LO SPAZIO DELL’INVISIBILE – La spiritualità nei centri di cura

Articolo a cura di Roberto Massaro, presbitero della Diocesi di Conversano-Monopoli, docente presso la Facoltà Teologica Pugliese e diverse università pontificie, dirige Apulia Theologica e la collana Theologica. Collabora inoltre con Credere Oggi e con l’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della CEI.


C’è un momento preciso, nel decorso di una malattia importante, in cui le parole della medicina ufficiale non bastano più. Accade quando la diagnosi è stata pronunciata, i protocolli terapeutici sono stati avviati e la macchina organizzativa dell’ospedale funziona a pieno ritmo. Eppure, proprio in quel perfetto ingranaggio di efficacia clinica, qualcosa trema. È il terreno sotto i piedi del paziente, che improvvisamente può sgretolarsi di fronte a domande enormi: Chi sono io adesso che il mio corpo si sta trasformando? Dov’è finito il mio futuro? Che senso ha tutto questo?

Per molto tempo la cultura sanitaria occidentale ha derubricato queste domande a “questioni personali”, quasi dei dettagli privati da gestire fuori dal reparto, oppure le ha relegate alla sfera puramente religiosa. Ma la sofferenza umana non è fatta a compartimenti stagni. Quando un corpo si ammala, si ammala l’intera persona con la sua biografia. Ed è qui che si inserisce quella dimensione che oggi, con sempre maggiore urgenza, chiamiamo “spiritualità”.

Non parliamo di fede cattolica o di confessioni religiose – sebbene per qualcuno la religione sia indubbiamente un sostegno importante – né di amministrazione di sacramenti o recita ripetitiva di preghiere. Parliamo di qualcosa di più universale: il bisogno innato di ogni essere umano di trovare un significato nell’esperienza, di sentirsi connesso agli altri e al mondo, di conservare una speranza e di vedere riconosciuta la propria dignità, specialmente quando l’autonomia personale si va frantumando.

La metamorfosi dell’identità nelle corsie

Se pensiamo a patologie a lungo termine, a malattie neurodegenerative come la SLA o le demenze o ai tumori cerebrali, ci accorgiamo che la vera sfida non è solo la gestione del sintomo fisico. La vera ferita è la progressiva perdita di parti di sé. Chi perde la capacità di muoversi, di parlare o di ricordare attraversa un lutto continuo della propria identità. Cambiano i ruoli in famiglia, svanisce il lavoro, si modifica la rete sociale.

In queste situazioni, i bisogni spirituali non sono fissi né facilmente individuabili; cambiano perché è il corpo stesso a cambiare. E così, all’iniziale rabbia e ricerca di un perché, si sostituisce la richiesta di stabilità di fronte all’impatto della diagnosi. Poi, subentra la necessità di non sentirsi un peso, di lasciare un buon ricordo di sé, di riconciliarsi con le proprie fratture interiori.

I centri di cura non possono ignorare questi processi, altrimenti finiscono per curare la malattia e abbandonare il malato: un paradosso clinico ed etico che la medicina narrativa cerca da anni di scardinare, rimettendo la storia del paziente al centro del percorso terapeutico.

Il “toolbox” del silenzio e della presenza

Ma come si fa, concretamente, a fare spazio alla spiritualità in un reparto di ospedale o in un hospice, dove i tempi sono spesso dettati da turni frenetici e scadenze burocratiche? La risposta non sta nell’aggiungere un’ennesima procedura formale o un questionario standardizzato. Essa si radica, piuttosto, in una vera e propria «conversione» di come comprendere ed esercitare le professioni sanitarie nei luoghi di cura.

La cura spirituale, infatti, non è e non può essere solo una competenza esclusiva di una figura specializzata – come un cappellano o uno psicologo –, ma piuttosto una responsabilità che tutta l’équipe curante condivide. Passa attraverso piccoli gesti che ridefiniscono lo spazio clinico. Si esprime nella capacità di fare una domanda aperta e di saper abitare la risposta, anche quando quella risposta è un pianto o un silenzio pesante.

Soprattutto nelle fasi avanzate della malattia, o quando la parola viene meno – si pensi anche alle cure palliative pediatriche, dove il bambino non ha ancora gli strumenti linguistici per astrarre il proprio dolore –, la spiritualità si fa “corporea”. Diventa l’atto di rimanere seduti accanto al letto senza l’ansia di dover fare qualcosa a tutti i costi. Diventa un tocco leggero sulla mano, la scelta di una musica di sottofondo, il rispetto per un oggetto caro posato sul comodino, o la creazione di un ambiente che non sappia solo di disinfettante, ma di vita vissuta. I gesti non verbali e la presenza fisica sono, in molti casi, l’unico ponte rimasto per mantenere la connessione con l’altro/a.

Una cura che include chi resta

Questo approccio non può escludere i familiari e i caregiver, che spesso vivono una sofferenza spirituale parallela, fatta di impotenza e di quello che solitamente viene chiamato “lutto anticipatorio”. Accompagnare una persona cara verso il tramonto della vita significa veder crollare i propri punti di riferimento. Offrire uno spazio di ascolto ai familiari – riconoscere il loro dolore esistenziale e non solo la loro fatica fisica – è parte integrante dell’atto terapeutico.

In fondo, integrare la dimensione spirituale nei centri di cura significa fare un atto di umiltà: riconoscere che la medicina ha dei limiti invalicabili, mentre l’“assistenza spirituale” non ne ha. Significa accettare che, anche quando non c’è più spazio per la guarigione del corpo, c’è sempre un immenso spazio per la tutela della storia di una persona, della sua dignità e del suo senso; significa anche trasformare gli ospedali da luoghi in cui si combatte solo una battaglia contro la morte a spazi in cui si protegge la qualità e il significato della vita, fino all’ultimo istante. Esistono persone inguaribili, ma non persone incurabili!

Mi sia consentito un esempio che prendo dalla mia spiritualità… Infatti, credo che il movimento di “accostamento”, in cui la cura smette di essere un protocollo e diventa un incontro ravvicinato, possa trovare un’eco potente in una delle pagine più belle dei Vangeli: l’incontro di Gesù con il lebbroso all’inizio dell’opera dell’evangelista Marco (Mc 1,40-45), Gesù viene raggiunto dal povero infermo che implora la guarigione. Le restrizioni previste dal libro del Levitico (Lv 13,45-46) non lasciavano scanso a equivoci: il malato di lebbra doveva stare «fuori dell’accampamento», gridare «Impuro! Impuro!» e non avere contatti con nessun uomo o donna, altrimenti avrebbe trasmesso loro la sua impurità (inguaribile e anche emarginato!). Ciò che colpisce del brano non è solo la trasgressione di queste norme (da parte del lebbroso e da parte del Maestro), né l’immediata guarigione (che ritroviamo in altri episodi nei Vangeli), quanto, piuttosto, il profondo fremito di compassione che la vista dell’uomo suscita in Gesù: «Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse…» (Mc 1,41). L’attenzione è tutta non sul gesto miracoloso, ma sulla relazione tra i due personaggi.

Riscoprire la sofferenza come chiamata all’alterità è un tratto di “vicinanza spirituale” che il vissuto di Cristo ci trasmette. Se l’alienazione dal proprio e dall’altrui dolore sono rischi del vissuto dell’uomo che non accetta la sua condizione limitata, soffrire e identificarsi con chi soffre, vivere e praticare l’empatia sono tratti caratteristici del nostro essere personale, la cui identità è fortemente legata alla relazione con l’altro/a.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.