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L’affettività e la sessualità durante il lockdown: intervista a Daniela Fantini

Con piacere presentiamo un’intervista a Daniela Fantini, medico specialista in Ostetricia e Ginecologia presso il consultorio CEMP di Milano, cofondatrice del centro Soccorso Violenza Sessuale della Clinica Mangiagalli di Milano. 

MGM. Come si è parlato della sessualità durante il lockdown? Ci possiamo aspettare un aumento delle nascite dovuto al lockdown, oppure dei cambiamenti nell’uso di metodi anticoncezionali?

DF. Durante la fase precedente al lockdown, il problema evidente era l’attenzione che si doveva prestare alle persone con cui si intrattenevano rapporti. Non si poteva sapere chi avesse contratto il COVID-19 e chi no: questa era la complicazione, e possiamo presumere che in quel periodo la sessualità fosse interrotta, o quantomeno controllata. Questo tipo di problema non vi è più stato con l’inizio del lockdown, o meglio, dipendeva dalla situazione – soprattutto abitativa – in cui si trovava la singola coppia. Abbiamo assistito a un aumento delle donne in stato di gravidanza, suddivise tra chi cercava questa gravidanza e chi no; di fatto, alla riapertura degli ambulatori abbiamo ricevuto molte richieste in merito, sia di interruzione volontaria di gravidanza sia di altri tipi di percorsi. E questo ci porta a notare che la contraccezione non è stata considerata una richiesta urgente: la Regione Lombardia non ha dato delle direttive in merito, anzi ha escluso le richieste di contraccezione come visite urgenti.

A questo proposito, per quanto riguarda gli anticoncezionali anche meccanici come il preservativo, non proteggono dal contagio del COVID-19, dal momento che non è un virus a trasmissione sessuale, ma sarebbe stata una bella occasione per fare un po’ di educazione sanitaria, visto che la trasmissione avviene attraverso la saliva e la vicinanza.

MGM. Come si sono svolte le visite programmate e di emergenza durante il lockdown?

DF. Nella nostra ASST, abbiamo fatto dei controlli di triage telefonando a casa, per sapere se qualcuna avesse problemi di possibile contagio, ma senza avviare percorsi di telemedicina. Personalmente, ho svolto online solo i corsi per i ragazzi delle scuole, che considero comunque una cosa importante.

Per le visite che abbiamo mantenuto, il personale vestiva con camice di protezione,guanti e mascherina, e le donne mantenevano la mascherina durante la visita. Ripeto, però, che non considerare la contraccezione come un’urgenza è stato un grosso errore. Non viene mai considerata qualcosa di utile e importante.

MGM. Dalla delibera nazionale si potevano incontrare parenti fino al sesto grado, ma non altri affetti, e questo forse ha penalizzato la sessualità: vuole commentare?

DF. Sicuramente la sessualità è stata penalizzata, perché le coppie che non vivevano insieme non si sono viste per molto tempo, e le relazioni extra-familiari non sono state considerate alla stregua del legame tra parenti. La contraccezione non è stata considerata, ma a monte non è stata considerata neanche la sessualità: nessuno ne ha parlato, come se fosse una cosa da mettere in secondo piano, o peggio come se non esistesse, eppure è fondamentale per la nostra vita.

MGM. Ora che siamo in fase di “riapertura”, che consiglio darebbe rispetto al raggiungimento di una buona sessualità, intimità e del piacere dello stare nel corpo?

DF. Credo che la pandemia abbia inciso sulla salute mentale, innescando anche situazioni di depressione. La cultura dell’onnipotenza, del “non mi tocca”, è molto presente, soprattutto nei giovani; questa volta, invece, il virus – come rischio e come immaginario – era molto presente, era ovunque, portando a una consapevolezza diversa rispetto a quella che normalmente si ha verso altri virus, che “non si vedono”. Prendiamo ad esempio il papilloma virus (HPV): non si vede, appunto, e non se ne parla, non vi è un discorso pubblico al riguardo e non si usa il profilattico, anche se una delle possibili conseguenze del contrarlo è il cancro. Eppure, non c’è consapevolezza di questo rischio. In alcune persone, più fragili dal punto di vista della salute mentale, col COVID-19 la consapevolezza del rischio si è anche ingigantita perché ha portato molte persone a considerare possibile la propria malattia, la propria solitudine ed anche la propria morte – penso a una collega che lavora presso un Centro Disturbi Alimentari che in una sola settimana ha registrato tre casi di suicidio, tentati o avvenuti.

Contrariamente a virus quali l’HPV o l’HIV, che rimangono “invisibili” nel senso che citavo prima, delle morti da COVID-19 abbiamo avuto sotto agli occhi immagini impressionanti: le foto e i video dei mezzi militari che uscivano da Bergamo, ad esempio, hanno trasformato una cosa di cui tendenzialmente non hai paura – un virus, che non vedi – in un qualcosa di visibile, incidendo di conseguenza sull’immaginario che si aveva del virus e del rischio di contagio.

La questione dell’intimità è diversa, nel senso che, al di là del COVID-19, bisognerebbe anche lavorare sulle relazioni e sulla loro costruzione, senza cui la sessualità rimane un mero esercizio fisico.

MGM. Girava su tutti i media il famoso Bacio di Magritte con le due persone velate, così come statue e dipinti che si baciano con indosso la mascherina… Che ne rimane, del Bacio?

DF. Ho usato tante volte il Bacio di Magritte come immagine, ma devo ammettere che a me rimanda più all’idea della scatola chiusa: non mi viene da confrontarlo con la mascherina. La scatola chiusa, in questo senso, è quella del rapporto: la persona è dentro, non è quella che vedi superficialmente. Questo Bacio, dunque, è per me più legato all’interno, all’intimità, all’incertezza che alla protezione.

La situazione innescata dal COVID-19 è stata vissuta – e interpretata – in modo molto diverso, rispetto ad altre patologie: per alcune persone, il nemico poteva essere chiunque. E forse ha inciso sull’immaginario in modo più profondo perché la mascherina “si vede”, il preservativo no.
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Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

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