
Articolo a cura di Paola Musi. Assistente spirituale e religioso presso il Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Milano; psicologa di cure palliative domiciliari con Life Cure, Busto Arsizio; autrice di “L’ultimo Miglio. Storie dall’hospice”; socia fondatrice dell’Associazione Nazionale Assistenti Spirituali nella Cura.
Raccontarsi non è soltanto condividere la propria esperienza: è un modo per ritrovare il filo della propria storia, soprattutto quando la malattia costringe a interrogarsi sul senso della vita, della fragilità e della cura.
Il bisogno di narrare e di narrarsi appartiene profondamente all’essere umano. Non è solo uno strumento di comunicazione o di condivisione con chi ascolta: è anche, e forse soprattutto, una via preziosa per recuperare, rileggere e ricomporre la propria storia personale.
Ognuno porta con sé un patrimonio unico di esperienze, incontri, ferite, scelte e speranze. È un bagaglio prezioso, parte costitutiva dell’identità più profonda. Attraverso il racconto, la persona può tornare a guardare ciò che ha vissuto, riconoscerne il valore, comprenderne le svolte e rielaborarne i passaggi più difficili, come accade quando ci si allontana da un quadro per coglierne meglio l’insieme.
Una storia anche spirituale
La storia di ciascuno è anche una storia spirituale. Non sempre ne siamo consapevoli, e non sempre la nominiamo così, ma la dimensione spirituale abita ogni persona. Non coincide necessariamente con la religione: riguarda ciò che ci muove, ciò che orienta il nostro cammino, i valori che guidano le decisioni, gli obiettivi, le relazioni e i progetti dell’esistenza.
La spiritualità riguarda il senso del vivere: del dire e del fare, del lavoro e degli affetti, della vita e della morte. Tocca le domande fondamentali: chi siamo, chi siamo stati, chi desideriamo diventare; e restituisce profondità alle esperienze che attraversiamo.
A volte questa parte della vita resta in ombra. Talvolta si preferisce non fermarsi, non interrogarsi, non aprire domande che sembrano troppo grandi o troppo scomode. Eppure, in un modo o nell’altro, la vita finisce per porcele: perché devo soffrire? Che cosa ho fatto per meritare questo? Perché proprio ora? Che cosa sarà del mio futuro? Che senso ha tutto questo? Soprattutto in alcuni passaggi della nostra esistenza, la vita ci sussurra o, talvolta ci grida con forza le sue domande di senso.
La cura davanti alla fragilità
È in questo spazio che l’assistenza spirituale nei contesti di cura assume un ruolo essenziale. Il suo compito è incontrare le persone mentre fanno i conti con la malattia guaribile o inguaribile, e stare accanto non solo al paziente, ma anche alla sua rete familiare e affettiva. Inoltre deve sapersi prendere cura anche, in modo differente, del personale di cura: chiamato a rispondere ai bisogni di salute e di vita buona di chi ricorre a loro, a partire non soltanto dalla propria preparazione professionale, ma anche e soprattutto a partire dalla comune umanità.
La malattia obbliga tutti gli attori coinvolti a guardare la vita dalla prospettiva della fragilità e della finitezza: non come un incidente o un accidente di percorso, ma, più consapevolmente, come una cifra scritta nell’umanità di ciascuno.
Impone, spesso, una revisione delle priorità: per un tempo limitato, quando la guarigione è possibile, oppure per l’intera esistenza, quando la malattia è invalidante o mortale.
In questi passaggi può diventare necessario narrare a se stessi, prima ancora che agli altri, la storia vissuta fino a quel momento: per coglierne il senso, riconoscere un disegno, apprezzarne i doni, fare pace con le proprie imperfezioni e, talvolta, chiedere o offrire perdono.
Raccontarsi aiuta a ritrovare quel filo rosso che attraversa l’esistenza: il senso attribuito agli eventi, quello riconosciuto nell’umano e nel trascendente e, per chi crede, anche il senso del divino.
Medicina narrativa e ascolto
In questa prospettiva, la medicina narrativa rappresenta uno strumento privilegiato. Attraverso professionisti formati e strumenti adeguati, consente di accogliere e legittimare le storie di vita, dando spazio non solo ai sintomi e alle diagnosi, ma anche alla dimensione biografica, relazionale e spirituale della persona. Tutto questo per curare anche quando non è più possibile guarire.
Traggo un esempio concreto dalle pagine del mio libro: L’ultimo Miglio. Storie dall’hospice, nel racconto dell’accompagnamento di Annamaria. Attraverso la narrazione della propria storia, la paziente ha potuto avvicinarsi al fine vita con sentimenti di gratitudine, riconoscendosi amata e fortunata.
«Attraverso la narrazione, riusciva a ricordare e rigustare gli eventi, gli incontri, le manifestazioni di affetto… come delle carezze dalle quali traeva la forza per la sua serenità.»
«In certi momenti è importante ricordare e raccontare perché ci si guarda indietro e si fa un po’ di sintesi, un bilancio della vita passata. Io, da parte mia, posso dirti che sono serena, contenta e soddisfatta di tutto quello che ho vissuto. Ho quasi 50 anni ma mi sembra di averne vissuti 100, il doppio, da tanto sono stati densi! Molte sofferenze, soprattutto legate alla salute e alla mia storia. Ma sono contenta e serena per tutto quello che ho avuto e vissuto. E poi ho la speranza nel mondo “di là”… io ci credo molto, sai? Rivedrò i miei cari e sarà tutto più bello… o almeno, questo è quello che spero. E questa speranza contribuisce a farmi andare avanti […] Anche per tutti questi riconoscimenti posso dire che molti non sono stati fortunati quanto lo sono stata io. Questo mi dà una grande spinta, anche dal punto di vista della malattia. È come se quella gioia profonda riuscisse ad allontanare la malattia. Io sono molto credente e confido nel Signore, è sempre accanto, davanti, dietro a me… non mi abbandona mai. Lo sento vicino. Questa per me è una cosa bellissima. Penso che non tutti abbiano avuto la possibilità e la fortuna di avere questa certezza. Mi fa quasi scivolare via la malattia, mi pulisce il cuore e la mente. Questa, secondo me, è la cosa più bella che possa accadere a un ammalato. Essere ammalato ma quasi dimenticarsi di esserlo. Vorrei che tutti si sentissero come me…”»[1]
Vivere ad occhi aperti
Il messaggio più profondo della dimensione spirituale è forse questo: vivere ad occhi aperti. Aperti sul presente, ma anche sul passato e sul futuro. Aperti per compiere scelte più consapevoli, per vivere in armonia con se stessi, con il creato e, per chi crede, con Dio.
Creare spazi di ascolto e di narrazione significa offrire a sé e agli altri la possibilità di osservare il quadro della propria vita con un po’ di distanza, come si fa con i capolavori. Solo così diventa possibile cogliere il senso di ogni particolare e di ogni colore o sfumatura, con lo sguardo attento e appassionato di chi sa riconoscere valore anche nella fragilità.
[1] Musi P., L’ultimo Miglio. Storie dall’hospice. Ed Ancora, Milano 2022
