
Articolo a cura di Roberto Calderone, laureato magistrale in Storia e Forme delle Arti Visive, dello Spettacolo e dei Nuovi Media.
Membro del team ISTUD.
Spirituale: “che è immateriale, esente da materialità, che appartiene alla sfera dello spirito”.
– Definizione dal dizionario Treccani.
C’è spiritualità nelle formiche?
Nella regina che produce infinite vite, nell’operaia che scava gallerie, raccoglie cibo e si prende cura delle uova, o nel soldato che difende l’industria-azienda perfetta che è il formicaio?
Etologi, filosofi e teologi potrebbero di certo confrontarsi per ore sull’argomento, senza giungere a una verità dimostrabile contro ogni ragionevole dubbio.
Che cos’è ‘istinto’, cosa ‘disegno di Dio’ e cosa ‘moralità animale’ (ammesso che poi vi sia un’effettiva differenza tra le tre dimensioni)?
Forse, nel loro operare, le formiche sono mosse da una logica radicalmente diversa dalla nostra: sono creature prive di ego e della prospettiva di un tornaconto individuale, interamente orientate a un traguardo di gruppo e alla sopravvivenza della specie. Questa totale abnegazione in favore del gruppo le ha rese tra le creature più antiche della Terra, dimostrando certamente una straordinaria efficacia evolutiva e un’encomiabile capacità di resistere al tempo e alle avversità. Chissà, tuttavia, che non vi sia nel loro ‘pensiero’ – tanto primitivo quanto complesso – una qualche foma di gratificazione, soddisfazione o fierezza derivanti dal contributo che danno alla collettività o se, in certi sporadici e brevi istanti, non si trovino anche loro a compiere scelte egoistiche – egoismo che, alle volte, può essere sano.
Se persino osservando un formicaio potremmo interrogarci sulla presenza di una qualche forma di spiritualità e di valori etici, il quesito diventa ancora più affascinante quando spostiamo lo sguardo sull’essere umano e sulle organizzazioni che egli costruisce. Le aziende, in fondo, non sono soltanto strutture economiche; sono comunità di persone che collaborano, competono, decidono, si assumono responsabilità, affrontano conflitti e perseguono obiettivi comuni. Sono luoghi nei quali si manifestano quotidianamente scelte che non possono essere spiegate soltanto attraverso l’efficienza, il profitto o la convenienza.
Quando un lavoratore decide di aiutare un collega senza ottenere alcun vantaggio personale, quando un responsabile sceglie la trasparenza anziché la scorciatoia, quando un’organizzazione rinuncia a un beneficio immediato per rimanere coerente con i propri principi… qui entriamo in una dimensione che sembra eccedere il mero calcolo utilitaristico.
Ma che cosa spinge una persona ad agire in questo modo? Perché dedicare energie, competenze e talvolta persino sacrifici a un progetto collettivo senza una ricompensa immediata, tangibile o economica? Certamente possono intervenire fattori diversi: il desiderio di contribuire a qualcosa di più grande di sé, il senso del dovere, l’identificazione con una missione, la ricerca di appartenenza o la volontà di lasciare un’impronta positiva nella realtà che ci circonda.
Possiamo chiamarli motivazione, vocazione, visione, responsabilità o senso di scopo, e magari non si tratta di dimensioni separate, ma di manifestazioni differenti di una medesima tensione umana verso il significato.
Speculazioni filosofiche a parte, le formiche costruiscono il formicaio, a quanto ne sappiamo, senza porsi domande sulla loro condizione o sul loro scopo; l’essere umano, invece, è chiamato a interrogarsi sul senso del proprio agire. Può svolgere il medesimo ruolo per interesse personale, per necessità o per convenienza, ma può anche scegliere di attribuirgli un valore che trascende il semplice tornaconto. È qui che emerge ciò che potremmo definire ‘spirito’: non qualcosa di necessariamente religioso, bensì il modo in cui ciascuno abita il proprio ruolo, interpreta le proprie responsabilità e orienta le proprie azioni. Non tanto il “che cosa faccio”, quanto il “perché” e il “come” lo faccio.
Probabilmente, la spiritualità non coincide con una singola motivazione, ma nasce proprio dall’intreccio di tutte queste dimensioni. È la capacità di riconoscere che il proprio lavoro, le proprie relazioni e il proprio contributo possono assumere un significato che va oltre l’utilità immediata. In questa prospettiva, anche l’azione più ordinaria può acquisire una profondità ulteriore, perché viene inserita all’interno di una visione più ampia di sé, degli altri e della comunità di cui si fa parte.
Le aziende moderne, del resto, dedicano grande attenzione alla definizione dei propri valori. Integrità, rispetto, fiducia, responsabilità, inclusione, cura delle persone, sostenibilità: parole che compaiono nei codici etici, nei bilanci sociali, nelle campagne di employer branding e nelle dichiarazioni di mission. Un patrimonio immateriale che può rappresentare una fonte di arricchimento non tanto in termini economici, quanto di salute e benessere della psicofisiologia corporativa – purché i valori non siano relegati a mero slogan per oliare ingranaggi burocratici e/o salvare apparenze.
Un valore aziendale, chiaramente, non può essere autentico se rimane una dichiarazione unilaterale. Per esistere realmente deve essere condiviso e incarnato da entrambe le parti della relazione: dall’organizzazione e dalle persone che scelgono di farne parte.
L’inclusione, ad esempio, non consiste soltanto nell’impegno dell’azienda ad accogliere e rispettare ogni individuo nelle sue peculiarità; richiede anche, da parte del lavoratore, disponibilità all’incontro, adattabilità, capacità di riconoscere e rispettare le differenze altrui. Analogamente, la fiducia presuppone affidabilità reciproca; la responsabilità implica impegno sia dell’organizzazione sia della persona; il rispetto non può essere preteso senza essere a propria volta praticato.
I valori, dunque, non sono beni che l’azienda distribuisce ai propri collaboratori, ma spazi relazionali che prendono forma attraverso comportamenti reciproci. Cessano di essere semplici dichiarazioni e diventano pratiche condivise, creando qualcosa che va oltre la dimensione contrattuale del lavoro. Generano significato.
Ed è proprio in questa produzione condivisa di significato che possiamo rintracciare una possibile espressione della spiritualità nei valori aziendali: quella componente immateriale che orienta le persone verso significati, finalità e principi che trascendono il semplice interesse individuale.
Quando un valore viene realmente condiviso e praticato, esso genera una forma di profitto diversa da quella economica: un profitto immateriale, difficile da misurare con indicatori contabili ma percepibile nella qualità delle relazioni, nel senso di appartenenza, nella fiducia reciproca, nella coesione dei gruppi di lavoro e nella capacità di affrontare insieme le difficoltà. Si ottiene così quello che potremmo definire un capitale eudaimonico, ossia quell’insieme di condizioni relazionali, valoriali e organizzative che favoriscono la realizzazione delle persone e, attraverso di essa, il benessere della comunità aziendale. È una ricchezza invisibile che non compare nei bilanci finanziari, ma che contribuisce a determinare la vitalità e la salute dell’organizzazione – e che comunque, indirettamente, influenza positivamente efficacia ed efficienza, soprattutto sul lungo periodo.
