La bellezza dell’intreccio – le conclusioni del libro “L’Atlante delle emozioni” a cura Di Maria Giulia Marini 

Già Robert Plutchik aveva capito che le emozioni amano stare le une vicino alle altre, intrecciarsi, litigare o stare in buona compagnia, nei suoi intrecci con le diadi. Solo nelle estremità dei petali possiamo conciliare emozioni che, quando si trovano al massimo della loro intensità, entrano in conflitto tra loro. Pensiamo alla serenità e alla pensosità: due stati d’animo che, pur opposti, possono sfiorarsi in una sorta di equilibrio sottile, simile al wabi-sabi. Sarebbe invece impossibile unire angoscia ed estasi, due vertici che si annullano a vicenda. 

Talvolta qualcosa ci distrae, ma, nello stesso istante, cattura la nostra attenzione: un avvenimento che accade e ci richiama al presente. È difficile, invece, conciliare lo stupore puro, quello che lascia senza fiato, con la vigilanza, e nel furore non potremmo compiere un gesto estremo mentre siamo travolti dalla fuga per il terrore. Ma se un lieve fastidio ci pervade, può nascere una sottile inquietudine: una miscela di paura e rabbia a bassa intensità.  

Nel perimetro dei petali, gli opposti trovano un punto di contatto.Come allo stesso modo, anche i tre tempi — Chronos, Kairos e le Ore — possono convivere: il tempo che scorre, il momento che accade e il ritmo vitale che li unisce. È in questo margine delicato che l’esperienza umana diventa più sensata e raffinata perché riconcilia ciò che sembra inconciliabile.  

Vediamo ora però come l’inglese è diventato lingua franca e quindi ha preso il monopolio nella traduzione delle emozioni: paura è fear, gioia è joy e così via. Nei congressi e negli incontri internazionali, la gioia che sia italiana, francese o cinese viene tradotta con joy. Quanto perdiamo con questa traduzione in significato?  

Studiamo questa emozione Inuit che nasce dall’incontro di gioia e di aspettativa: Iktsuarpok, l’impazienza mista a eccitazione che si prova nell’attendere qualcuno, quando si esce di continuo a controllare se sta arrivando.  

È un’emozione tipica dei bambini che si mettono vicino alla porta pieni di gioia e di aspettativa per chiedere quando ritorna la mammaO quando arriva l’amico con cui si giocherà nel pomeriggio? I bambini si mettono fisicamente, vicino alla porta, se hanno un giardino vanno vicino a un cancello, forse nella terra degli inuit non ci sono cancelli. Ma per questo popolo che è stato decimato, questa emozione deve essere: andare a vedere con attesa, che non è un semplice attendere da seduti, né un andare a vedere senza gioia.  

Ecco perché oltre alle otto emozioni universali abbiamo voluto dedicare spazio alle emozioni geolocalizzate, perché rischiano di scomparire, come tante lingue stanno morendo, inglobate da culture più potenti. Perché la bellezza sta nel loto di mille petali – esiste, si chiama Sahasrara- non solo in un fiore a otto petali, ed appartiene ad una cultura antica, induista, che ci sorprende con la sua ricchezza e pienezza.  

Il loto dai mille petali

Questo Atlante vuole essere un tributo al loto a mille petali, innumerevoli sfumature nuance, delle emozioni. Ricerchiamole, custodiamole e abitiamole.  

E la felicità che proviamo prima delle feste? Quella più intima, non imposta dalle ritualità dei luoghi di lavoro.  

L’etimo di festa è comunque legato a fauno, il festeggiamento del sacro: sacro era quindi il Sol Invictus, il sole mai vinto, che oggi chiamiamo giorno di Natale, quel 25 dicembre che si colloca quattro giorni dopo il giorno più corto dell’anno: perché l’oscurità scende di otto – nove minuti a seconda della latitudine e compare la luce.  

Non chiudo con i nomi, né con i paesi di riferimento del termine gioia della festa, ma con i significati nei diversi territori esplorati: 

Gioia collettiva, soddisfazione condivisa, felicità festosa. 

Gioire insieme, cantare o danzare in occasione di un evento. 

Felicità profonda, spesso legata a celebrazioni comunitarie. 

Esultare, essere in festa, provare letizia nel gruppo. 

Gioia leggera e rumorosa, eccitazione sociale che accompagna le feste. 

Gioia collettiva tumultuosa, entusiasmo popolare durante celebrazioni pubbliche. 

Allegria vitale, comunione spontanea; la parola unisce evento e sentimento. 

Gioia espressa coralmente, spesso religiosa o comunitaria. 

Gioia anticipata: la felicità che si prova nell’attendere qualcosa di bello. 

Divertimento prima del divertimento: la contentezza dell’attesa di una festa. 

Atmosfera emotiva di festa, eccitazione diffusa nell’aria. 

Umore di festa: l’eccitazione calma e luminosa prima della celebrazione. 

Rumore allegro e chiacchiericcio della gente felice in un evento. 

Energia gioiosa e condivisa che anima la danza e la musica collettiva. 

Celebrazione sacra; unione di gioia, devozione e partecipazione sociale. 

Gioia spirituale e corporea; la felicità piena di una festa o di un matrimonio. 

Gioia comunitaria, celebrazione condivisa. 

Gioia affettiva e calda, legata alla vicinanza e al cantare insieme. 

Gioia intensa, espressa pubblicamente con canti e danze. 

Felicità serena e condivisa, sentimento di armonia durante le feste. 

Possiamo ammazzare tutte queste sfumature con la semplice traduzione della gioia di festa, Joy of Feast? Noi non la pensiamo così: anzi, crediamo che ogni definizione aggiunga qualcosa di più, anche se impercettibile. E alla fine la gioia non sarà più solo una tessera ma un mosaico. E Festa può anche essere nella maturità un meraviglioso traguardo interiore, dove si è in Pace con sé stessi in un mondo distrutto da Guerre. 

Grazie ai cinquantacinque meravigliosi giovani scienziati, che hanno dato vita a questo Atlante, e a te che lo stai leggendo ovunque tu sia, e in qualunque fase della vita ti trovi: che sia studente, che sia genitore, che sia amante, che sia professionista in impresa o nella sanità o nel mondo del sociale. 

Oggi ho sentito una nuova emozione per la prima volta: l’emozione di finire il latte poco prima che scadesse: non riesco a inventare un nome efficace, mi viene in mente “non sprecare”, ma non ne sono soddisfatta. “Sorridere sul latte bevuto all’istante”, un quasi contrario del “Non piangere sul latte versato”. Il viaggio continua e ci sono altre note che proseguono fuori dalla tastiera, nel mondo dell’immaginazione.  

Grazie a te perché ci hai seguito fino ad ora. Ora chiudi il libro, abbassa lo schermo del tablet e chiudi gli occhi. Respira. Se vuoi inventa il nome di un’emozione. Se vuoi, pensa alla tua idea di festa gioiosa. Solo se vuoi. 


Maria Giulia Marini

Epidemiologa e counselor - Direttore Scientifico e dell'Innovazione dell'Area Sanità e Salute di Fondazione Istud. 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer, di "The languages of care in narrative medicine" nel 2018 e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. Ha pubblicato nel 2020 la voce Medicina Narrativa per l'Enciclopedia Treccani e la voce Empatia nel capitolo Neuroscienze per la Treccani. E' presidente dal 2020 di EUNAMES- European Narrative Medicine Society. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali accademici e istituzionali.

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