Ripensare la salute, senza illusioni – di Maria Giulia Marini

La definizione di salute dell’OMS del 1948 parla di “completo stato di benessere psichico, fisico e sociale”, e non soltanto di assenza di malattia. Forse, con il senno di poi, era un delirio di onnipotenza collettivo, dove le leggi di natura venivano a essere superate e gli “uomini”, quando hanno scritto quella dichiarazione, si sono sentiti “Dei”. La grande illusione è quella del completo benessere, dove non ci siano cadute, fragilità, invecchiamento e morte. Unico lato positivo di questa dichiarazione è quello di aver spostato l’asse dalla malattia, che peraltro esiste nell’infanzia, nella fase adulta e nella vecchiaia, alle tre dimensioni psico-fisico-sociali, dandole però come acquisite.

È più realistico parlare di tensione all’armonia tra queste tre dimensioni, alle quali ne aggiungerei una quarta: quella spirituale. Per “spirituale” intendo il senso, il significato di ciò che facciamo e pensiamo. E sgombriamo il campo da un altro pregiudizio: si può provare benessere anche essendo malati. Sappiamo che un grande ruolo lo giocano le emozioni, la resilienza, la capacità di trovare risorse interiori e la forza dei legami per ritrovare armonia. Carver cita quali sono i tratti di personalità che attivano il “coping”, il fare fronte a qualcosa che genera stress: l’estroversione; la capacità di parlarne con altri – scegliendoli con cura –; la responsabilità; la volontà di seguire uno stile di vita sano a prescindere; l’apertura. E questa è un’affermazione che mi risuona dentro: la curiosità verso il dopo e il non aver già deciso come andrà a finire il proprio futuro; la consapevolezza, l’essere coscienti di ciò che accade.

Assenze di resilienza, e dunque di benessere, si verificano quando il pensiero, secondo Carver, è fisso su un’idea. Qui vi sono diverse tecniche per guarire da questo “ladro di tempo e di vita”: il pensiero ossessivo. La negazione, non solo quella totale, che è tipica dei complottisti (ad esempio: “non è esistito l’Olocausto”), che è facile da individuare, ma anche quella parziale, molto comune, dove si vede e si cita il dito ma non la luna che il dito indica. E l’introversione, il tenersi tutto dentro, che poi esploderà inevitabilmente in un vulcano di rabbia, in un fiume di lacrime, quando non abbiamo saputo chiedere aiuto al momento giusto.

Caspar David Friedrich – Il monaco in riva al mare

La quarta dimensione, quella della spiritualità, su cui l’OMS ha comunque fissato dei tavoli di lavoro, per me ha una componente fondamentale: si basa sulla narrazione interiore che ciascuno di noi costruisce, fondata sui propri valori e disvalori, fatta di luci e di ombre. Benessere è quando stiamo pensando e agendo secondo i nostri valori più profondi, dando un significato che comincia a portare un po’ di chiarezza sul mistero o ad accettare la situazione, a seconda che una persona creda nel caso (un pattern mentale), nella genetica (un secondo pattern mentale), nell’epigenetica (un terzo pattern mentale), nel destino (un altro pattern mentale), e così via. È vera e provata nella letteratura scientifica questa “storia”: chi ha un’armonia mentale e di scopo, e sa anche che vi sono giorni grigi e momenti tristi nel bilancio della propria vita, e non tende a rimuoverli ossessivamente per fare finta che vada tutto bene (negazione), ma verbalizza sia le ore di sole primaverile sia il tempo lungo del rigore invernale, si ammala di meno ed è più longevo.

Nel quarto quadrante, la spiritualità, inserisco, oltre al significato, lo scopo della propria vita: averne uno o più; amare persone, il mistero, la natura, le anime delle cose è anch’esso uno scopo. Ma non basta solo provare sentimenti: in molti casi non è il sentimento a guidare l’azione, bensì l’azione a rendere possibile un cambiamento emotivo. Il fare ha un effetto diretto sui processi mentali e corporei che regolano l’umore, la motivazione e il senso di efficacia personale. Agire interrompe i cicli di pensiero ripetitivi, tipici degli stati depressivi e ansiosi, e riattiva il senso di controllo. A livello neurobiologico, il fare è associato all’attivazione dei circuiti dopaminergici legati alla ricompensa e alla motivazione, e a una modulazione dei sistemi dello stress. Il fare ha inoltre un ruolo centrale nella costruzione del senso di agency, ovvero la percezione di poter influire sugli eventi. Questo senso di efficacia è uno dei fattori più protettivi per la salute mentale: sapere di poter fare crea un benessere di origine “eudaimonica”, quello che si è conseguito dopo uno sforzo. Anche i comportamenti di aiuto e cooperazione sono associati a un aumento del benessere soggettivo e a una riduzione della solitudine e dell’introversione.

Non solo amare, ma anche fare, dunque, perché l’amore come stato interno è “inutile” se non trova una traduzione concreta. Vogliamo provare un “esperimento”? Scattiamo un “selfie” mentre stiamo rimuginando su qualcosa che non è andata come doveva, o anche sulla nostra malattia, e poi scattiamone un altro dopo che abbiamo realizzato un piccolo sforzo: un disegno, una chiamata che era lì in sospeso, aver finito di leggere un libro, aver medicato una nostra ferita… e mettiamo a fattor comune le differenze. Viso più stanco? Più luminoso? O meno stanco e più sorridente?

E torniamo alla definizione utopica dell’OMS del 1948 di salute. Quando apro un’aula con medici, studenti e infermieri, chiedo a ciascun partecipante di scrivere che cosa sia per lui o per lei la salute. Alcuni rispondono citando la definizione dell’OMS. Altri dicono: alzarsi al mattino e scoprire che il sapore del caffè è buono, con l’energia per portare a termine la giornata. C’è chi scrive di un pranzo, di un evento in famiglia, del bene che si vede e si sente nel legame che unisce, della gioia di rivedersi la sera. Altri ancora descrivono un tempo di silenzio e di quiete con sé stessi.

Io mi sento in salute mentre scrivo queste righe, perché so di essere nel senso che cerco di dare ai miei giorni: esplorazione e censura delle ovvietà e delle generalizzazioni estreme, accoglienza delle sfumate diversità. Anche se so che a qualcuno non piacerà. E allora forse oggi, per me, la salute è anche imparare a non tenere troppo conto delle opinioni altrui, rinforzare così la propria strada e avere il coraggio di percorrerla. Una strada che non è mai davvero solo nostra, perché lungo il cammino incontriamo molte altre persone.

E tu, lettore, come definiresti oggi la tua salute, al di là delle dichiarazioni delle grandi istituzioni?


PER APPROFONDIRE:

Maria Giulia Marini

Epidemiologa e counselor - Direttore Scientifico e dell'Innovazione dell'Area Sanità e Salute di Fondazione Istud. 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer, di "The languages of care in narrative medicine" nel 2018 e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. Ha pubblicato nel 2020 la voce Medicina Narrativa per l'Enciclopedia Treccani e la voce Empatia nel capitolo Neuroscienze per la Treccani. E' presidente dal 2020 di EUNAMES- European Narrative Medicine Society. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali accademici e istituzionali.

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