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La corona nel mondo

Un contributo di Valeria Viarengo, anestesista rianimatore

Tutti si raccolsero intorno all’anziano, attorno al fuoco.

– Dai, raccontalo ancora!

Be’, che devo dirvi…

C’era un paese al di là delle colline, del mare, delle montagne e dell’oceano. Era un paese chiuso un po’ diverso dagli altri. Ma la sua gente si era sparsa per tutto il mondo. Erano dei gran lavoratori, sembrava che lavorare fosse il solo scopo della loro vita. Erano come formichine sempre all’opera e avevano grandi capacità.

Un giorno in quel paese scoppiò una strana epidemia. Qualcuno disse che era dovuta ad un esperimento fatto in un laboratorio. Qualcuno diede colpa a un tentativo di guerra batteriologica da parte dei loro nemici. Non sapremo mai la verità, anche perché i loro nemici erano astuti, menzogneri e ingordi. Tutto poteva essere.

 Le persone cominciarono ad ammalarsi, i più anziani a morire. Dicono che nelle campagne non si preoccupavano nemmeno di curare gli ammalati, li lasciavano morire perché tanto non sapevano cosa fare né avevano i mezzi per assisterli tutti. Imposero a tutti di non uscire di casa. E loro ubbidirono, perché era un popolo così, abituato ad ubbidire senza fiatare, da sempre.

Dicevano anche che la malattia non contagiava i bambini. Dicevano che il caldo avrebbe debellato l’epidemia…

Si dicevano tante cose, e quando l’epidemia arrivò in questa parte del mondo cominciò la caccia alle streghe, o all’untore. La paura, il sospetto, la diffidenza che aveva sempre albergato negli animi di questo nostro mondo sembrava finalmente aver trovato un valido motivo per esistere. E per sfogarsi.

 Non so cosa successe veramente ma l’epidemia qui dapprima si diffuse in uno Stato piccolo e pieno di guai: ci mancava giusto l’epidemia per atterrare quel Paese. Un Paese bellissimo ma che in quei mesi si era fatto una gran brutta fama. Ma i suonatori andarono per suonare e vennero suonati: furono gli abitanti di quel piccolo Paese ad essere emarginati per paura del contagio.

Non si capiva più nulla. Qualcuno cercava il paziente zero, qualcuno picchiava i supposti untori. Era il panico. Si chiusero le scuole, vietarono i musei, addirittura le partite di calcio o furono sospese o avvennero a porte chiuse. L’epidemia non era ovunque, ma ovunque era la paura.

Il terzo giorno di panico, fuori dal pronto soccorso, misero una tenda militare, e qualche sparuto in uniforme che si aggirava annoiato. La gente in ambulatorio si presentava con le mascherine da sala operatoria. Il personale non poteva mettere orecchini pendenti. In ospedale sparirono tutti i presidi di amuchina e i septaman gel. Li avevano rubati tutti.

Il lunedì nei supermercati i banchi erano vuoti, la gente aveva fatto incetta di tutto. Sembravano tutti impazziti. Mi immagino la peste ai tempi dei Promessi Sposi, ma questa è un’altra storia… Che voi non conoscete più…

Il quarto giorno cacciarono i parenti dagli ambulatori dell’ospedale: io ero lì, e li vedevo, tutti fuori al freddo gelido, mormorando, brontolando. Mi sono fermato con loro un momento a chiacchierare: infreddoliti, basiti.

La gente faceva finta di credere a tutte queste notizie allarmanti. Nessuno conosceva qualcuno infettato, ma di certo dopo tutto quel freddo tempo tre giorni avranno avuto tutti il raffreddore. Ogni giorno arrivano indicazioni dalla direzione con istruzioni fantascientifiche.

I sanitari ubbidivano da bravi. Io chiedevo e chiedevo alle persone cosa pensavano della faccenda. La maggior parte non credeva a nulla. O credeva che fosse un problema che riguardava altri. Però qualcuno mi prese in disparte e mi chiese dei tre casi locali. Non c’erano casi locali, i giornali riescono a dire qualunque cosa. Non è una cosa che dico tanto per dire. Anni prima avevo frequentato a lungo un giornalista serio, avvilito dal fatto che la politica governasse il giornalismo.

Improvvisamente i media passarono dalle notizie sugli sbarchi dei disperati al numero dei contagi e dei decessi. Decessi? Pochi o tanti? Cosa stava succedendo? La confusione era enorme. 

Il quinto giorno vidi una  famigliola araba. Madre col burka, figli con la mascherina. Un uomo con grosse ferite al volto rifiutò il ricovero per paura del contagio, quando insieme a lui vide arrivare due astronauti con una barella coperta. In certe città la vita procedeva quasi normale a parte gli studenti che non andavano a scuola. In altre città vietarono anche i mercati. Vietato salutarsi con due baci. Aerei che non decollavano. Aerei che non arrivavano. Turisti che scappavano o non venivano.

 La paura, signori, era come un cattivo odore che si era sparso ovunque. Si faceva finta di non sentirlo. Ma era ovunque, come quel puzzo di uova marce. Di giorno in giorno si altalenavano le notizie di quarantene allungate o abbreviate. I politici dicevano cose che altri smentivano.

Gli unici che cercavano di farsi sentire erano gli scienziati. Gli scienziati veri. 

 E tu? Tu ti sei ammalato?

 – Io? Non so, ho avuto un brutto raffreddore in quei giorni, ma ho continuato la mia vita di sempre. Sapevo di essere fondamentalmente sano, non avevo paura. Nella mia vita sapevo di aver già sfiorato la morte… Ma non mi aveva mai voluto. C’era una frase di un autore che avevo nella testa. Voi non lo conoscete, Richard Bach, aveva scritto un libro famosissimo quando io ero giovane, Il Gabbiano Jonathan Livingston. In un altro libro aveva scritto questa frase: tutti abbiamo una missione da finire nella vita: Se sei vivo, la tua non lo è .

E quindi? L’epidemia sterminò tanta gente?

– Ma no, miei cari amici. L’epidemia fece sì che tutti si ricordassero che il mondo ormai non aveva più barriere né confini, né muri, anche se molti ancora li volevano. Il mondo era diventato un paese unico, e alla fine il problema di un paese lontano diventava il problema di tutti. E tutti i camici bianchi nei laboratori del mondo si misero al lavoro, si scambiavano informazioni, ricerche, soluzioni.

Pian piano l’epidemia si esaurì, un po’ perché così è sempre successo, un po’ perché la scienza aveva delle armi e quelle che non aveva le preparò in fretta. Ci volle un po’ di tempo perché tutto tornasse normale, ma alla fine tutto finì. L’epidemia però lasciò una eredità importante.

 Il mondo deve essere libero, la scienza deve essere libera e le persone non possono non aiutarsi tra di loro. Ormai non ci sono più i colori della pelle, o gli idiomi a dividerci. Le malattie viaggiano con noi sugli aerei, e noi andiamo ovunque.

Il mondo potrebbe essere un posto sicuro per tutti, non solo per chi se lo può permettere. La paura del diverso è la paura di noi stessi, che ci portiamo dentro e che tiriamo fuori come corazze: ma non servono corazze, serve libertà.

L’epidemia minacciò la libertà di tutti. Questo era quello che spaventava di più, più della malattia e della morte.

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