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Pandemic literature: perché ne sentiamo il bisogno, e cosa ci insegna?

Diversi autori e scrittori si sono chiesti il motivo del crescente interesse verso la cosiddetta pandemic literature – e più in generale la pandemic fiction – a cui abbiamo assistito dallo scoppio della pandemia di COVID-19.

Come riportato da , una motivazione può essere il fatto che

The fictional version lets us feel some small piece of what the real version could feel like. And then, because it’s a story, it gives viewers the comfort of turning the fear into an arc.

Leggere storie che parlano di pandemie o grandi disastri, può essere d’aiuto a costruire una narrazione, un senso, in un momento di forte destabilizzazione: le storie, la fiction, hanno una forma, e una risoluzione, in qualche modo.

Vi sono diversi modelli di storie di pandemia, e in molti di essi il contagio e la pandemia sono sintomo di qualcosa di diverso, di più profondo:

In Camus’s The Plague, it’s the absurdity of all life; in Ling Ma’s Severance, it’s consumerism and capitalism. Or, like zombie stories, something else becomes the metaphorical embodiment of the pandemic (see: Edgar Allen Poe’s “Masque of the Red Death”). But in each case, the pandemic story is some iteration of helplessness and agency, and the fiction of it means that the worst of the helplessness is contained in some way. Sometimes the containment comes by focusing on competent characters who save the world, and sometimes the thing that keeps the helplessness in check is the simple promise of being a story. It’s the same terror, but it’s set inside an enclosed narrative frame. One of the oldest plague stories is The Decameron, published in Italy around 1353, about a small group of people who flee Florence to escape the Black Death and spend two weeks telling each other stories to distract from the horror around them. Their stories are not about the plague, mostly. They’re love stories and tragedies and political commentaries and jokes. But the premise relies on the same central idea, that one of the first responses to helplessness is to find a way to tell stories about it.

Ma proviamo ad andare ancora più a fondo. In un acuto articolo sul New York Times, Orhan Pamuk , che è alle prese con la scrittura di un romanzo storico ambientato durante la pandemia di peste bubbonica del 1901, affronta proprio il tema di cosa ci possono insegnare secoli di pandemic novels. Innanzitutto, Pamuk rileva diverse somiglianze tra l’attuale pandemia di COVID-19 e le storiche epidemie di peste e colera, ma in particolare

Throughout human and literary history what makes pandemics alike is not mere commonality of germs and viruses but that our initial responses were always the same.

Ossia, la negazione: al ritardo con cui i governi affrontano le epidemie si accompagnano spesso distorsioni e manipolazioni dei fatti – un’infodemia, per utilizzare una parola ricorrente in questi mesi – e fenomeni di stigmatizzazione ed esclusione sociale che pospongono ulteriormente la messa in atto di misure efficaci.

Come argomenta Pamuk, ripercorrendo alcuni capolavori della letteratura:

In the early pages of “A Journal of the Plague Year,” the single most illuminating work of literature ever written on contagion and human behavior, Daniel Defoe reports that in 1664, local authorities in some neighborhoods of London tried to make the number of plague deaths appear lower than it was by registering other, invented diseases as the recorded cause of death. In the 1827 novel “The Betrothed,” perhaps the most realist novel ever written about an outbreak of plague, the Italian writer Alessandro Manzoni describes and supports the local population’s anger at the official response to the 1630 plague in Milan. In spite of the evidence, the governor of Milan ignores the threat posed by the disease and will not even cancel a local prince’s birthday celebrations. Manzoni showed that the plague spread rapidly because the restrictions introduced were insufficient, their enforcement was lax and his fellow citizens didn’t heed them.

Gran parte della letteratura sulle pandemie – la peste in particolare – descrive spesso l’incuria, l’incompetenza e l’egoismo di chi è al potere. Ma, seguendo la riflessione di Pamuk, in questa letteratura possiamo trovare anche altro, qualcosa di intrinseco alla condizione umana. E questo “qualcosa” ci riporta all’informazione e alla consapevolezza.

In a world without newspapers, radio, television or internet, the illiterate majority had only their imaginations with which to fathom where the danger lay, its severity and the extent of the torment it could cause. This reliance on imagination gave each person’s fear its own individual voice, and imbued it with a lyrical quality — localized, spiritual and mythical.

Anche noi abbiamo vissuto una situazione simile: pensiamo agli episodi di xenofobia avvenuti in Italia e in altri paesi occidentali quando il COVID-19 era identificato con la Cina (e di conseguenza, con tutte le persone dai tratti somatici asiatici). Anche il COVID-19, come la peste,  è stato dipinto come una cosa che veniva da fuori, dall’estero, portata con l’intento di nuocere. Come nelle conspiracy theories che abbiamo ascoltato in questi mesi:

Rumors about the supposed identity of its original carriers are always the most pervasive and popular. […] The history and literature of plagues shows us that the intensity of the suffering, of the fear of death, of the metaphysical dread, and of the sense of the uncanny experienced by the stricken populace will also determine the depth of their anger and political discontent.

Secondo Pamuk, però, ciò che stiamo vivendo può essere diverso dalle epidemie del passato: se la paura di morire ci fa sentire soli, riconoscere che tutti, a livello globale, stiamo vivendo la stessa paura, ci può far uscire da questa solitudine, abbracciando la solidarietà, la comprensione reciproca:

Eventually I realize that fear elicits two distinct responses in me, and perhaps in all of us. Sometimes it causes me to withdraw into myself, toward solitude and silence. But other times it teaches me to be humble and to practice solidarity.

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Laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata nel campo dell’antropologia medica, ha condotto attività di formazione a docenti, ingegneri e medici operanti in contesti sia extra-europei che cosiddetti “multiculturali”. Ha partecipato a diversi seminari e conferenze, a livello nazionale e internazionale. Ha lavorato nel campo delle migrazioni e della child protection, focalizzandosi in particolare sulla documentazione delle torture e l’accesso alla protezione internazionale, svolgendo altresì attività di advocacy in ambito sanitario e di ricerca sull’accesso alle cure delle persone migranti irregolari affette da tubercolosi. Presso l’Area Sanità di Fondazione ISTUD si occupa di ricerca, scientific editing e medical writing.

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