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L’infodemia del COVID-19 e le strategie per una corretta informazione

A seguito dell’introduzione di strumenti di comunicazione sempre più potenti, in grado di diffondere notizie e informazioni a livello globale nel giro di pochi secondi, la comunicazione emerge sempre più come uno degli aspetti più complessi da gestire nel campo della sanità pubblica. Su Scienza in Rete, Ernesto Carafoli ed Enrico Bucci ragionano su un tema urgente, ossia l’ipertrofia informativa a cui siamo esposti: informazioni spesso difficili da verificare, e che spesso trovano nei social network e in modalità di informazione sempre più accelerate un notevole propulsore. Basti pensare ai circa 2 milioni di tweet contenenti teorie cospirative sul coronavirus che sono stati pubblicati tra gennaio e febbraio, secondo un rapporto del Washington Post.

Dunque, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lavora ininterrottamente per rallentare la diffusione dell’epidemia di coronavirus COVID-19, molti esperti di comunicazione e scienziati denunciano un’altra epidemia, quella di disinformazione, che prende il nome di infodemia. Il termine viene introdotto dalla stessa OMS – poi ripreso dalla stampa internazionale – in un suo Situation Report nCoV. Come ha dichiarato il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera il 15 febbraio,

Non stiamo solo combattendo un’epidemia, stiamo combattendo un’infodemia,

proprio per indicare il possibile grave danno alla salute pubblica – e globale – che possono apportare delle informazioni scorrette o false. Il team di comunicazione del rischio dell’OMS ha lanciato una nuova piattaforma informativa chiamata WHO Information Network for Epidemics (EPI-WIN), con l’obiettivo di condividere informazioni “su misura” con specifici gruppi target.

Come dichiara sulle pagine del Lancet Sylvie Briand, direttrice della gestione dei rischi infettivi presso il programma di emergenza sanitaria dell’OMS e architetto della strategia dell’OMS per contrastare il rischio infodemico,

Quindi non si tratta solo di informazioni per assicurarsi che le persone siano informate, ma anche di assicurarsi che le persone siano informate per agire in modo appropriato.

Nel 2005 l’OMS ha pubblicato le Outbreak Communication Guidelines, riconoscendo che la competenza in materia di comunicazione è diventata essenziale per il controllo delle epidemie tanto quanto la formazione epidemiologica e le analisi di laboratorio. Questi alcuni dei punti più importanti riconosciuti dall’OMS:

  • Fiducia: è la pietra angolare della comunicazione in contesti di emergenza. Le ricerche mostrano che la diffidenza del pubblico nei confronti dei funzionari della sanità pubblica rende meno probabile che il pubblico segua le istruzioni per la gestione delle epidemie. Ed è importante che la fiducia esista anche tra i responsabili delle politiche da attuare, chi comunica, e il personale tecnico, di modo da garantire un coordinamento.
  • Non devono esserci buchi tra una informazione e l’altra: più si trattengono le informazioni, maggiore sarà l’ansia delle persone. È meglio che l’autorità competente rilasci al più presto informazioni, per quanto siano preoccupanti, per conferire legittimità alle azioni e ridurre il panico pubblico.
  • Trasparenza: questa porterà a una maggiore fiducia da parte delle persone solo se le misure imposte appariranno giustificate nel contesto in cui vengono prese.
  • Dialogo con il pubblico: i messaggi rivolti alle persone dovrebbero includere informazioni specifiche che queste possono utilizzare per rendersi meno vulnerabili; questo darà un senso di potere e controllo sulla salute e la sicurezza personale, portando a una maggiore adozione delle istruzioni per la gestione delle epidemie.

In un’era in cui abbiamo ansia di comunicare (e di essere i primi a farlo), dovremmo ricordarci che comunicare, dal latino, vuol dire mettere in comune: durante questa epidemia, di cui ancora non vediamo la fine, potremmo cogliere l’occasione per ridare un senso al comune e alla comunità.

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Laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata nel campo dell’antropologia medica, ha condotto attività di formazione a docenti, ingegneri e medici operanti in contesti sia extra-europei che cosiddetti “multiculturali”. Ha partecipato a diversi seminari e conferenze, a livello nazionale e internazionale. Ha lavorato nel campo delle migrazioni e della child protection, focalizzandosi in particolare sulla documentazione delle torture e l’accesso alla protezione internazionale, svolgendo altresì attività di advocacy in ambito sanitario e di ricerca sull’accesso alle cure delle persone migranti irregolari affette da tubercolosi. Presso l’Area Sanità di Fondazione ISTUD si occupa di ricerca, scientific editing e medical writing.

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