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Deontologia e norma nel dibattito bioetico: intervista ad Assunta Morresi

Proponiamo un’intervista ad Assunta Morresi, Professore Associato di Chimica Fisica presso il Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell’Università degli Studi di Perugia, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. È stata consulente ministeriale in due legislature, e in qualità di esperta ha preso parte a commissioni ministeriali, tavoli interministeriali, gruppi di lavoro del Consiglio Superiore di Sanità, e fa parte di alcuni comitati del Consiglio d’Europa (CD-P-TO, e DH-BIO).

D. La tematica dell’aiuto al suicidio è una fra le più controverse del dibattito bioetico attuale in Italia. Mosso da quali istanze il Comitato Nazionale di Bioetica ha emesso un parere al riguardo, e con quali finalità?

AM. Per la prima volta nella sua esistenza, la Corte Costituzionale ha dato un tempo preciso al parlamento – un anno – perché si pronunciasse sulla depenalizzazione dell’aiuto al suicidio. A prescindere dalle valutazioni riguardo questa procedura “a scadenza”, sarebbe stato assurdo tacere, visto che siamo anche organo di consulenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Se non ci fossimo pronunciati, saremmo venuti meno alla nostra ragion d’essere, anche se – va detto – la decisione di elaborare un parere al riguardo è stata nostra: non abbiamo ricevuto richieste in merito.

Il fine che ci siamo posti non era tanto dare indicazioni in senso favorevole o contrario alla introduzione del suicidio medicalmente assistito, quanto offrire elementi di chiarezza al legislatore e all’opinione pubblica. Il parere, quindi, voleva essere una “fotografia” dello stato dell’arte della discussione in corso, una illustrazione delle principali, diverse posizioni presenti nel dibattito pubblico, e quindi anche all’interno del nostro Comitato. Il risultato finale mediatico è stato diverso: si è parlato di minoranze e maggioranze, contrarie e favorevoli all’introduzione del suicidio medicalmente assistito. Ma questo non è vero, perché il comitato si è espresso in modo più articolato: è stato stravolto il senso stesso del parere.

 D. Quali sono, a suo parere, i più urgenti nodi emersi, e quali i principali punti di dissenso?

AM. L’impostazione del documento ha fatto sì che fossero riproposte le argomentazioni che più frequentemente emergono a riguardo, a partire dalla contrapposizione principale, quella fra l’autodeterminazione del soggetto e la tutela della sua vita. I nodi principali affrontati sono enucleati in specifici paragrafi: dalla espressione di volontà della persona che chiede la morte, al coinvolgimento delle professioni sanitarie, dall’esistenza o meno di un pendio scivoloso verso una sempre maggiore diffusione della morte procurata una volta ammessa nell’ordinamento, all’importanza delle cure palliative. Su questi punti ci siamo confrontati a lungo, e l’unico in cui ci siamo ritrovati tutti è stato l’ultimo, ossia l’importanza delle cure palliative – fermo restando che, per alcuni, anche un pieno accesso a chi ne ha bisogno non elimina la richiesta di suicidio.

Molte problematiche emerse durante il lavoro comune sono restate sottese al parere e non esplicitate a sufficienza, anche per la difficoltà di conciliare posizioni tanto diverse, a partire, ad esempio, dalla definizione stessa di eutanasia e di suicidio: i media hanno semplificato dicendo che l’intero comitato ha fatto una distinzione, ma questo non è vero.

Le definizioni date nel parere sono state puramente descrittive, e non corrispondono a una valutazione comune. Si è deciso di convenire su quelle più ricorrenti e che sottolineano chi compie formalmente l’atto che dà la morte: il medico nell’eutanasia, il malato nel suicidio. Dal mio punto di vista (e non solo), non vi è una differenza tra fare un’iniezione fatale al malato che chiede di morire e il porgergli un bicchiere con il farmaco letale. E una differenza nelle definizioni riflette una differenza sostanziale sulla natura degli atti che si definiscono.

Abbiamo discusso molto sul ruolo del medico e del personale sanitario, anche a seguito del documento della FNOMCEO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri) e di una audizione del Presidente Anelli: se dare la morte diventa un atto medico, la professione stessa ne viene stravolta, perché è nata per combattere la morte, e non per procurarla. Difatti, il rifiuto della federazione alla legalizzazione di qualsiasi forma eutanasica è chiaro e fermo.

Vi è anche la posizione di chi, all’opposto, pensa che aiutare a morire chi lo chiede sia un atto di solidarietà: sono due posizioni inconciliabili, che presuppongono visioni radicalmente differenti della vita e del suo significato. Questa inconciliabilità è emersa nettamente quando abbiamo parlato dell’inevitabile scontro fra deontologia e norma, specie se di rango elevato: se il codice deontologico medico (che vieta di procurare la morte) confligge con una norma costituzionale (che prevede che in alcuni casi sia possibile, con l’aiuto di un medico), chi prevale? E chi decide chi prevale? Una problematica importante, che però non è emersa nel testo finale.

D. Quali sono, secondo lei, le questioni prioritarie riguardanti il tentativo di conciliare il principio di salvaguardia della vita e quello dell’autodeterminazione del soggetto?

AM. Dal mio punto di vista, va fatta una seria riflessione sull’autodeterminazione, che viene interpretata in modo sempre più esasperato. In sintesi, oggi autodeterminarsi significa che la massima espressione della libertà, dignità e realizzazione personale consiste nella piena attuazione della volontà individuale, a prescindere dalle relazioni con gli altri e purché non ci sia danno per il prossimo. Ma se questa è l’ipotesi, dobbiamo trarne conseguenze logiche. Ad esempio, dovremmo rivedere una serie di norme che ora accettiamo per tutelare i più vulnerabili: perché impedire a qualcuno di vendere i propri organi, se lo fa in piena consapevolezza? Perché obbligare i motociclisti maggiorenni a portare il casco? Perché obbligare i dipendenti a prendere le ferie, se vogliono liberamente rinunciarci? E potremmo continuare. Nell’ottica di un’autodeterminazione così definita, gli esempi appena elencati non sono tutele, ma limiti.

Anche la legalizzazione della morte procurata è vista come una forma di autodeterminazione, tramite l’attuazione di una volontà chiaramente espressa, motivata da una sofferenza percepita come insopportabile. Ma chi può stabilire il limite della sofferenza, per negare il suicidio assistito ad alcuni e consentirlo ad altri? Può un parlamento, o un tribunale, stabilire che la sofferenza di una madre per la morte di un figlio è più sopportabile di quella di un grave disabile tetraplegico e cieco (come era Fabiano Antoniani), e quindi negare alla prima ciò che è consentito al secondo? E ancora: perché prevenire il suicidio, se sono chiare volontà e sofferenza, come ad esempio avviene per i detenuti? La riflessione in merito è molto complessa; a mio avviso dovremmo iniziare a fare i conti con le contraddizioni portate da questa concezione dell’autodeterminazione.

D. Dal suo punto di vista, che sfide pone questo dibattito al curante?

AM. Ne va della natura stessa della professione medica. Un medico che procura la morte non è un medico, per definizione: bisogna trovare un altro nome e un’altra professione. E non ci si può illudere di risolvere il problema con l’obiezione di coscienza: se la morte diventa un atto medico, sarà ovvio innanzitutto prevedere un costo corrispondente al servizio erogato, quantificare ore di lavoro e mezzi e personale impiegati, monetizzandoli. Dovrà esser prevista la formazione di chi la procura, in università o in corsi appositi, e qui va sottolineata la differenza con l’interruzione di gravidanza, che riguarda solamente ginecologi e anestesisti: a somministrare un prodotto letale, o a sospendere sostegni vitali con l’intenzione di procurare la morte potrebbero essere oncologi, geriatri, neurologi, cardiologi, psichiatri, pediatri, e così via. E se la morte è considerata un gesto di solidarietà, quindi un atto medico positivo ed efficace, perché negarne l’accesso a bambini e malati mentali?

È evidente che cambia la mentalità generale, nel tempo: legalizzare forme eutanasiche significa che far morire qualcuno non è reato, in alcuni casi, se a farlo è un medico che segue certe procedure. Vuol dire che la vita non va sempre tutelata, ma a volte toglierla è un bene. Una volta stabilito il principio, spostare i confini è solo questione di tempo: non a caso in tutti i paesi dove queste leggi sono approvate, il numero delle morti procurate è in aumento continuo. È un cambiamento antropologico radicale di cui porta il peso principale la classe medica, che mai come adesso è chiamata a chiedersi il proprio significato e la propria natura.

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