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La Medicina Narrativa e l’emergenza COVID: gli operatori sanitari protagonisti di una storia di sofferenza

Volentieri pubblichiamo il project work di Luisa Crippa, tecnico della riabilitazione psichiatrica, Serenella De Paolis, infermiera, Gisella Marino, medico internista, che hanno partecipato all’ultima edizione del Master in Medicina Narrativa Applicata dell’Area Sanità e Salute di Fondazione ISTUD.

Nei primi mesi del 2020 il personale sanitario è stato protagonista di un gigantesco sforzo assistenziale in un contesto  che, in alcune regioni italiane, ha avuto la connotazione di un disastro sanitario e collettivo senza precedenti.

Per il Project Work del Master di Medicina Narrativa Applicata del 2020 è  nata in noi l’esigenza di analizzare quanto era successo, dando voce a chi, in quei mesi, ha lavorato in condizioni drammatiche.  La Medicina Narrativa ci ha quindi fornito uno strumento prezioso per avvicinare gli operatori sanitari e raccogliere le loro storie. Loro, gli infermieri, i medici, gli OSS ci hanno travolto con le loro parole contribuendo ognuno a disegnare una tela a tinte forti, vera, piena di umanità e coraggio. Noi diciamo insieme a loro: “… per non dimenticare”.

Le narrazioni

Sono state raccolte 24 narrazioni di operatori sanitari che hanno lavorato nei centri COVID-19 in quei mesi nella provincia di Bergamo, a Milano e in una RSA-Covid del Canton Ticino. La richiesta di narrazione è stata fatta attraverso una traccia narrativa molto aperta: “Cosa lascio e cosa tengo e porto con me di quei giorni”. 

 Occorre ricordare che solo la metà delle persone interpellate ha accettato di raccontare. Molti di coloro che non hanno raccolto l’invito hanno detto che era troppo doloroso ritornare a quei giorni e che erano emotivamente ancora troppo provati.

Con la lettura delle  storie e con l’analisi narrativa, per noi è quindi iniziato un viaggio attraverso la memoria di chi ha lavorato nei reparti COVID.

A raccontarsi sono stati prevalentemente infermieri, che hanno intrecciato l’esperienza lavorativa con la loro vita familiare e sociale, attraverso un linguaggio più spesso fattuale e personale, ma talvolta anche simbolico. Nelle narrazioni ha prevalso lo stile epico/militare con molti riferimenti a quella che è stata vissuta come una guerra, insieme a stili più tragici e drammatici, ma  in qualche caso ironici, oppure romantici, od onirici nella descrizione di una realtà vissuta in maniera quasi distopica. Altre volte sono comparsi elementi di forte denuncia.

Nonostante la grande sofferenza espressa, le narrazioni raccontano anche le molte risorse messe in campo da questi operatori: sia risorse personali quali l’ottimismo, la voglia di vivere, la passione, il coraggio, l’amore, la fede, sia quelle riferite al gruppo di lavoro quali l’orgoglio per la propria professione, la solidarietà, lo spirito di coesione.

Questi elementi hanno sicuramente aiutato gli operatori sanitari a essere meno vulnerabili nell’affrontare l’emergenza sanitaria.

Vivere questa esperienza per molti ha quindi rappresentato un arricchimento personale ed ha permesso un cambiamento di prospettiva di vita, una voglia di riprendere, ripartire, il ritrovato piacere di stare insieme e la riscoperta degli affetti familiari, il permettersi di essere vulnerabili in un’ottica di crescita personale.

Infine,  troviamo molti elementi che testimoniano la forte empatia e la capacità di entrare nelle vite dei pazienti ricoverati in isolamento, sostituendosi a volte ai familiari lontani e condividendo con i malati le loro storie ed i loro ricordi.

Le emozioni

Le storie di chi ha lavorato in quei mesi nelle realtà ospedaliere COVID sono ricchissime di emozioni spesso contrastanti. Sicuramente le emozioni con connotazione negativa sono molto rappresentate: emerge l’angoscia ed il dolore accanto alla paura sino al terrore e tanta tristezza. Accanto a questo, prepotentemente emergono (a costituirne quasi il 50%) emozioni con coloritura positiva. Tra queste innanzitutto la fiducia e l’accettazione, ma manche la gioia, la speranza.

Tre aspetti ci hanno particolarmente colpito. Il pianto: quasi tutti gli operatori hanno sentito la necessità di esprimere chiaramente di aver pianto durante il lavoro, quando in macchina tornavano a casa nelle strade deserte, quando assistevano i loro pazienti mentre morivano (vedi box 1).

Il secondo aspetto che è emerso è relativo al senso di colpa, di inadeguatezza e impotenza quasi un rimorso. Questo è frequente quando si crea una sproporzione tra la richiesta di aiuto e la reale disponibilità di risorse. Gli operatori dicono: ….porto con me le infinite ore passate nel mio letto ripensando a quanto avrei potuto fare diversamente o meglio”  ed ancora: “…Porterò sempre con me l’impotenza e il senso di colpa per non averlo potuto salvare…”.

In ultimo, nelle storie emerge prepotente il senso di appartenenza, l’orgoglio per la propria professione, spesso riscoperto. Questo è stato uno degli elementi di coping più rappresentato. Gli operatori ci narrano spesso che questa esperienza ha rappresentato un cambiamento nella prospettiva di vita ed il trovare la voglia di ripartire.

Le metafore

Analizzando gli scritti che ci sono pervenuti, abbiamo incontrato tantissime metafore sostanzialmente in tutte le narrazioni. Queste illustrano in maniere vivida il ricordo di quei giorni. Largamente presenti sono le metafore  ‘di guerra’ con espressioni e immagini che evocano soprattutto la Prima guerra mondiale o la guerra del Vietnam (vedi box 2).

Accanto a queste, comparivano metafore con riferimento al mare : “stare nella stessa barca”, ritirarsi in un porto sicuro, “ tenere il timone”.  

Abbiamo trovato poi molte metafore ‘oniriche’ che rimandano ad una visione di una realtà distorta, dove il silenzio ed i suoni di quei reparti, unito al dolore di ciò che si vedeva, inducono negli operatori un senso di alienazione: “Viaggio surreale…”, “catapultata in un mondo parallelo”, “Girone infernale”, “girone dell’incertezza”, “realtà alterata”, “ma davvero è successo?” “incubo continuo” “….lascia pietrificata”, “viaggio senza ritorno”.

Ancora elenchiamo altre metafore bellissime che esprimono speranza, consapevolezza, allegria: “regalato una seconda vita”,” voglia di vivere contagiosa come il virus”, “graziata da questa bestia”, ”tatuato nel mio cuore”, “momenti della vita come cartoline…”.

I frammenti

Le 24 narrazioni raccolte ci hanno mostrato la fotografia di operatori sanitari forti, motivati, armati di forza interiore, professionalità ed una umanità che di giorno in giorno emergevano prepotenti consentendo loro di sopravvivere a questa esperienza professionale complessa, dolorosa, ma unica.

Sono tre i temi ricorrenti nelle narrazioni che ci sembrano con maggior forza comunicare anche a chi non ha vissuto questa esperienza, quanto successo in quei mesi. Per questo ci sembra doveroso che siano loro a  parlare .

Gli occhi 

Lo Sguardo alle volte può farsi carne, unire due persone più di un abbraccio

– Dacia Maraini

Con l’utilizzo dei Dispositivi di Protezione Individuale gli occhi  rimanevano il tramite, il mezzo , di relazione con il paziente e con i colleghi. Era cambiato il modo di comunicare. Le parole, così come le emozioni, passavano attraverso lo sguardo e tutti si erano accorti immediatamente come fosse importante, i pazienti per primi che riconoscevano gli operatori dagli occhi. Occhi che si sono riempiti di dolore nell’intercettare lo sguardo disperato di quei pazienti che non riuscivano a respirare o avevano la consapevolezza di essere alla fine.  Vedi box 3.

La solitudine

Ci riferiamo alla solitudine dei pazienti costretti all’allontanamento dai loro cari.  Migliaia di persone hanno vissuto la loro malattia con l’angoscia ed a volte la consapevolezza della morte in assoluta solitudine, privati del contatto con i loro parenti. Anche qui si parla di uno scenario simile ad una guerra per la sua durezza. Gli operatori sanitari si sono trovati a sostituire gli affetti lontani, a prendere le mani nelle loro mani guantate, ad accarezzare i volti e soprattutto a conservare in loro la memoria delle tante storie raccontate.

Gli stessi operatori poi  hanno raccontato anche la loro solitudine e smarrimento. Alcune narrazioni esprimono la distanza volontariamente mantenuta con i figli e i parenti poiché sentivano forte la responsabilità di essere essi stessi fonte di contagio. Il termine “sacrificio” è quello che ci sembra più rappresentativo e proprio nel suo significato etimologico: una privazione e uno sforzo sopportato per il bene di altri e che davvero racchiude in sé una sacralità. (Vedi box 4)

La vestizione

In modo strettamente collegato agli sguardi la vestizione ha avuto nei racconti un ruolo determinante. Si descrive da un lato l’attenzione rigorosa dedicata a questo momento, fondamentale e integrante tutte le altre azioni di cura mentre dall’altro sono frequenti i rimandi “all’armatura’” ed alla fatica di indossarla per tutto il turno di lavoro.

Paradossalmente ne emerge l’importanza anche della sua assenza, soprattutto nella fase iniziale della pandemia, quando purtroppo molti operatori, privi delle protezioni adeguate, si sono ammalati.

Le narrazioni mettono in luce degli operatori che, nonostante la corazza che li rivestiva sono stati di fronte ai loro pazienti in modo così umano al punto da “svestirsi”, mettendo a nudo il senso di impotenza e talvolta di sconfitta uniti all’orgoglio e al coraggio di fare tutto quanto era in loro potere per alleviare il dolore di quanti hanno assistito.

L’utilizzare gli strumenti della Medicina Narrativa ha dato la possibilità di leggere e dare voce ad un’esperienza professionale complessa. Vorremmo che la memoria di quei mesi servisse da strumento per ridisegnare una assistenza migliore e con maggiore attenzione alla qualità del lavoro di chi opera nel Sistema Sanitario.

Per concludere vorremmo sottolineare la particolarità del Master 2020 di Medicina Narrativa Applicata e di questo studio. Ci siamo trovate a impostare il disegno, raccogliere i dati, analizzarli, effettuare questo lavoro senza conoscerci, senza MAI incontrarci, lavorando in luoghi distanti, sfruttando le chiamate serali e vedendo i nostri volti nei collegamenti whatsapp sino ad incontrarci finalmente solo in occasione del III modulo del Master.

È stata una esperienza molto ricca, contrassegnata da una sintonia inaspettata. Ne è nata una amicizia di cui ci siamo fatte reciprocamente dono.

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