una stimolazione simulata (tutte le apparecchiature sono installate, ma la corrente elettrica non viene mai attivata). Il finto trattamento – placebo – ha funzionato abbastanza bene: questi pazienti hanno avuto una riduzione del 25% dei livelli di dolore. I pazienti che hanno ricevuto la vera stimolazione hanno fatto ancora meglio, poiché i loro livelli di dolore sono diminuiti del 46%.

Tuttavia, vi è uno studio secondario ancora più interessante: ognuno di questi gruppi era ulteriormente diviso a metà. La metà ha avuto solo una conversazione limitata col terapeuta (rimanendo sulla “malattia”). Con l’altra metà, il medico ha posto domande aperte e ha ascoltato attentamente le risposte (biografia e patografia); ha espresso empatia per la situazione dei pazienti e ha offerto parole di incoraggiamento (Domeremo il leone). I pazienti sottoposti a trattamento con placebo, ma con terapisti che hanno comunicato attivamente, hanno riportato una riduzione del 55% del dolore. La comunicazione da sola era più efficace del solo trattamento. I pazienti che hanno ricevuto sia la stimolazione elettrica sia una buona conversazione sono stati i chiari vincitori, con una riduzione del dolore del 77%.

In un editoriale sul New York Times, una dottoressa scrive:

Spesso i miei pazienti chiedono se un multivitaminico darà loro più energia. In passato, avrei detto di no, perché non ci sono studi scientifici significativi che lo dimostrano, e anche perché in assenza di una carenza vitaminica non c’è molto che un multivitaminico possa fare. Ora ho un approccio diverso. Dico qualcosa ulla falsariga di Molti dei miei pazienti scoprono di avere più energia quando assumono un multivitaminico. Non sto mentendo, perché molti l’hanno detto davvero. Senza dubbio, ci sono sempre alcuni pazienti che tornano alla visita successiva e giurano di sentirsi molto meglio. Alcuni sostengono che non è etico promuovere placebo per i pazienti. Ma in molti dicono che non sarebbe etico non provare i placebo in situazioni in cui i pazienti non ottengono sollievo dai mezzi tradizionali (e dove questo non provocherebbe danni e senza andare a sostituire un trattamento necessario). [5]

Lo storytelling funziona per i Sapiens: a volte non è sufficiente per contrastare una condizione grave, ma può produrre risultati positivi sulla salute, in condizioni molto soggettive come il dolore. Le factions funzionano se integrate anche con altre buone opzioni terapeutiche. Come ha scritto Danielle Ofri, ci sono factions di medici (si noti la parola polisemica), quelli a favore delle storie-placebo, quelli contro le storie-placebo. Ancora, dipende dalla gravità dei pazienti, dal loro ambiente contestuale, dalle credenze e dalla mentalità: non solo di chi viene curato, ma anche di medici e assistenti – poiché al di là dei ruoli rimaniamo tutti, ci piaccia o no, dei Sapiens, anche dopo 70.000 anni.

E per gli amanti della fiction, concludo con le parole di Tyrion Lannister de Il trono di spade – non so se gli sceneggiatori avessero letto il libro di Harari, anche se così sembra:

Cosa unisce le persone? Eserciti? Oro? Bandiere? No. Sono le storie. Non c’è nulla al mondo più potente di una buona storia. Niente la può fermare. Nessun nemico la può sconfiggere.

E come dice Jean-Do, affetto dalla sindrome dello scafandro, una quadriplegia che impedisce di parlare, di modo che i pazienti devono comunicare con messaggi codificati attraverso il movimento delle palpebre, nel suo diario cult [6] così dettato:

Non mi lamenterò più: due cose mi rimangono, la memoria e l’immaginazione.

Grazie a questa immaginazione, inizia un dialogo interiore che ammorbidisce la difficoltà della sua condizione: in questo caso, lo storytelling diventa una meravigliosa strategia di coping, e non di controllo sociale.

[1] Yuval Noah Harari, Sapiens- A Brief History of Humankind, Penguin Random House UK, 2011

[2] Maria Giulia Marini, The languages of care in narrative medicine, Springer, 2019

[3] Alejandro Pérez, Guillaume Dumas, Melek Karadag, Jon Andoni Duñabeitia, Differential brain-to-brain entrainment while speaking and listening in native and foreign languages,  Cortex, 2018

[4] Fuentes J1, Armijo-Olivo S, Funabashi M, Miciak M, Dick B, Warren S, Rashiq S, Magee DJ, Gross DP, Enhanced therapeutic alliance modulates pain intensity and muscle pain sensitivity in patients with chronic low back pain: an experimental controlled study. Phys Ther. 2014 Apr;94(4):477-89

[5] Danielle Ofri, The Conversation Placebo, Ney York Time, Jan. 19, 2017

[6] Jean Dominique Bauby, the Diving Bell and the Butterfly, Paperback 1998

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Written by

Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

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