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La paura atavica della malattia tra disperazione e reazione

SanGiLa percezione della paura, come già ampiamente descritto nella psicanalisi junghiana, trae la sua origine da un duplice ordine di fattori: un fattore oggettivo, che sorge dalla percezione immediata e razionale di un oggetto/elemento potenzialmente lesivo della nostra salute e sicurezza, e un fattore soggettivo/inconscio che non scaturisce direttamente dall’oggettivazione di una data minaccia, ma trova invece la sua ragion d’essere nell’evocazione di paure e angosce che trascendono la contemporaneità del nostro essere contingente per attingere all’inconscio di paure ataviche e collettive.

Tipico è il caso del serpente che già nell’immaginario biblico, e poi ancora in quello classico, viene ricondotto alla tentazione che genera la caduta nel peccato e quindi la morte, ma non diversamente potremmo parlare della fobia verso caratteristiche fenotipiche umane come l’irsutismo, che agli occhi dell’uomo primitivo caratterizzava ed informava il contatto con la bestia, con l’incognito di forze naturali smisurate ed aggressive che spesso si scatenavano contro le comunità fino ad annientarle o minacciarle gravemente. Per quanto ormai introiettato nell’uso comune, anche lo stesso linguaggio dei nostri giorni reca i segni di un passato di paure; l’espressione “barbaro”, dal greco βάρβαρος, passato nel latino “barbarus”, parola onomatopeica con cui gli antichi indicavano gli stranieri e in generale coloro che, come il termine suggerisce, “balbettavano” e dunque parlavano un idioma poco comprensibile, è talmente entrata nell’uso collettivo da designare, ancor oggi, tutto ciò che a vario titolo sia ascrivibile a culture “altre”. Sono spesso bollati come “barbari” i popoli stranieri, gli immigrati, le culture o espressioni tanto lontane dalla nostra da risultare appunto “incomprensibili”. Ma cosa si nasconde dietro il ritorno di questi atteggiamenti? La psicanalisi ne descrive l’origine in quello che potremmo definire un autentico processo di riaffioramento, in tutto e per tutto analogo a quello con cui riemergono antichi relitti o reperti sepolti dalle acque, un tornare alla luce di stati d’animo atavici che riaffiorano a distanza di secoli o millenni al cospetto di sollecitazioni esterne o interne “analoghe”. 

Che queste paure non siano soltanto il frutto di un immaginario astratto, ma si traducano invece in concrete percezioni dolorose è un fatto ampiamente documentabile. Un caso tipico è quello delle storie cliniche dei pazienti, poiché proprio la malattia si presta ad evocare atmosfere, sensazioni e stati d’animo che sono in realtà profondamente imbevuti di questa memoria collettiva che, nel caso specifico, è soprattutto “paura”, quella paura inconscia che riaffiora alla semplice visione di sintomi o segni che attivano, come in un gioco di specchi psicologico, un passato lontano e terribile, fatto di pestilenze, piaghe, bubboni…

Quale sia il carico di dolore e sofferenza che queste immagini traslate sono in grado di evocare lo dimostrano le storie raccolte per gli studi di medicina narrativa dell’Area Sanità della Fondazione ISTUD. Ciò che ci ha colpito in particolar modo è la ricorrenza di un immaginario analogo tra pazienti che in realtà poco o nulla hanno in comune, e che ciò nondimeno sembrano condividere un universo di immagini e figurazioni tanto simili da lasciar ipotizzare un vero e proprio “bagaglio” condiviso che in quanto tale è ascrivibile all’umanità nel suo complesso, più che a gruppi specifici o singoli individui. E ad averci ulteriormente impressionato è la sensazione quasi “fisica” di un dolore autentico che spesso si nasconde dietro queste immagini e che le redime da una mera valenza figurativa per restituirle invece alla loro autentica dimensione di “illness”, facendone anzi una componente essenziale di quel “fardello della malattia” (detto appunto, non a caso, “burden of illness”) che contribuisce in maniera determinante a definire i rapporti tra il paziente e la patologia di cui soffre.

Venendo al dettaglio delle singole testimonianze, abbiamo selezionato due storie che svelano i contorni di questo immaginario angoscioso tra i pazienti affetti da orticaria cronica idiopatica, una malattia che, per la sua particolare natura sintomatologica (caratterizzata da pomfi, eczemi, eruzioni cutanee…), si presta particolarmente all’evocazione di paure collettive di natura atavica:

Ho dovuto sforzarmi molto per lottare contro la sensazione di disperazione e l’impressione di diventare ogni volta un mostro (labbra e occhi gonfi, pelle come un lebbroso…)

E sul lavoro è un disastro, faccio la barista e non è semplice spiegare di continuo perché dalla mia pelle sembra che io abbia la peste bubbonica!

Curiosamente, l’inconscio atavico non è soltanto il retaggio da cui si origina la figurazione delle paure, ma costituisce in egual misura il sottofondo cui attingono le logiche reattive che ad esse si contrappongono, in un susseguirsi di stimoli angosciosi e risposte “apotropaiche” che di fatto condividono un universo di archetipi e allegorie che sorgono per l’appunto da un comune passato. Ne deriva una sorta di “flusso atavico” che si origina nella rappresentazione simbolica della paura per poi alimentare un costrutto figurativo “di reazione” che di fatto costituisce la riposta “in positivo” alla paura stessa, e che ciò nondimeno partecipa di quello stesso universo analogico atavico e collettivo che ne aveva contraddistinto la rappresentazione.

L’inconscio collettivo trascende a questo punto la semplice evocazione di immagini fisiche come quelle fin qui descritte, per lasciarsi ispirare da figurazioni simboliche in cui il riferimento analogico non sorge dal semplice riaffioramento di un elemento patologico di comparazione, ma dal lento riemergere di situazioni e contesti che apparentemente non presentano un nesso logico evidente con la patologia, ma ne costituiscono l’artefatto simbolico e “reattivo”, attraverso un’ideale traslazione dal sintomo al simbolo di cui sono espressione significativa alcuni costrutti mentali come quello del “pellegrinaggio”, profondamente imbevuto di quel richiamo religioso alla passione e al Calvario del Cristo che è per l’appunto l’humus fertile di cui l’inconscio collettivo si nutre. Specularmente, a questo primo ordine di comparazioni che a vario titolo possono essere ascritte all’immaginario cristiano segue un’ampia schiera di immagini cavalleresche, a tratti quasi paganeggianti, che in parallelo restituiscono gli archetipi di una cultura nutrita di quel senso del mitologico e del fiabesco che identifica la malattia col “drago” e il dottore col “mago”, in un climax ascendente di suggestioni che sembrano abbeverarsi alla fonte del Ciclo Bretone o di quello Carolingio (finalmente esce fuori il coraggio, quella forza reattiva che riuscirà a dominare o addirittura a sconfiggere la paura). Ne cogliamo l’eco profonda nelle testimonianze che seguono, e particolarmente nell’ultima che per bocca del padre racconta la storia di un bambino alle prese con l’esordio e i sintomi dell’ipertensione polmonare idiopatica:

È cominciato un vero pellegrinaggio per ospedali.

Ripensando al percorso fino ad oggi un calvario!

Cominciai un pellegrinaggio da vari otorini, pneumologi e addirittura da gastroenterologi.

… E da lì è iniziato un lungo peregrinare tra vari medici e ospedali senza riuscire a fare veramente chiarezza.

C’era una volta un piccolo cavaliere dai capelli rossi e col sorriso negli occhi. Le sue gesta erano famose in tutto il vicinato, i suoi combattimenti leggendari. Gli avversari preferiti, draghi e serpenti, avevano vita breve, venivano sconfitti senza possibilità di rivincita… Un brutto giorno si scontrò con un drago nero e malvagio col quale intraprese una lotta senza quartiere, all’ultimo sangue. Il piccolo cavaliere dai capelli rossi e gli occhi sorridenti combatté con coraggio e lealtà ma il drago nero riuscì ad impossessarsi del suo corpo risucchiandogli tutta l’energia… Vennero in suo aiuto dame dagli occhi azzurri e condottieri vestiti di bianco. Uno in particolare, dal nome antico, ci provò in tutti i modi. Si sparse la voce e finalmente arrivò un mago dall’aspetto rassicurante ma dal linguaggio incomprensibile, che aveva armi sottili e taglienti. Entrò nel petto del piccolo cavaliere con le sue stesse mani e strappò via il drago nero e malvagio che banchettava ubriaco dell’energia rubata… Fu così che in maniera veloce e repentina il piccolo cavaliere si riprese la sua forza e con lei la sua vivacità e anche i suoi genitori furono liberi dall’incantesimo. 

Quale che sia l’universo culturale e valoriale di chi scrive, il riferimento alle paure ataviche si conferma dunque una chiave di lettura importante nell’aiutarci a comprendere il senso profondo della “illness” individuale e collettiva, cogliendone non solo le componenti fisiologiche, ma anche quelle intangibili. La medicina narrativa ci aiuta poi a riscoprire le reazioni dell’essere umano di fronte alle paure che ineluttabilmente investono la nostra esistenza nel momento in cui veniamo a conoscenza di una potenziale minaccia alla nostra vita. Quindi, se è vero che la paura atavica fa parte di ciascuno di noi, è altrettanto vero che siamo tutti dotati delle risorse necessarie per uscire da questo archetipo e affrontarlo, così come ci insegna la storia del cavaliere con il drago. 

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Si occupa di ricerca con particolare riferimento ai temi della multiculturalità e della applicazione della prospettiva storica agli studi organizzativi.

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