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Minimal English in sanità: intervista a Cliff Goddard

Ospitiamo un’intervista al prof. Cliff Goddard, linguista presso la Griffith University, a Queensland, Australia. Assieme ad Anna Wierzbicka, è tra i promotori del Natural Semantic Metalanguage.

 

Inglese e Minimal English: quali sono le principali differenze?

Ci sono due differenze di base. La prima riguarda il fulcro del vocabolario del Minimal English, che è molto più ristretto del completo, normale inglese – solamente circa 200 parole. La seconda riguarda il fatto che queste parole, e la grammatica basilare che le accompagna, sono traducibili, per quanto ne sappiamo, in tutte le altre lingue del mondo, o quasi.

Insieme, questi due aspetti significano che il Minimal English offre alle persone un modo di parlare e di pensare che è sia molto semplice che molto chiaro (niente termini tecnici o astratti), e allo stesso tempo, molto trasponibile in altri linguaggi e culture.

Un nuovo libro (“Minimal English for a Global World”, che sta per essere pubblicato quest’anno da Palgrave), riassume il tutto in questo modo:

Il Minimal English è una versione altamente ridotta dell’inglese che può assicurare una massima traducibilità senza comprometterne l’intelligibilità”.

Il Minimal English è basato sulla ricerca di linguisti specialisti sul campo della semantica cross-linguistica, che è la scienza di come i differenti linguaggi esprimono i significati in maniera diversa. Dopo decenni di lavoro, questi linguisti hanno costruito molte conoscenze riguardanti i blocchi basilari del significato, e riguardo il genere di parole che esistono in tutte, o nella maggior parte, dei linguaggi, rispetto quel genere di parole che sono specifiche di una sola lingua, come l’inglese, o ad una zona culturale, come l’”Eurozona”.

In ogni caso, quando prima ho detto che il “fulcro del vocabolario” del Minimal English si aggira attorno alle 200 parole, non intendevo che il vocabolario sia fissato assolutamente a quel numero. Il Minimal English è inteso per essere flessibile e adattabile. In contesti particolari e per scopi specifici, può espandersi. Perché no? Purché le parole addizionali siano attentamente scelte per essere più poche possibile e il più possibile traducibili. Per esempio, in molte parti del mondo per comunicare importanti messaggi sanitari, sarebbe meglio aggiungere parole come “zanzare”, semplicemente perché molte malattie sono diffuse dalle zanzare. L’idea dietro il Minimal English è di costruire sui vantaggi dell’inglese come una lingua franca globale, riducendone gli svantaggi.

 

Quali sono gli svantaggi?

Bene, prima vorrei sottolineare che ci sono dei vantaggi nell’avere una lingua franca globale, ad esempio è chiaro che l’inglese possa velocemente assumere questo ruolo. I vantaggi sono ad esempio una comunicazione migliorata attraverso un linguaggio comune. Ma la diffusione dell’inglese ha i suoi svantaggi. Spesso vi è l’impressione di una buona comunicazione, ma al di sotto della superficie può nascondersi molta comunicazione mancata e incomprensione invisibili.

I parlanti madrelingua dell’inglese (anglici, se possiamo chiamarli così) sottostimano comunemente quante parole anglo-inglesi mancano di precisi equivalenti in altre lingue, perfino nei linguaggi più europei. Questo vale sia per “parole semplici”, come “fair”, “mind”, “fact”, “friend”, “rude”, e “sex”, e per parole più “educate” come “evidence”, “violence”, “cooperation”, “commitment” e “relations”. Tutte queste parole trasportano molto del bagaglio culturale anglico e non viaggiano bene attraverso le lingue.

Vi sono inoltre molte parole chiave della cultura Europea più stretta che sono “intraducibili”, come “system”, “structure”, “function”, “information”, “rational”, e “politics”. Possono avere equivalenti simili nella maggior parte dei linguaggi europei, ma non in molte altre lingue del mondo.

Il Minimal English punto ad essere “inglese minimale”, nel senso di trasportare (o contrabbandare) il minor numero possibile di significati anglo-culturali. Punta ad essere un “inglese senza l’anglocentrismo”, se questo ha un senso.

 

E riguardo al Minimal Italian?

Certo, c’è un Minimal Italian, così come c’è un Minimal Chinese, un Minimal Spanish, un Minimal Arabic, e così via.

Ognuno di questi linguaggi Minimal dovrebbe corrispondere strettamente l’uno con l’altro, sia nelle parole basilari che nella grammatica basilare – perché sia le loro parole che la loro grammatica sono ristrette al fine d’essere il più possibile chiare e traducibili.

 

Perché credi che il Minimal English sia importante?

Sono tre le ragioni principali. Il Minimal English può aiutare le persone a dire cose in una maniera più semplice da comprendere, e anche più facile da tradurre attraverso le barriere linguistiche. Allo stesso modo l’uso del Minimal English (o del Minimal Italian, per quello che conta) può aiutare le persone a pensare più chiaramente. Quando siamo costretti a lasciar perdere il vocabolario complicato, siamo agevolati nel ricercare le idee essenziali che vogliamo esprimere. Il sottotitolo del libro che ho citato prima (“Minimal English for a Global World”), è “Improved communication using fewer words”, ma potremmo tranquillamente aggiungere “Improved thinking using fewer words”.

Ritornando alla traducibilità, in un contesto globale rappresenta una grossa sfida, nei termini di una comunicazione efficacie e in termini economici. C’è un grosso carico di traduzioni in corso nel mondo d’oggi, specialmente nella scrittura basata sulle informazioni di tutti i generi: riguardante la sanità, l’educazione, lo sviluppo comunitario, le problematiche ambientali, i libri di testo scolastici, i manuali di sicurezza, le informazioni per il consumatore… e la lista prosegue.

Vi sono molti “costi nascosti” di una traducibilità povera. Ha molto senso scrivere dal principio tenendo a mente la traducibilità, ovvero scrivere testi con parole il più possibile traducibili. Per questo auspichiamo che il Minimal English avrà un forte impatto in molti settori.

Il Minimal English ha applicazioni potenziali anche nel linguaggio tecnologico e nell’elaborazione dei dati, ma prima di tutto si tratta di un fattore umano.

 

Credi che il Minimal Language (English, Italian, Chinese..) aiuterà a migliorare le relazioni fra dottori e pazienti, evitando l’intrusione di un linguaggio scientifico, tecnico, e così via?

Certamente, e anche molto. Tutto ciò che può aiutare i professionisti a parlare più chiaramente e più “personalmente” è un bene – non sono tra dottori e pazienti, ma anche tra altri professionisti e i loro clienti. Molto spesso, il linguaggio scientifico, si comporta come una barriera tra le persone.

Nel reame della medicina e della sanità, in ogni caso, il Minimal English (e gli altri linguaggi Minimal) potrebbe perfino essere più rilevante e d’aiuto che in altri settori. Come ci ha mostrato l’approccio narrativo, c’è un grande bisogno di “ri-umanizzare” l’incontro tra dottori e pazienti, e di promuovere l’idea di aiutare la persona nella sua interezza.

Secondo me, il linguaggio scientifico (tecnico) non può solo portare sulla strada di una buona comunicazione fra le persone, ma può anche incoraggiare una specie di “oggettificazione” delle persone e delle loro situazioni quotidiane, spostando l’attenzione lontano dai sentimenti e dalle storie di vita.

Mi pare ovvio che un gran bene possa scaturire dall’incontro tra la medicina narrativa e il Minimal English, ma anche che c’è un grosso affare ancora da imparare – riguardante il modo migliore di applicare il Minimal English nel dominio sanitario e il modo migliore di promuoverlo attraverso l’educazione professionale e l’addestramento.

 

Minimal English for a Global World: Prof. Cliff Goddard at the Workshop on Minimal English and NSM semantics, Australian National University on 17-18 March 2017.

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Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

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