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La percezione del tempo: sani e malati, vecchi e giovani

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Affaticato, mentre cerco albergo, mi scopro sotto i fiori di glicine. Matsuo Basho, XVII secolo

Uno dei temi che hanno posto interrogativi a filosofi e scienziati, e più universalmente a tutti gli individui – forse perché stiamo trattando di un archetipo universale – è la percezione del tempo: cosa c’è dietro alla sensazione che il tempo voli? O un tempo che non passa mai? E diverso è lo scorrere del tempo da ragazzi e da anziani? E da pazienti e da persone in salute? E queste frasi sono vere o possono essere pregiudizi da poca conoscenza dei fenomeni?

La bellezza è che differenti sono le risposte che possiamo dare a questa domanda. Tra i luoghi comuni, o forse la convergenza di un maggior numero di ricerche, si postula che La percezione del tempo nei giovani e negli adulti segua binari quasi opposti, dove negli anziani il tempo sembra trascorrere molto più velocemente[1]. Le neuroscienze contribuiscono a spiegare questo fenomeno: la diversa sensibilità verso il tempo può essere legata a una differente capacità di memorizzare gli eventi, più sviluppata nei giovani, grazie alla presenza di mediatori chimici, implicati nei processi di plasticità cerebrale.

Tempo, giovani e vecchi

Per gli adulti il tempo è più veloce di quanto lo sia per i giovani, fenomeno che è definito “effetto telescopio”, ossia la tendenza a posizionare cronologicamente gli eventi in memoria, in modo che gli eventi recenti risultino più lontani nel tempo rispetto a ciò che erano veramente, e quelli più remoti più vicini. I giovani fissano lontano  l’obiettivo che appare vicinissimo al telescopio, mentre  i vecchi scrutano in modo ravvicinato anche le cose più lontane, perdendosi negli infiniti dettagli. Potremmo chiamare “memoria di breve termine” quella dei giovani e “memoria di lungo termine” quella che permane sempre più nel pensiero degli anziani, ingombrando loro lo spazio per il tempo nuovo.

La percezione temporale appare influenzata dalle condizioni biochimiche in cui il corpo e il cervello si trovano. La dopamina, in particolare, è uno dei principali neurotrasmettitori coinvolti, e tende a produrre la sensazione che il tempo trascorra più velocemente. Lo stesso avviene quando si assumono sostanze, come la cocaina, che potenziano l’effetto della dopamina. Al contrario i neurolettici – i farmaci usati per trattare malattie come la schizofrenia – ne inibiscono l’effetto, e dunque la percezione temporale è opposta,e il tempo si allunga. In aggiunta diverse zone cerebrali sono chiamate e rispondere a questi mediatori chimici: in sintesi, secondo questa teoria, la percezione del tempo è connaturata nel nostro sistema neuronale e invecchia man mano che invecchiamo, favorendo quel senso del tempus fugit. Altre ricerche nella psicologia confermano questa percezione dell’effetto telescopio del tempo, con una piccola percentuale di anziani che si salvano dalla trappola dell’accelerazione temporale nel 10% dei casi [2].

Aveva dunque ragione Chronos, descritto come il tiranno che divora i propri esseri umani sempre più velocemente? Così pare, secondo alcuni riscontri della neurobiologia. E quindi metteremmo nel cassetto i nostri voli pindarici, il carpe diem delle occasioni, il tempo eterno, il tempo cosmico. Ma altri stimoli esterni possono smentire questa  percezione del tempo e riportarci a credere che abbiano un senso anche le altre possibili declinazioni del “fattore tempo”?

Che i ragazzi a scuola si annoino –  quante volte noi da giovani abbiamo guardato l’orologio, mentre ora i giovani guardano il cellulare – quando la lezione sembrava interminabile e noiosa è un dato di realtà. Invece, con alcuni professori il tempo vola anche per i ragazzi. Quasi retorica è la scoperta che in vacanza il tempo vola più veloce. Possiamo aggiungere un “dipende” dalla compagnia, dai luoghi, e dalle attività: vi sono infatti persone per le quali il tempo in vacanza non passa mai, è un vuoto da riempire con l’ignoto, e quindi è meglio rifugiarsi in un’ordinaria routine che rivela la necessità di non conoscere il mistero del tempo non prevedibile. Forse avere troppo tempo per pensare a se stessi porta anche sgomento e paura, e ci mette di fronte alla straordinaria difficoltà del “lasciarsi andare, lasciare andare”.

Torniamo alla scienza per trovare un’àncora che ci spinge a credere che la vecchiaia non sia così inesorabile, inseguita da un tempo sempre più veloce, e che ci siano diversi modi di invecchiare: e forse troviamo una qualche possibile forma di intervento umano. In uno studio condotto da due università – una francese, la Blaise Pascal, e una inglese a Keel – i risultati sono in controtendenza rispetto al tempo Chronos, e al fatto che più si è anziani, più il tempo fugga. E’ stato dato un questionario sulla percezione del tempo a giovani e anziani che hanno ricevuto otto chiamate al giorno per cinque giorni consecutivi [3]: con questa metodologia, i partecipanti sono stati costretti a fermarsi per ogni chiamata e parlare nel qui e ora dei loro sentimenti, delle loro attività e del loro sentire rispetto al tempo. Da questa ricerca, pubblicata nel 2015, non è emersa alcuna differenza percepita nella velocità dello scorrere del tempo tra giovani e vecchi: forse sarà stato l’effetto “esperimento” che ha tenuto gli anziani sotto pressione, a stare nell’oggi, nella quotidianità, senza timore della fuga in avanti – insomma nella contemporaneità – e che gli ha dato un particolare senso di attenzione in un momento di possibile fragilità, come è quello dello stare invecchiando. Questa ricerca potrebbe rappresentare la chiave dell’invecchiamento attivo: evitare la discriminazione degli anziani, e dare loro un ruolo importante nel loro microcosmo. Questo studio è una probabile bussola di orientamento per le altre età rispetto al bene che si può fare dando maggiore attenzione agli anziani, un tempo più rispettati per la loro esperienza acquisita, nel loro mondo, apparentemente meno dinamico, valorizzava i loro racconti e quindi la loro abilità nel ricordare i dettagli di storie antichissime, la memoria a lungo termine. Oggi, in questo mondo “fast and furious”, in cui difficilmente ci è permesso di rivoltare lo sguardo indietro, gli anziani o sono attivi (active aging) o sono inattivi, pesanti e inutili. Per renderli attivi è importante quindi fare loro quello otto telefonate al giorno? Ed è plausibile un bilanciamento tra la richiesta che facciamo agli anziani di stare al passo con i tempi, e il rispetto dovuto per le loro singole esperienze passate da raccontare? In queste righe sto collegando la percezione del tempo a comportamenti concreti, e realisticamente perseguibili.

La materia della percezione del tempo appare quindi complessa: da una parte le neuroscienze ci dicono che abbiamo un orologio biologico interno per cui la nostra sensazione della fuga in avanti diventa sempre più forte man mano che gli anni procedono, dall’altra invece ci dice che possiamo “far fesso” l’orologio biologico se siamo inseriti in una quotidianità ricca, piena di stimoli e se siamo punto di attenzione per qualcuno – almeno per gli sperimentatori – e che invece il tempo è funzione dell’emotività, della partecipazione che noi proviamo.

E la percezione del tempo per i pazienti?
La parole “paziente” ha un’etimologia più antica, proviene da pathos (“sofferenza”, “passione”) che è un sentimento ardente. Il paziente, quindi, è colui o colei che è sofferenza, è passione, mentre in latino il verbo patior indica solo il soffrire. I greci avevano oggettivato le passioni forti,  mentre i latini hanno liquidato le tante sfumature della parola pathos (sentimento acceso) con una sola conseguenza: la sofferenza. Quindi la persona malata è paziente, nel senso di sofferente.  A questo significato possiamo però aggiungere la sensazione del tempo in una sua particolare declinazione, quella della pazienza. La pazienza è una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le controversie, la morte, con animo sereno e con tranquillità, controllando la propria emotività e perseverando nelle azioni. È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione. E quindi il paziente che patologicamente (da pathos deriva anche “patologia”) “sente”, si trova a dover fare i conti con un tempo che non passa mai: il tempo da malati. Dalle narrazioni dei pazienti però ci accorgiamo di un tempo che è ancora più lungo e insostenibile di quello che si vive una volta conosciuta la diagnosi, come se il sapere definitivamente la verità sulla nostra salute fosse già un “piccolo acceleratore di tempo” e ci porti a non sprecarlo, per viverlo al meglio. E’ il tempo dell’incertezza, quello di attesa dell’esito di un test, tempo di attesa che oggettivamente può durare da poche ore che sembrano infinite ad alcune settimane. Nelle narrazioni, “L’attesa era insostenibile, poi finalmente ho saputo e allora…” (il  vissuto del tempo aspettando il risultato di una biopsia), “Due settimane passate a cercare di distrarmi” (il vissuto del tempo aspettando il risultato di una amniocentesi).

E’ importante che i curanti non sottovalutino questo tempo di attesa che si allunga fino a diventare un magma colloidale, e che non sdrammatizzino l’attesa di fronte  alle persone. Spesso per ridimensionare i medici e gli operatori dicono frasi come “Cosa vuole, sono solo due giorni”, non capendo l’ansia data da quelle quarantotto ore di attesa. Forse sarebbe più opportuno dire,  in modo empatico, “Saranno due giorni lunghi di attesa, lo immagino, se ha bisogno, mi chiami e io ci sono”. Sarebbe fantastico. Scriviamo così nella speranza che qualche curante legga questa piccola regola di non abbandono del paziente in una situazione difficile.

Però è giusto che anche il paziente adulto provi ad attivarsi da solo nella dis-trazione: un comportamento per cui a scuola venivamo richiamati, e che invece è stupendo da applicare in attesa di capire che cosa la vita ci riserva. Anziché stare in una pazienza cosciente, forse ci possono aiutare altre forme più divertenti, di intrattenimento: la musica, che sembra che acceleri il tempo, indipendentemente dalla sua valenza emotiva.

Nello studio “Il tempo vola con la musica, qualsiasi sia la sua natura emotiva” [4], si è indagato se la musica influenza la percezione del tempo in modo diverso da uno stimolo neutro uditivo, e se la valenza emotiva degli stimoli musicali (vale a dire, musica triste versus musica felice) modula questo effetto. La musica presentata in una nota maggiore (felice) o minore chiave (triste) induce la persona che ascolta a dire che la durata di una melodia si giudica più corta di quella di uno stimolo non-melodico di controllo, confermando così che “il tempo vola” quando ascoltiamo musica.

La cosa singolare che aggiunge un po’ più di complessità al tempo, è che non sempre così vero che vola quando ascoltiamo una bella musica, un’armonia che adoriamo: se la musica è proprio nostra, ed è quella che è in grado di farci distrarre veramente, si può arrivare anche ad un effetto paradosso, ossia che il tempo sembra fermarsi [5] verso una quiete pacificante – come se il tempo stesso fosse svuotato di significato, perché è la stessa musica che svuota di significato la percezione delle cose mondane, e quindi del tempus fugit. E’ come se avessimo trovato il baricentro, il punto di stabilità estrema al centro del vortice. Nell’occhio del ciclone, spazio e tempo convergono nell’immobilità e nella quiete:

Affaticato, mentre cerco albergo, mi scopro sotto i fiori di glicine. Matsuo Basho, XVII secolo

[1] Angelo Gemignani,  psicofisiologo del CNR, giugno 2015, www.agsm-energyinlife.com/?p=1737

[2] Marc Wittmann e Sandra Lenhoff, 2005, Age Effects in Perception of Time, Psychological Reports: Volume 97, Issue , pp. 921-935, Ludwig-Maximilian University Munich

[3] Droit-Volet S1, Wearden JH, Acta Psychol (Amst). 2015 Mar;156:77-82. doi: 10.1016/j.actpsy.2015.01.006. Epub 2015 Feb 19, Experience Sampling Methodology reveals similarities in the experience of passage of time in young and elderly adults.

[4] Time flies with music whatever its emotional valence. Droit-Volet S1, Bigand E, Ramos D, Bueno JL

[5] The Experience of Time As a Function of Musical Loudness and Gender of Listener, James J. Kellaris, University of Cincinnati, Moses B. Altsech, Pennsylvania State University

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Epidemiologa e counselor, divulgatrice delle Humanities for Health in Italia. "Coming from a classic humanistic high school, I’ve chosen to integrate this knowledge with scientific university studies, in primis, chemistry and pharmacology. After this experience, I quit academy since I wanted to challenge myself in “real life practice” in the private multinational environment, and through these I’ve been following international projects. I worked in a private company in medical research then moved to health economics among the pioneers, achieving also an academic specialization in Epidemiology, and and then I moved to consultancy and to business education. Fondazione ISTUD with this humanistic management approach represented the possiblity to build a bridge between science and humanities in health care. In the mean while I became counselor with transactional analysis vision. I'm deeply inspired by culture, multinational exchange, youth concrete education, gender non discrimination, and social living. "

2 thoughts on “La percezione del tempo: sani e malati, vecchi e giovani

  1. Complimenti per L’articolo è la profondità’ delle osservazioni!
    vorrei entrare in contatto con lei per un progetto di bando di narrativa da parte di pazienti e/ o operatori sanitari che lAps Onconauti intende approntare nel prossimo Autunno.
    Possiamo avere un appuntamento telefonico per una presentazione ed illustrazione del progetto?
    Cordialmente

  2. Uno spunto molto Interessante
    Il tempo sarà il tema conduttore del prossimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Cure palliative SICP che si terrà a Roma a novembre.
    Grazie

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