Intervista a Michela Zanandrea sul tema del burnout nel settore sanitario

Nella sua esperienza professionale, quanto è diffuso il burnout tra gli operatori sanitari e quali segnali lo rendono più evidente?

Il burnout non è più un’eccezione purtroppo, ma una condizione che colpisce una percentuale altissima di operatori. Oltre ai classici segni di esaurimento fisico, il segnale più evidente e preoccupante è la depersonalizzazione. I professionisti sanitari perdono la voglia di migliorare il contesto di lavoro, ad esempio non partecipando ad iniziative di miglioramento, o rimanendo impassibili di fronte a situazioni complicate, non proponendo soluzioni.

Secondo lei, quali sono i fattori che contribuiscono maggiormente al burnout nel contesto sanitario attuale?

Sicuramente nel carico di lavoro e nella impossibilità di “governare” determinate situazioni assistenziali (“tanto non si può fare nulla”), si aggiunge la complessità assistenziale crescente unita a una tecnologia che spesso complica invece di snellire. Come tutor, noto che il peso burocratico sottrae tempo alla relazione; i colleghi si sentono schiacciati tra l’esigenza di fornire cure di alta qualità e la carenza cronica di risorse e personale.

Nel contesto sanitario si parla abbastanza della fatica emotiva? Quali aspetti restano più spesso taciuti?

No, restano nascosti il senso di colpa per non aver fatto abbastanza e il peso del dolore altrui che si accumula. C’è ancora la cultura del professionista “eroe” che non può cedere; questo tabù impedisce di elaborare la situazione dolorosa vissuta, portando a un isolamento emotivo che danneggia sia il professionista che il team.

Si parla di professionisti che non abbandonano la professione, ma le organizzazioni. Secondo lei, cosa fa restare — o cosa spinge ad andarsene — un operatore sanitario oggi?

Molti infermieri amano ancora la cura, ma non tollerano più ambienti di lavoro disorganizzati. Quando incontro i colleghi in tirocinio, percepisco che la frustrazione non nasce dal contatto col paziente, ma dalla sensazione di essere solo una pedina in un ingranaggio che non valorizza le loro competenze specifiche e la loro salute mentale. A spingere verso l’abbandono sono il turnover elevato, i turni a volte massacranti e la poca crescita professionale. A far restare, invece, è quasi sempre la qualità del team e la relazione con l’utente. Se c’è un clima di supporto (lavorare bene in team) e una leadership che ascolta, l’operatore resiste.

Quando si propone un percorso sul benessere, la risposta più frequente è ‘Non ho tempo’. Come interpreta questa mancanza di tempo: è solo un problema organizzativo o anche culturale?

Se da un lato i rapporti numerici infermiere/paziente sono spesso inadeguati (problema organizzativo), dall’altro esiste una cultura che vede il “prendersi cura di sé” come un lusso. Dire “non ho tempo” è forse è un modo per difendersi, fermarsi a riflettere sul proprio benessere significherebbe ammettere una sofferenza che molti non sono pronti a gestire.

In che modo il burnout dei professionisti sanitari può influire sulla qualità dell’assistenza ai pazienti?

Un professionista in condizioni di stress è un rischio per la sicurezza del paziente. E’ meno attento verso i pazienti e se stesso (errori farmacologici e umanesimo della cura).  Viene percepita una assistenza meccanica e priva di quello sguardo empatico necessario per intercettare i bisogni reali dell’assistito.

Cosa dovrebbe cambiare, a livello organizzativo o culturale, per tutelare maggiormente la salute mentale dei professionisti sanitari nei prossimi anni?

È necessario un cambio di paradigma, la salute mentale dell’operatore deve essere considerata come una componente irrinunciabile per costruire gruppi di lavoro equilibrati e gratificati. Serve investire in percorsi di supporto strutturati, non “una tantum”; ridando valore alla riflessione sul sé e alla condivisione.

Michela Zanandrea

Infermiera, docente e coordinatrice del terzo anno del Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università degli Studi di Ferrara.Facilitatore di Laboratori di Medicina Narrativa (SIMeN).

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