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Fame di pelle e distanziamento sociale: il punto di vista delle neuroscienze

Durante la pandemia da COVID-19, in molti ci siamo trovati ad affrontare il lockdown e il distanziamento sociale in una condizione di solitudine che la tecnologia è riuscita a colmare solo in parte.

I social media e le piattaforme online ci hanno permesso di rimanere in connessione con molte persone, non solo parlando ma addirittura potendosi vedere a vicenda. Come riportato in un articolo su The Conversation da Emily Cross e Anna Henschel, uno studio ha dimostrato che le persone che interagiscono tramite chat video riportano un maggiore senso di presenza sociale e maggior coinvolgimento. I robot, d’altra parte, possono aiutare le persone isolate a sentirsi meno sole, dal momento che rappresentano una “incarnazione”. Cross e e Henschel riportano uno studio di controllo randomizzato sull’utilizzo di Paro, un robot cucciolo di foca: i residenti di una casa di cura che hanno interagito con esso, hanno riportato una diminuzione dei sentimenti di solitudine.

Ma appunto, la tecnologia non è riuscita a sostituire pienamente la nostra spinta a creare connessioni, relazioni, affetti. Proseguono Cross e Henschel,

When we spend quality time with another person, we experience intrinsic joy. Brain scanning studies show that subcortical brain regions, such as the ventral striatum, which plays an important role in motivation, are activatedwhen receiving monetary and social rewards. When we feel lonely and rejected, brain regions associated with distress and rumination are activated instead. This may be due to evolution driving us to establish and maintain social connections to ensure survival. Lonely people also have a more negative focus and anxiously scrutinise people’s intentions. Sometimes this can become so strong that it makes us feel even more lonely – creating a vicious cycle.

La solitudine ha quindi un impatto a livello neurologico e persino a livello fisico, ed è trovata predittiva per la mortalità. Alcuni psicologi hanno teorizzato che la solitudine possa fungere anche da “campanello d’allarme” biologico: ci spinge a cercare un legame, come la fame ci avverte che abbiamo bisogno di mangiare. Come riportato da Lydia Denworth in un articolo su Scientific American, nel marzo 2020, Livia Tomova e colleghi del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e del Salk Institute for Biological Studies hanno pubblicato un rapporto preliminare – non ancora sottoposto a peer-review – su bioRxiv, in cui sostengono proprio questo: che la solitudine e la fame condividano segnali profondi in una parte del cervello che governa impulsi basilari per la ricompensa e la motivazione. La conclusione degli autori è che il bisogno che abbiamo di essere in relazione con altre persone è fondamentale quanto la necessità di mangiare: il contatto sociale è un bisogno imprescindibile.

Durante il distanziamento sociale, la sensazione di solitudine è diventata propriamente fisica. Abbiamo sentito la mancanza dell’abbraccio, del tocco e della presenza fisica: la fame di pelle, il bisogno biologico del tocco umano, come lo definisce Sirin Kale in un articolo su Weird. Il tatto si rivela fondamentale per la funzione immunitaria, riducendo i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, che quando sono troppo alti, esauriscono il nostro sistema immunitario. Il tatto rilascia anche ossitocina.

Come conclude Kale:

[H]uman touch is biologically good for you. Being touched makes humans feel calmer, happier, and more sane.

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Laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata nel campo dell’antropologia medica, ha condotto attività di formazione a docenti, ingegneri e medici operanti in contesti sia extra-europei che cosiddetti “multiculturali”. Ha partecipato a diversi seminari e conferenze, a livello nazionale e internazionale. Ha lavorato nel campo delle migrazioni e della child protection, focalizzandosi in particolare sulla documentazione delle torture e l’accesso alla protezione internazionale, svolgendo altresì attività di advocacy in ambito sanitario e di ricerca sull’accesso alle cure delle persone migranti irregolari affette da tubercolosi. Presso l’Area Sanità di Fondazione ISTUD si occupa di ricerca, scientific editing e medical writing.

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