La Medicina è ormai da molti anni considerata una pratica tecnico – scientifica basata sulla necessità di riparare un oggetto che la malattia o l’usura del tempo abbiano logorato, rendendolo non più efficiente, per un processo di equiparazione del corpo umano a una macchina desiderata sempre più incorruttibile. L’enorme espansione delle conoscenze scientifiche, sia in ambito diagnostico che terapeutico, alla quale abbiamo assistito negli ultimi decenni, se da un lato ha permesso un grande allungarsi dell’aspettativa di vita, dall’altro lato ha rafforzato tale onnipotente convincimento. Senza voler rinunciare al progresso tecnologico, prezioso e imprescindibile, si è però sentita in modo sempre più pressante l’esigenza di recuperare il lato umanistico della pratica medica, di considerare cioè il lavoro con l’essere umano necessariamente composto non solo di un aspetto fisico ma di una dimensione psichica e emotiva che non possono più essere ignorate o scisse, secondo il famoso “errore di Cartesio”.
Per sanare tale dicotomia ci si è rivolti alle Medical Humanities, in modo particolare alla musica, all’arte e alla letteratura, per accompagnare e alleviare la sofferenza della persona malata, sostenendone l’aspetto psicologico oltre a quello fisico, sostegno che numerosi studi hanno dimostrato essere molto efficace anche dal punto di vista biologico essendo le due dimensioni interconnesse. In modo analogo per troppo tempo si è sottovalutato il carico emotivo al quale il personale sanitario è necessariamente sottoposto nella pratica clinica in un lavoro che espone alla sofferenza, alla paura e spesso anche alla morte. In un’epoca nella quale il concetto paternalistico del medico è stato cancellato, almeno così speriamo, consideriamo la relazione curante-curato come l’incontro di due competenze: quella del medico o infermiere esperto della teoria della malattia (disease) e quella del paziente esperto della pratica della malattia (illness) che si è indovata nel suo corpo, relazione nella quale la narrazione diventa strumento principe per acquisire informazioni, che però spesso si considerano unicamente di carattere tecnico scientifico. Tale incontro di competenze non può più rimanere solo sul piano tecnico ma è necessario considerare che tale relazione coinvolge due esseri umani fatti di emozioni, pensieri, dubbi e incertezze.
È giunto dunque il momento di considerare il fattore umano dell’operatore sanitario.
Nella mia ormai lunga esperienza clinica ho sempre sentito fortissima la responsabilità di prendermi carico del bene prezioso che la persona stava mettendo nelle mia mani: la sua salute. Tale assunzione di responsabilità ha provocato in me molte emozioni, prime tra tutte il timore di sbagliare, di non fare la giusta diagnosi, di non avere chiaro tutte l’armamentario delle terapie che oggi la scienza ci offre o di non scegliere quella più efficace. Personalmente ritengo che la lamentata mancanza di empatia da parte dei medici sia segno di schermo e protezione verso emozioni come quelle descritte, per non parlare del possibile coinvolgimento emotivo di fronte alla sofferenza di un essere umano, nella quale è fatale specchiarsi e riconoscersi. Purtroppo devo constatare che le facoltà di Medicina e Chirurgia, lungi dal prendersi carico di tale dimensione emotiva, hanno per decenni incoraggiato nel professionista della salute un atteggiamento razionale e distaccato, ritenendo tale atteggiamento più scientifico e adatto al ruolo del medico, sacrificandone il lato umano sull’altare di una presunta professionalità, credendo di sopprimerne le emozioni, che notoriamente sono insopprimibili. Tale presunzione, oltre a turni spesso insostenibili, hanno contribuito non poco al diffuso burnout della classe medica, quel bruciarsi, consumarsi all’interno che provoca enorme danno al curante e di conseguenza al curato. Nel corso degli anni ritengo che dal burnout mi abbia salvato la grande passione per la letteratura, nella quale ho trovato rifugio quando il lato umano e psicologico dell’impatto della sofferenza dell’altro, della tolleranza all’incertezza dell’andamento delle terapie, della paura di sbagliare o non essere all’altezza sta per travolgermi. Per tale motivo auspico fortemente l’introduzione di corsi di Medical Humanities e Medicina Narrativa nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia e di Infermieristica.
Perché la letteratura così come la musica o l’arte possono aiutare una persona che ha deciso di indossare un camice, ha scelto un lavoro di aiuto dell’altro, ha immaginato un futuro a contatto con la sofferenza nella speranza di alleviarla? Perché una passeggiata in un museo o l’ascolto di un concerto possono aiutare una persona che a tale onda di umana sofferenza arriva spesso del tutto impreparata, pur conoscendo la struttura molecolare del recettore per l’insulina?
Le arti in genere non hanno solo una bellezza intrinseca legata alla forma ma sono straordinarie perché offrono contenuti di conoscenza del mondo che ci consentono di esplorare anche il lato notturno della vita e ci permettono di guardare dentro noi stessi identificando emozioni e sentimenti che sono propri dell’essere umano. La letteratura ci fornisce una meravigliosa palestra nella quale possiamo esercitare la resilienza al dolore, la conoscenza del lutto, la ricerca della speranza anche in situazione estreme, competenze che ci torneranno utili quando al letto del malato dovremo fronteggiare dolore, lutto e disperazione, quando davanti alla persona sofferente sperimenteremo la grande solitudine di essere sgomenti e impotenti davanti al mistero della morte.
Allora ci tornerà in mente la lettura di La morte di Ivan Ilic, la voce di un uomo cinico che la sofferenza rende umano, voce che ci aiuterà a comprendere sia la persona che abbiamo davanti sia le nostre inevitabili emozioni, per averle già sperimentate in separata sede durante la lettura del libro. Lo stesso si può affermare circa l’utilità dell’ascolto del Requiem di Verdi, nel quale l’improvviso e sconvolgente ingresso del tamburo evoca lo sgomento dell’uomo davanti al mistero dell’universo, sgomento e paura che un operatore sanitario può sperimentare davanti alla malattia, turbamento che personalmente ho spesso provato e che la musica può dapprima identificare quindi lenire con il suo effetto catartico. Davanti al dolore più grande, una madre che perde il figlio, ci tornerà in mente la Pietà di Michelangelo, l’emozione provata davanti a quella straordinaria opera d’arte ci renderà più vicina quella donna e forse ci permetterà di trovare parole di conforto davanti a una tragedia inesprimibile, che inevitabilmente tocca nel profondo anche la nostra anima. Al tempo stesso avere già sperimentato tale emozione ci consente di tenerla sotto controllo e esercitare un’empatia razionale che sostiene il paziente, tutelando noi stessi dall’essere devastati dal dolore dell’altro, oltre a implementare l’empatia in generale attraverso l’educazione sentimentale che le arti ci forniscono. La frequentazione delle opere d’arte, che siano letterarie, figurative o musicali, è certamente salvifica perché permette di incontrare la vita, la sofferenza e la morte, il lato oscuro dell’esistenza, farne esperienza indiretta e esorcizzarli attraverso la bellezza dell’arte.
L’operatore sanitario ha dunque assoluta necessità di conoscersi intimamente, così come conosce la biologia della cellula, conoscere i propri limiti, fragilità e sofferenza, per arginarli senza mai escluderli o sottovalutarli, concedendosi il diritto ai sentimenti, come ogni altro essere umano ma al tempo stesso ha necessità di conoscere e riconoscere le umane emozioni anche laddove non le sperimenti in prima persona, al fine di assumere la necessaria postura ricca di empatia che il lavoro che ha scelto impone. Tali conoscenze, che possono essere implementata in modo unico dallo studio delle arti, apparentemente tanto distanti dal quotidiano lavoro un reparto, non solo sostengono il benessere del curante, che nella relazione di terapia è altrettanto importante del benessere del curato, ma lo rendendo completo non solo professionalmente ma anche umanamente.

Raffaella Pajalich
