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Salute e contesti culturali di cura: intervista al Professor David Napier

Proponiamo un’intervista a David Napier, Professore di Antropologia Medica presso l’University College of London, e direttore del Centre for Applied Global Citizenship dell’UCL. I suoi interessi di ricerca includono la vulnerabilità, l’assistenza sanitaria di base, il benessere, la cura della popolazione di diversa provenienza, la migrazione e il traffico di esseri umani, le persone senzatetto, le nuove tecnologie, l’immunologia e l’innovazione nella pratica scientifica. 

D. Cos’è la cultura? 

DN. La cultura sono sia le cose a cui diamo valore e con cui siamo affiliati, sia il modo in cui ci relazioniamo con le persone. Convenzionalmente, noi incorporiamo queste idee e concetti; ad esempio, se fossimo nel 1950 in Italia, tutti andrebbero in chiesa. Gli antropologi ora non seguono solo il modello religioso, come qualcuno potrebbe credere, come quante persone frequentano una moschea, ma le abitudini quotidiane e rituali, il lavoro e la pratica nella nostra società. La cultura, quindi, con un approccio olistico.

Quando decidiamo di rimanere nella nostra cultura, fai ciò che si ritiene adatto al tuo gruppo. Tuttavia, oltre alla cultura religiosa, ci sono pratiche e rituali quotidiani: da che parte della strada guidiamo? Questa è cultura. Se siamo educati, potremmo avere meno problemi, bene, supponiamo che queste convenzioni ci consentano una vita migliore. Potremmo definire la cultura anche in un altro modo: semplicemente modi di vivere contestuali a un luogo, a una comunità, a un paese. Ma è solo un’altra etichetta: invece di usare la parola cultura potresti usare stili di vita.

D. Qual è la relazione tra cultura e salute?

DN. La cultura – e questo vale anche per il contesto della salute – ci arricchisce, dà ai fatti un significato: perché si è verificata la malattia, perché il paziente accetta o rifiuta una particolare terapia e perché è venuta una certa malattia. E nel contesto, possiamo comprendere sia il livello della popolazione che del singolo paziente; la cultura parla dei nostri valori e, se siamo coerenti con le nostre credenze esistenziali, viviamo meglio e abbiamo uno scopo. Il medico, o un altro operatore sanitario, e il paziente dovrebbero allinearsi durante l’incontro, e questo è fattibile quando possiamo costruire quella intersoggettività, data dalla comprensione del contesto, delle abitudini, della sfera della famiglia o di altre relazioni.

Consideriamo due pazienti, entrambi sono in un letto d’ospedale a causa di una frattura alla gamba, stessa età e livello di gravità: tuttavia, il primo si è rotto una gamba per aiutare a salvare la vita a un bambino mentre attraversava la strada, il il secondo uomo è caduto da un’impalcatura. Potresti immaginare l’umore di questi due uomini? Totalmente differente! Il primo è orgoglioso, dal momento che con il suo gesto ha salvato una vita, il secondo è pieno di rabbia perché quell’impalcatura non era abbastanza sicura. Il “sacrificio” del primo uomo aveva un “significato”, l’incidente dell’altro uomo non aveva un significato simile. Fino ad ora.

D. Perché, secondo lei, è essenziale che i dottori ascoltino e osservino i contesti di vita dei pazienti?

DN. Perché i pazienti, all’inizio, sono timidi e non vogliono parlare di sintomi o segni; solo permettendo ai medici di creare questa affiliazione, i pazienti si aprono e iniziano a parlare. Nella pratica attuale, i medici sono giudicati in base a un parametro di efficienza, come la durata della visita. Negli Stati Uniti, dove l’assistenza sanitaria si basa sulle assicurazioni, un medico di base “va bene” quando la visita dura non più di cinque minuti. Questo tempo, però, è ridicolmente breve per stabilire una relazione empatica, e le diagnosi si basano su test costosi. Potremmo risparmiare molto prolungando la durata della visita ed evitando molti strumenti di diagnosi di medicina difensiva.

D. Potremmo quindi proporre una banca del tempo, almeno per la prima visita, per conoscere la persona, per vedere se “sono il curante giusto”: una prima visita potrebbe durare circa 45 minuti-1 ora, risparmieremmo tempo più avanti, e non solo tempo, ma anche i soldi della medicina difensiva.

DN. Assolutamente sì. Faccio un altro esempio di diverso uso del tempo e di accesso alla visita. Nelle zone rurali degli Stati Uniti, ma anche in Scozia, le persone in media vanno dal medico di base solo una-due volte l’anno. Perché? Perché vivono in una piccola città, tutti si conoscono, non vogliono raccontare al medico le loro storie di malattia, è una situazione troppo intima. Non vogliono sapere che gli amici del dottore, che potrebbero anche essere dei loro familiari, vengano a sapere di una specifica malattia. In una grande città come Boston, le persone vanno dal medico sei volte l’anno: l’intimità è preservata, il rischio di conoscersi è basso, quindi i pazienti sono più sicuri e si aprono da soli. Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di più tempo per le visite, soprattutto nelle zone rurali, ma anche in città, dove il medico ha solo cinque minuti. I test sono necessari, la tecnologia è fondamentale, ma l’empatia è altrettanto importante, ricordiamoci che il paziente può trovarsi in una situazione vulnerabile e può aver bisogno di tempo per riscaldarsi trasformando le parole mai raccontate. I pazienti spesso raccontano le informazioni più importanti quando sono già con la mano sulla maniglia della porta: sono stati in silenzio per tutto il tempo della visita, probabilmente a causa della vergogna, e solo quando se ne vanno, sono in grado di dire gli “indizi” più importanti. Sì, lasciar perdere il parametro di efficienza e prolungare il tempo della visita.

D. Pensa che questo tempo scarso e la spasmodica ricerca dell’efficienza possano causare un rischio di burn-out nei medici?

DN. Sì, sicuramente, il burn-out è proprio lì; i medici, in media, non sono felici. Non hanno tempo di trovare un significato a ciò che stanno facendo.

D. Quelli che avevano scelto la professione da giovani, sentono di aver perso la motivazione. Dalle metafore che definiscono una patologia cardiaca (come lo scompenso), è emerso che vedono in essa una minaccia (la “spada di Damocle”) o una natura maligna (un “serpente”), mentre i pazienti la descrivono come una “auto con le ruote sgonfie” o un “albero in autunno”. Queste metafore potrebbero rappresentare, da un lato, il fatto che i medici non percepiscono la limitazione fisica dei pazienti, e dall’altro, che il linguaggio rispecchi le loro idee di minaccia, un eventuale esaurimento, una modalità di sopravvivenza?

DN. Sì, e vivere costantemente in “modalità di sopravvivenza” è stressante e senza senso. Al contrario, le storie dei pazienti potrebbero rappresentare un rimedio per il burn-out. E anche – lo penso che come antropologo – l’apprendere da altri sistemi medici, dalle cosiddette “società tradizionali”, o da comunità non totalmente sottoposte al sistema biomedico, potrebbe aiutare a ridefinire il campo, anche per caregiver e pazienti. In questo momento, stiamo partecipando a una International Summer School dedicata alle politiche pubbliche per la promozione della salute: queste sono fondamentali, perché l’accesso all’assistenza sanitaria è un diritto umano. Tutti dovrebbero avere accesso alla salute e alle cure, è un diritto universale. E per il futuro sono ottimista, nonostante le lotte locali con i decisori: guarda qui a Roma, i medici e gli infermieri sono così interessati e così premurosi nei confronti dei loro pazienti.

D. Pensa che ci sia una questione di genere tra i medici?

DN. Sfortunatamente sì. C’è ancora, e i pregiudizi sono molto forti. Le donne che vogliono diventare chirurghi? “Per favore no”, qualcuno direbbe. Devi dedicarti a marito e figli, e se vuoi diventare un chirurgo, “devi accantonare la famiglia”. Inoltre, come donna, “non diventerai mai brava come un chirurgo maschio”.

D. E se una donna volesse divenire pediatra? 

DN. Sì – dice con un sorriso ironico. Questo è culturalmente accettato.

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Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

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