PROFESSIONISTA SANITARIO: MORAL INJURY ATTRAVERSO LE NARRAZIONI

Project Work della XVII edizione del Master in Medicina Narrativa Applicata di Marco Pivotto e Lara Pasin

“La salute del mio paziente sarà la mia prima preoccupazione” (Giuramento di Ippocrate, FNOMEcO).  Chi pratica una professione sanitaria, nel tempo inevitabilmente si accorge che il giuramento di Ippocrate gode di un’ottima salute ideale, ma non descrive le caratteristiche di un contesto esigibile nella pratica clinica. Da un lato, infatti, il giuramento è una presenza dominante nel palcoscenico etico di un professionista sanitario, nonché il binario morale delle azioni di cura (se non altro per chi indossa la veste professionale con onore). Tuttavia, il sistema di cura è sempre più pressante verso altri stakeholders oltre il paziente: la burocrazia, la digitalizzazione, le tempistiche prestazionali, i caregivers, ecc.”

Ogniqualvolta l’agire clinico viene smussato, contravvenendo all’interesse migliore per il paziente, il professionista può incorrere nella percezione di un insulto al proprio codice valoriale: ecco la genesi di un episodio di moral injury. Si consuma una sfida interiore  fra conoscere di cosa il paziente ha bisogno e la coincidente incapacità di poterlo soddisfare attraverso il proprio operato, non per incompetenza propria, ma per aspetti contestuali limitanti che eccedono il controllo del professionista.

Non si tratta nemmeno di un fenomeno che nasce dall’incapacità del professionista di dare un tono di realtà al proprio codice etico, né da una sopravvalutazione onnipotente delle proprie capacità di cura, ma dal fatto che l’agire possibile è sabotato dal contesto operativo. Dalla rielaborazione e dalla stratificazione individuale di tutti i distress situazionali che l’atto di cura trova sulla sua strada, nasce uno stato di profondo distress psichico: il moral injury nella sua forma più piena. Da ciò ne conseguono facilmente strascichi sull’individuo (senso di colpa verso gli altri e se stessi, alta autocritica, depressione, ansia, disagio, cinismo) e nei confronti delle capacità di cura del paziente (perdita della capacità di presa in carico, perdita di integrità morale, abbassamento della soglia etica). Questi aspetti diventano fattori predittivi di insoddisfazione lavorativa, burnout e abbandono della professione. Peraltro il moral injury interessa in particolare le figure con una più alta capacità empatica e con un profilo valoriale più alto, ossia le figure che di più contribuiscono alla qualità della relazione con il paziente in un contesto di cura.

Va notato che la letteratura che si spende sull’argomento, gravita ancora molto sull’inquadramento teorico, ma difetta della controparte empirica di come il fenomeno viva nella realtà. Ecco che la medicina narrativa rappresenta un’ottima cornice di indagine, in cui i professionisti possono dare parola ad un vissuto, ad un sentire e contestualizzare le difficoltà. Il project work che nasce da questi intenti si avvale di un form Google, anonimo, dal titolo “Professionista sanitario: quale benessere?” e composto da due parti salienti. La prima parte vuole raccogliere alcune parole che, per il partecipante, aggreghino significato intorno alla professione (“che parole sceglieresti come rappresentative del tuo rapporto con la professione in questo momento?”). La seconda parte usa 4 ipotetiche cartelle parallele di professionisti sanitari che descrivono situazioni dense di sfumature moral injury (non si cita mai cosa è il moral injury, né il fatto che sia il focus dello studio, per non influenzare la spontaneità o cosa il professionista sceglie di attenzionare). Si invitano i partecipanti a  leggerle e a dare poi una restituzione scritta delle loro impressioni, invitati e guidati da una traccia semi-strutturata. La parte di analisi ha previsto un framework in tre parti. Gli scritti vengono prima analizzati in rapporto a 39 items divisi nelle macroaree più sensibili per l’indagine: analisi linguistica, delle relazioni, delle rappresentazioni del sistema di cura, delle caratteristiche del moral injury e la classificazione di Bury. In secondo luogo, vengono creati degli item di sintesi per classificare, in forma sistematica, la distanza o la vicinanza che un dato stralcio di narrazione ha rispetto alle caratteristiche tipiche del moral injury (es.: “Una sorta di appiattimento sembra avermi colto” si allinea facilmente ad un item di sintesi a maggiore densità di moral injury). Infine, si conduce un’analisi orizzontale degli elementi tematici comuni. I risultati tengono conto di 16 narrazioni (infermieri, medici e fisioterapisti) e vedono 7 di queste presentare un’alta densità di items legati alle caratteristiche del moral injury, tre in particolare con un’impronta totalizzante del moral injury sulla narrazione. In quest’ultimo caso il fenomeno si è infiltrato a tal punto da trasfigurare il modo in cui il professionista si qualifica nelle parole iniziali scelte per rappresentare il rapporto con la professione: “sfruttamento”, “svalutazione”, “Un pesce fuor d’ acqua”. Un sentire che trova il suo spazio di chiarimento attraverso le diverse scelte espressive disseminate nelle 7 “narrazioni moral injury”:

La colonna rotta – Frida Kahlo

“Fugace approccio con il lato umano”

“spesso costretta a mentire o a modulare la verità per non compromettere l’immagine del centro”

“Io mi sento spesso in una professione svilente e a volte insopportabile”

“siamo buttati in un vortice di prestazioni da fare e non c’è il tempo”

“l’uomo non è più visto come persona e già solo per questo degno di ogni valore, ma come numerico ingranaggio di un sistema”

“Mi sento impotente…”

Se aver trovato queste frasi nelle narrazioni consegna un esito positivo rispetto al raggiungimento degli obiettivi del progetto, non si può però dire che restituiscano un quadro di conforto sulla salute dell’agire del professionista sanitario. A pensarci sono le altre narrazioni, non intaccate da caratteristiche di moral injury, le cui parole chiedono spazio, per valorizzare quello sguardo che restituisce valore e dignità al gesto di cura. E’ al sentimento di condivisione e di appartenenza alla professione di cura che si rivolge l’invito a diffondere queste ultime parole affinché siano motivo di riflessione e di spunto per chi vorrà servirsene.

“Amo questo lavoro anche se non è considerato”

“Ognuno di noi cerca di fare del proprio meglio in quello che c’e’”

“Avere a fianco colleghi che condividevano le mie stesse sensazioni mi ha aiutata molto e mi ha permesso di trovare il coraggio di cambiare le cose”

“Ho notato in me la differenza nel lavorare con presenza dando ascolto. A fine giornata mi sento di aver costruito anche una relazione di qualita’ che incide molto anche sul mio benessere e sulla mia soddisfazione personale, perche’ li incontro anche i miei valori”.

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