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Intervista a Stephen Legari, arteterapeuta del Museo di Belle Arti di Montreal

Il Montreal Museum of Fine Arts è in questi mesi sotto l’attenzione di esperti umanistici e clinici. In questo luogo, i medici sono in grado di prescrivere visite gratuite al museo d’arte a pazienti con una vasta gamma di disturbi, dalla depressione al diabete, alle malattie croniche. Il museo permetterà ai medici di prescrivere 50 visite gratuite all’anno per ogni paziente e caregiver. Ogni prescrizione consentirà l’ingresso a un massimo di due adulti e due bambini al di sotto dei 17 anni. In questo modo, la prescrizione culturale potrebbe essere terapeutica non solo per coloro che già soffrono a causa di malattie, ma anche come cura preventiva per i familiari e amici che accompagnano i pazienti.

Perché questo progetto? Il motivo è già spiegato chiaramente dalle neuroscienze, in quanto il contatto con la Bellezza, e la creazione di qualcosa che abbia un significato personale o valore estetico, attivano il rilascio di quei neurotrasmettitori legati al benessere (Marini MG, The languages of care, Springer Edition, 2018). Tuttavia, la prescrizione di una connessione tra arte e benessere in cui i pazienti sono fisicamente indirizzati verso un museo di belle arti come parte del loro piano di trattamento, è rimasta finora inesplorata per la comunità medica.

Ho avuto il piacere di intervistare Stephen Legari, Art Therapist e coordinatore dell’Art Hive (alveare artistico) del museo. Questo è uno spazio libero e accessibile, co-faciliato da terapeuti e mediatori d’arte, dove, all’interno del museo, i visitatori possono creare opere al proprio ritmo in un programma che promuove l’inclusione sociale e il benessere attraverso l’arte. Stephen gestisce inoltre gruppi di arteterapia, supervisiona tirocinanti e collabora alla ricerca con università, cliniche e organizzazioni comunitarie partner.

Mentre mi preparavo per l’intervista ho scoperto il background e i pilastri su cui poggia questo esperimento: Montreal è una città piena di Art Hives (alveari artistici).

 

Montreal e gli alveari dell’arte

“Stephen Legari, perché tutto questo sta accadendo a Montreal?” –  Stephen, ha gentilmente condiviso con noi la storia dell'”attivismo” artistico di questa città.

“Gli Art Hives in parte provengono dalla tradizione dell’arteterapia: gli studi d’arte aperti erano luoghi dove i pazienti potevano venire a parlare e fare qualcosa di diverso dai loro trattamenti clinici e terapie concomitanti, compresa la psicoterapia. A Montreal, la creazione dell’Art Hives è dovuta alla professoressa Janis Timm-Bottos dell’Università Concordia di Montreal. La Timm-Bottos è una terapeuta e una studiosa d’arte, con una pratica di ricerca sostenibile che indaga lo studio d’arte comunitario come luogo terapeutico per la guarigione individuale e familiare. È fondatrice di Art Street, uno studio d’arte con Albuquerque Health Care for the Homeless, OFF Center Community Arts Project, una sede artistica pubblica ad Albuquerque e “Kitchen Table Arts”, che si trova in un negozio di articoli usati a Nelson, e ha dato vita a “Children of the Seams”, un collettivo giovanile che rielabora la moda con abiti di scarto. Si è formata negli Stati Uniti, dove ha lavorato con artisti senzatetto, ma ha deciso di abbandonare quell’ambiente per essere meno influenzata e libera di sviluppare le sue idee di arte, artigianato, cucina, per abbracciare la città per le organizzazioni comunitarie. Ha creato gli Hives come modello di impegno pubblico nell’arte e nelle attività: gli spazi sono liberi, accessibili a tutti, ai malati e ai poveri insieme alle persone sane e ricche: l’Hives ideale ospita persone di ogni tipo, in modo che tutti possano beneficiare dell’inclusione della diversità della vita; la comunità aiuta a creare stabilità per coloro che possono vivere con una varietà di problemi, comprese le questioni di salute mentale e di isolamento sociale….”

“L’arte può anche aiutare a espandere le persone in maniera creativa, quelle che possono essere eccessivamente strutturate o razionali. Ma perché questo miracolo è stato realizzato a Montreal?

“Montreal, in Quebec, è una meta artistica: molti giovani artisti vengono a vivere qui perché è accessibile, e perché ha una lunga storia nell’arte. I “Quebecois” hanno una storia culturale molto ricca e la città è molto cosmopolita e multiculturale. Da un punto di vista politico, ha un passato di inclusione, basato su un’ideologia più socialista; gli Hives sono un modello molto sostenibile che ha attirato l’attenzione della filantropia; in alcuni casi sono finanziati con fondi comunali, in altri casi godono del sostegno di donatori e fondazioni familiari. Tuttavia ogni Hive è autonomo e individuale”.

“Quanti Hives ci sono?”

“Ci sono più di trenta Hives a Montreal e duecento in tutto il mondo, vale a dire che il 15% degli Hives sono qui in questa città.  La cosa più importante è che siano pubblici, accessibili a tutti, senza alcun pagamento”.

 

I medici

“E gli Hives dell’arte negli ospedali?”

“Vogliamo sicuramente espandere gli Hives  in ospedale: l’adattamento all’ambiente clinico può dare qualcosa che favorisce il benessere dei pazienti e dei fornitori di cure attraverso un’esperienza artistica”.

“Ci sono resistenze da parte dei clinici nell’abbracciare queste attività di arteterapia?”

“Mi interessa molto la resistenza. I nostri sistemi medici si basano sulla gerarchia che è una delle cose più difficili da appiattire. Partecipare alle arti per clinici e medici può sembrare da loro indesiderabile in quanto mostra in qualche modo le parti vulnerabili, la fragilità di una persona, così come le parti più forti: tuttavia, con l’arte si può essere mossi da ciò che si vede e si crea e sentirsi ascoltati. Quindi, in un mondo gerarchico, non si vuole esporre invece la fragile umanità del proprio sé”.

“Personalmente, penso che i migliori leader siano stati e sono quelli in grado di mostrare anche il proprio volto umano, capaci di comprendere gli altri e di racchiudere la propria fragilità.”

“Vedo l’impegno con l’arte e la guarigione come un processo di sviluppo. Lavoriamo con gruppi di studenti di medicina portati al Museo per entrare e rimanere in contatto con l’arte: abbiamo selezionato alcune “opere” che utilizziamo per mostrare la malattia in tutte le sue sfumature ed esplorare l’empatia. Questi studenti “pre-med” reagiscono in modo meraviglioso”.

 

Il progetto di prescrizione artistica

“Ora che abbiamo capito il background che ha fatto a Montreal da catalizzatore alla prescrizione, potrebbe dirci qualcosa di più su questo straordinario progetto?”

“Per quanto ne so, tutti i medici che partecipano sono medici di famiglia e prescrivono questa visita al museo, verificando la presenza di motivazioni da parte del paziente, in modo che questa persona ne possa beneficiare. La prescrizione è per uno, per una coppia o per tutta la famiglia. E’ bello quando tutto il sistema familiare arriva al museo, infatti, sono anche terapista familiare, e penso che il raggiungimento del benessere sia molto più rapido quando tutta la famiglia è impegnata: così hanno la possibilità di aumentare il senso di benessere, l’opportunità di avere emozioni positive. Dal punto di vista neurologico, speriamo che questo abbia un impatto positivo sull’attività dell’amigdala e che si possa godere di un certo grado di regolazione emozionale. La prescrizione del museo può assumere diverse forme: da una visita guidata, a una visita indipendente, a un coinvolgimento nel laboratorio artistico-terapeutico.

In questo primo anno, il paziente viene e presenta la prescrizione e, alla fine della visita, gli viene consegnato un modulo di valutazione da compilare: le persone avranno il potere di influenzare il futuro di questo programma. Il paziente in visita sarà in grado di godere dei 5 padiglioni di arte esposti, fare un tour, godere di attività familiari gratuite o frequentare l’Hive dell’arte”.

“Come siete riusciti ad ottenere la prescrizione medica e non solo il consiglio sociale (ad opera di educatori, counsellor, assistenti sociali)?”

Legari dice: “Stiamo costruendo su ciò che esiste e facendo qualcosa di più diretto. Ci sono casi di prescrizione sociale nel Regno Unito e ci sono altri luoghi in cui le prescrizioni dei musei stanno prendendo piede”.

“Sì, a Milano abbiamo anche visite guidate con arteterapeuti consigliate da medici per disabilità mentali e fisiche croniche, ma non ancora una prescrizione medica”.

“Qui, sebbene prescritta dai medici, la prescrizione culturale non intende sostituire un farmaco, ma siamo interessati a ridurre il dosaggio dei farmaci per il trattamento del dolore o della depressione. C’è stato uno studio appena concluso presso il nostro museo con un’attività per anziani e ha dimostrato che c’è un impatto positivo sulla loro qualità di vita con un aumento del senso di benessere. È qui che la ricerca ci sta spingendo: l’arte legata ai risultati clinici”.

Nell’Hive, il mieux-etre – il meglio-essere è legato al fatto, che ogni persona è trattata come un artista: persone che creano”.

 

La poiesis è l’attività di creazione: se torniamo alla radice greca, creare è una parola sovrastrutturata, perché il significato fondamentale del creare è semplicemente “fare”, qualunque cosa si faccia, una ricetta di cucina, un nuovo panno da vecchi tappeti, un acquerello dai colori della scatola del trucco o una poesia con parole logiche e irrazionali.

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Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

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