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Le nuove tecnologie, i diritti umani e l’emergenza COVID-19

L’eccezionalità dell’emergenza COVID-19 può mettere a rischio alcuni principi democratici a lungo termine? Nel suo articolo Can a virus undermine human rights?, pubblicato su The Lancet, Olivier Nay riflette proprio su questo: le misure che i governi hanno deciso di adottare di fronte all’entità dei rischi sanitari causati dalla pandemia del COVID-19, e le sfide che queste misure pongono alla difesa dei diritti umani.

Secondo Nay, l’idea che lo stato di necessità giustifichi la proclamazione dello stato d’emergenza fornisce un quadro giuridico per la limitazione delle libertà individuali in un determinato periodo di tempo, mentre la sicurezza sanitaria diventa una questione di pubblica sicurezza.

Le recenti tecnologie di sorveglianza di massa costituiscono un punto importante all’interno della discussione su come affrontare la pandemia di COVID-19. La Cina – l’esempio più noto – si è avvalsa di droni, telecamere per il riconoscimento facciale; ma anche la Corea del Sud, Singapore e Israele hanno esercitato una biopolitica invadente, dove tutti i cittadini hanno potuto essere osservati, controllati e monitorati in ogni loro movimento. Certo, queste nuove tecnologie si sono rivelate utili per contenere il contagio da COVID-19, ma come questi dati saranno conservati a lungo termine non è noto, e tutt’ora non sappiamo quanto sarà allettante, per i governi, mantenere una maggiore sorveglianza sulla popolazione anche dopo la pandemia.

Da questa situazione, secondo Nay, derivano tre rischi principali. Il primo è che, davanti a una nuova possibile minaccia sanitaria, alcune delle misure eccezionali adottate possano rientrare nell’ambito della legislazione ordinaria. Il secondo, che i governi possano approfittare di questa crisi per gestire una cosiddetta strategia d’urto, volta a rafforzare una politica di sorveglianza. Il terzo, che la paura possa incidere sul valore che i cittadini attribuiscono alla libertà: davanti a minacce biologiche e ambientali a livello globale, le persone potrebbero dunque rinunciare a dei diritti costituzionali in nome della sicurezza.

D’altra parte, dai momenti di crisi possono anche scaturire nuove e positive modalità di considerare i beni comuni e i diritti fondamentali. Possiamo dunque iniziare a pensare alla ricostruzione post-COVID-19 senza eludere il dibattito sui diritti fondamentali, soprattutto nei Paesi con politiche deboli in materia di privacy e protezione dei dati:

National legislatures should adopt adequate rules to ensure that health surveillance and monitoring policies will be strictly prescribed by law, proportionate to public health necessities, done in a transparent manner, controlled by independent regulation authorities, subject to constant ethical reflection, non-discriminatory, and respectful of fundamental rights.

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Laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata nel campo dell’antropologia medica, ha condotto attività di formazione a docenti, ingegneri e medici operanti in contesti sia extra-europei che cosiddetti “multiculturali”. Ha partecipato a diversi seminari e conferenze, a livello nazionale e internazionale. Ha lavorato nel campo delle migrazioni e della child protection, focalizzandosi in particolare sulla documentazione delle torture e l’accesso alla protezione internazionale, svolgendo altresì attività di advocacy in ambito sanitario e di ricerca sull’accesso alle cure delle persone migranti irregolari affette da tubercolosi. Presso l’Area Sanità di Fondazione ISTUD si occupa di ricerca, scientific editing e medical writing.

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