Retribuzioni lontane dalle aspettative, carichi di lavoro elevati e scarse prospettive di crescita stanno allontanando i giovani dalla professione del farmacista. Da uno studio condotto in Piemonte tra il 2024 e il 2025, solo il 27% degli studenti della Facoltà di Farmacia sceglierebbe di lavorare come farmacista. Secondo un’indagine del Community Pharmacy England, condotta in 4300 farmacie inglesi, il 70% dei farmacisti riporta un impatto negativo del lavoro sulla propria condizione mentale e sul benessere generale. Il 95% delle farmacie lamenta estreme difficoltà nella ricerca del personale e l’83% eccessivi carichi di lavoro.
Accanto al riconoscimento di una retribuzione adeguata e una migliore ripartizione tra il tempo del lavoro e il tempo libero, il malessere dei farmacisti ha origine nella ricerca di senso della professione, di riconoscimento sociale e personale in un contesto sanitario e di cura.
In tale scenario, la Medicina Narrativa emerge come un’opportunità preziosa, benché ancora poco esplorata.
Il project work evidenzia l’importanza di porre la relazione interpersonale al centro della professione, delineando per il farmacista un ruolo attivo nel percorso di cura. Ciò avviene attraverso l’integrazione di strumenti di Medicina Narrativa, quali le tracce narrative, la gestione delle emozioni e l’ascolto attivo.
È stata consegnata ai farmacisti una traccia narrativa semistrutturata, gestita tramite piattaforma digitale condivisa, con l’indicazione di compilarla a seguito di ogni interazione significativa.
La traccia si compone dei seguenti items: apertura della narrazione, racconto della persona, ascolto del farmacista, tempo di narrazione, conclusione della relazione, difficoltà incontrate, prospettive future.
L’analisi delle 25 narrazioni raccolte, condotta secondo la classificazione di Bury, ha rivelato che il 60% delle narrazioni sono Core, confermando la centralità della dimensione emotiva nelle relazioni in farmacia.
L’emozione riscontrata con maggiore frequenza è la curiosità, indicatore di una relazione già presente con il paziente. La curiosità è un’emozione complessa, sintesi di fiducia e stupore: solo una relazione consolidata nel tempo può far nascere lo stupore per una narrazione inaspettata. Sembra quasi che i farmacisti non credano di poter ascoltare, in quel contesto, la narrazione: “non pensavo che si fermasse a raccontarmi “.
Sono presenti anche tante altre emozioni, come la tristezza, il timore, l’ammirazione, il coraggio, l’agitazione e la preoccupazione.
Alcune narrazioni sono un misto di Core e di Moral: “ho provato pena per quella povera donna” o ancora “mi faceva tanta tenerezza.” Il rischio è quello di un approccio affettivo ed emotivo, piuttosto che di uno empatico. L’approccio empatico è un approccio cognitivo che implica la comprensione del vissuto del paziente, come dice M. Hojat[1]. Fermarsi all’aspetto emotivo fa perdere di vista l’obiettivo della Medicina Narrativa, che è quello di aiutare il paziente e di conseguenza il farmacista si percepisce inadeguato: “non abbiamo le competenze”, “mi sento inopportuna”.
Le metafore ricorrono frequentemente nei racconti. Immagini come “siamo macchine che si rompono” risultano disfunzionali, perché non facilitano la soluzione del problema. La persona che l’ha detta stava pensando alla moglie ed alla figlia gravate da problemi di salute; scuoteva la testa, lasciando intendere che la situazione non potrà migliorare. La metafora, quindi, aiuta a capire immediatamente lo stato emotivo ed il punto di vista della persona.
Anche i farmacisti le usano: “giornata pesante “, “quadro complesso “, “mettersi nei panni degli altri“ sono solo alcune delle metafore usate abitualmente per descrivere le relazioni.
Analizzando le tracce, emerge come l’apertura di una narrazione avviene per l’80% delle volte a cura del paziente. Spesso il farmacista non pone sufficiente attenzione al fatto che ha davanti una persona che è venuta in farmacia per un problema di salute e si limita alla dispensazione del farmaco, senza indagare ulteriormente con domande quali ad esempio “come sta? “o “come si trova con questo farmaco?”. Eppure, il bisogno di narrare è così forte che, come dice Artur Frank[2] nel “Narratore ferito”, è come “se il telefono squillasse e qualcuno chiedesse cosa sta succedendo”. La persona ha bisogno di parlare della sua malattia con un operatore sanitario. “Le storie ci chiamano, che lo vogliamo oppure no.”

L’ascolto è la parte più delicata: il farmacista non è abituato ad ascoltare e tende ad interrompere. Il contesto spesso non aiuta perché nella farmacia c’è spesso confusione ed affollamento.
Il tempo medio di ogni narrazione è di sei minuti. Il tempo è un elemento fondamentale per dare spazio alla Medicina Narrativa: il titolare dovrebbe adeguare il numero dei farmacisti al tempo necessario per parlare con i pazienti e togliere i lavori inutili, automatizzando il più possibile le procedure ripetitive.
Lo spazio fisico è molto importante: la farmacia di per sé è un luogo antinarrativo: cartelli, espositori, prodotti impediscono una relazione autentica e non permettono nessuna narrazione. Per utilizzare un approccio narrativo occorre creare aree protette dove la persona possa esprimersi, senza paura di essere ascoltata da estranei: banchi che invitano al dialogo, illuminazione calda ed accogliente, spazi ricchi di piante e privi di espositori.
In conclusione, si profila una sfida imprenditoriale, basata su un cambio di paradigma: il successo di una farmacia si misura non sul numero di scontrini battuti ma sulla profondità delle relazioni costruite. Solo attraverso questa valorizzazione del ruolo clinico e umano il farmacista può ritrovare stimoli professionali e il paziente un reale valore aggiunto nel servizio ricevuto.
[1] M. Hojat, Empathy in Health Professions Education and Patient Care, Springer, 2016
[2] A. W. Frank, Il narratore ferito: Corpo, malattia, etica, Piccola Biblioteca Einaudi, 2022
