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Le sfide della psicoterapia a distanza: intervista a Delia Duccoli

Delia Duccoli è psicologa e psicoterapeuta, esperta sul tema della relazione e comunicazione tra professionista sanitario e paziente. In ambito sanitario segue progetti per la cura della comunicazione con il paziente e la gestione del burn-out degli operatori.

D. Come è possibile preservare l’empatia e l’umanizzazione delle cure nel campo della psicologia e psicoterapia a distanza?

DD. La mia esperienza di psicoterapia online, prima del COVID-19, si limitava a situazioni particolari, ad esempio un paziente in viaggio di lavoro per lungo tempo. Già prima dell’emergenza sanitaria esistevano però numerose ricerche e studi a livello internazionale, linee-guida e buone prassi per comprendere sia le criticità che le opportunità della psicoterapia online.

Queste ricerche, partite negli anni Duemila, evidenziavano che non c’è grande differenza nella percezione di empatia e di competenza del terapeuta da parte dei pazienti; anzi, dagli studi fatti l’alleanza terapeutica risulta come fattore positivo anche nella psicoterapia online. Emergeva piuttosto una certa diffidenza da parte dei terapeuti, dal momento che la terapia è anche un setting, quindi uno spazio fisico che è anche un luogo della mente, un temenos, un recinto sacro, in cui avviene l’incontro.

D. Cos’altro è necessario preservare in questo campo?

DD. La psicoterapia si basa sulla relazione, che è data non solo dalle parole, ma anche in gran parte da una comunicazione affettiva, possiamo dire “corpo a corpo”, trasmessa in modo non verbale e implicito tra terapeuta e paziente. E quindi la domanda che ci possiamo fare è: anche in mancanza di prossimità fisica è possibile creare quel territorio emotivo, quella comunicazione affettiva, quella comunicazione “da cervello destro a cervello destro” che serve a porre le basi per un buon lavoro di cura?

La risposta è venuta in modo più intenso dopo questo periodo di esperienza forzata, in cui anche i terapeuti che utilizzano terapie a mediazione corporea – che utilizzano il corpo, la sensomotoria, ad esempio, l’EMDR  – hanno provato a cimentarsi con questo quesito: nella comunicazione online si può creare la comunicazione affettiva corpo a corpo, si può creare uno spazio di risonanza empatico?

E penso che la risposta sia positiva: molti pazienti e molti terapeuti hanno sperimentato la possibilità di creare quella base sicura, quell’alleanza cooperativa, quel legame empatico da cui partire per esplorare comportamenti, conflitti, ricordi, sofferenze.

D. Potrebbe farci l’esempio di un caso concreto?

DD. Da febbraio sono stata forzata – nonostante le mie diffidenze iniziali – a condurre tutti i colloqui di supporto al personale sanitario che affrontava situazioni di COVID-19 a distanza, in modalità online e a sperimentare con loro tutte quelle tecniche corporee (basate sulla mindfulness, sull’EMDR, sulla terapia sensomotoria) per regolare le emozioni. Ho lavorato con medici, infermieri, operatori sociosanitari in allarme per le situazioni che hanno vissuto e visto durante l’emergenza COVID-19: le atroci sofferenze dei pazienti, la comunicazione della morte in solitudine ai familiari, il senso di impotenza e di pericolo.

E non solo la terapia online ha rappresentato l’unica strada possibile, ma si è rivelata, a me per prima, particolarmente efficace. Certo, con alcuni accorgimenti: ad esempio, è difficile farlo con il cellulare, serve uno schermo grande, ci vuole una buona connessione, l’ideale sarebbe anche potersi avvicinare (per capire le espressioni del volto), ma anche allontanare dallo schermo, per vedere il corpo intero, per poter fare esercizi in piedi, di grounding, di rilassamento, di regolazione delle emozioni; è necessario uno spazio in cui nessuno entra a disturbare e a volte tutto questo può risultare difficile. Con alcuni operatori le sedute sono avvenute in auto, con l’I-pad e l’auricolare.

Abbiamo potuto lavorare su emozioni forti – rabbia, tristezza, ansia, sensi di colpa – causate dalla situazione che molti operatori stavano vivendo, anche con la possibilità di fare esercizi, di condividere esperienze, di guardarsi, di seguire i gesti, così come avviene nella terapia in prossimità fisica: con alcune cautele, questo si può fare anche online.

D. Pensando anche a tecniche quali l’EMDR, come si fa a gestire il corpo dell’altra persona e il linguaggio non verbale a distanza?

DD. Come terapeuti avevamo molti pregiudizi, per cui all’inizio molti hanno preferito sospendere le sedute EMDR, invece che farle a distanza. Spesso però i cambiamenti di comportamento avvengono sotto la spinta di necessità improrogabili: dal momento che l’emergenza non consentiva alternative, abbiamo cominciato a praticare l’EMDR online e, direi, con ottimi risultati. Il corpo si vede, si vedono i movimenti, si vede l’agitazione, il deglutire, il respiro alto, la tensione muscolare. La stimolazione bilaterale classica dell’EMDR fatta con il movimento oculare si può sostituire con la stimolazione bilaterale fatta sulle spalle, sulle braccia, in contemporanea al terapeuta. Con il tempo abbiamo sperimentato che la stessa stimolazione oculare si può fare tramite video.

Ci può essere qualche difficoltà quando le persone hanno reazioni emotive molto violente, molto forti, in quelle situazioni in la cui vicinanza fisica empatica e protettiva è necessaria e un tocco del terapeuta può essere di sollievo. Esistono anche situazioni di persone che non avrebbero mai messo piede in uno studio psicoterapeutico e che si avvicinano alla terapia proprio perché si sentono più al sicuro e meno in imbarazzo restando a casa.

L’efficacia o meno di una terapia online dipende, penso, anche da altre variabili, da fattori quali l’età, la familiarità con gli strumenti digitali, la possibilità di avere uno spazio adeguato, una buona connessione e così via.

D. Dal suo punto di vista, quali prospettive ci sono per la psicologia e psicoterapia a distanza dopo l’emergenza COVID-19?

DD. Per la mia recente esperienza tendo ad attribuire una grande efficacia alla terapia online, anche se penso che vi siano aspetti da approfondire – ad esempio, a volte è molto stancante tenere l’attenzione video del paziente per un’ora, quindi i tempi potrebbero essere rivisti. Passata l’emergenza, dovremmo analizzare i cambiamenti e valutare l’utilizzo dei vari strumenti, con i rischi e i benefici che ciascuno comporta. Confido che siano incentivate ricerche che ci permettano di cogliere le differenze e di affrontare quei problemi, la privacy ad esempio, per ora rimasti sotto traccia.

La normalità di prima non esiterà più: vivremo in un contesto economico e sociale diverso, diverso anche dal punto di vista tecnologico, saranno valorizzati quei canali di aiuto “liquidi”, per dirlo alla Bauman, come le chat e le applicazioni anche per il disagio psicologico e la conoscenza d sè. Molto probabilmente, le sedute di psicoterapia online saranno di gran lunga più opzionate rispetto al passato, sia dai terapeuti che dai pazienti – e difatti, nuove indicazioni e linee-guida stanno già nascendo. Ci sarà una maggiore possibilità di scelta per il paziente e per il terapeuta.

Personalmente esco arricchita dall’esperienza del legame anche intimo che si crea con collegamenti video, sms, mail, ma ancora più desiderosa di ritrovare l’incontro in presenza, senza schermi, quell’esserci  l’uno per l’altro in uno spazio dedicato, che nutre la relazione terapeutica.

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Laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata nel campo dell’antropologia medica, ha condotto attività di formazione a docenti, ingegneri e medici operanti in contesti sia extra-europei che cosiddetti “multiculturali”. Ha partecipato a diversi seminari e conferenze, a livello nazionale e internazionale. Ha lavorato nel campo delle migrazioni e della child protection, focalizzandosi in particolare sulla documentazione delle torture e l’accesso alla protezione internazionale, svolgendo altresì attività di advocacy in ambito sanitario e di ricerca sull’accesso alle cure delle persone migranti irregolari affette da tubercolosi. Presso l’Area Sanità di Fondazione ISTUD si occupa di ricerca, scientific editing e medical writing.

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