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Il mondo dopo l’emergenza COVID-19: la riflessione di Yuval Noah Harari

Come sarà il mondo una volta passata l’emergenza del COVID-19? Secondo Yuval Noah Harari, questo periodo di crisi ci sta mettendo davanti a due scelte particolarmente importanti che influenzeranno notevolmente ciò che verrà “dopo”: da una parte, la scelta tra una sorveglianza di tipo totalitario e l’empowerment dei cittadini; dall’altra, quella tra l’isolamento nazionalista e la solidarietà globale.

La prima scelta non viene discussa unicamente nella riflessione di Harari, ma risponde a una preoccupazione su cui si stanno alzando più voci: che peso e che ruolo avranno le nuove tecnologie di sorveglianza, una volta che la pandemia sarà dichiarata finita? Il caso più noto è quello della Cina, ma anche Israele ha deciso di impiegare la tecnologia (nello specifico, quella impiegata nella lotta al terrorismo) per tracciare le persone affette da COVID-19. Ci si può legittimamente chiedere se questo uso della tecnologia rimarrà anche dopo l’emergenza COVID-19, e che conseguenze questo avrà sui diritti fondamentali.

Da questo punto di vista, l’epidemia potrebbe rappresentare uno spartiacque importante nella storia della sorveglianza e dei diritti: potrebbe normalizzare il dispiegamento di strumenti di sorveglianza di massa anche nelle democrazie occidentali, così come potrebbe segnare il definitivo passaggio dalla sorveglianza “sopra la pelle” a quella “sotto la pelle”, nelle parole di Harari.

Il punto – prosegue Harari – è che nessuno di noi sa esattamente come siamo attualmente sorvegliati, e come potremo esserlo a breve. Se negli ultimi anni abbiamo assistito a diverse battaglie in materia di privacy e protezione dei dati personali, la crisi del COVID-19 potrebbe segnare un punto di svolta, imponendo una scelta tra la privacy e la salute in cui difficilmente sarebbe la privacy ad avere la meglio. A conti fatti, è però una falsa scelta.

Ma quale potrebbe essere l’alternativa? Secondo Harari, quando le persone vengono informate su e con fatti scientifici, e quando queste si fidano delle autorità pubbliche che raccontano loro questi fatti, i cittadini possono rispettare le misure imposte anche senza un orwelliano sistema di sorveglianza:

A self-motivated and well-informed population is usually far more powerful and effective than a policed, ignorant population.

Perché i cittadini siano motivati, oltre che ben informati, però, è necessaria la fiducia: nella scienza, nelle autorità pubbliche, nei media. Su questo, potrebbe non aver giovato l’infodemia che si è creata a seguito dello scoppio dell’emergenza; ma se approfittiamo di questa situazione per ricostruire un’informazione chiara e una fiducia da entrambe le parti, l’epidemia di COVID-19 potrebbe trasformarsi in una fondamentale prova di cittadinanza.

Se la prima scelta di cui scrive Harari ha un focus interno ai singoli stati, la seconda si pone a livello sovranazionale e globale: che cosa prevarrà, la disunione e i nazionalismi che abbiamo già visto emergere, o la solidarietà globale? Secondo Harari, anche in questo caso la crisi del COVID-19 può presentarsi come una opportunità:

Humanity needs to make a choice. Will we travel down the route of disunity, or will we adopt the path of global solidarity? If we choose disunity, this will not only prolong the crisis, but will probably result in even worse catastrophes in the future. If we choose global solidarity, it will be a victory not only against the coronavirus, but against all future epidemics and crises that might assail humankind in the 21st century.

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Laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata nel campo dell’antropologia medica, ha condotto attività di formazione a docenti, ingegneri e medici operanti in contesti sia extra-europei che cosiddetti “multiculturali”. Ha partecipato a diversi seminari e conferenze, a livello nazionale e internazionale. Ha lavorato nel campo delle migrazioni e della child protection, focalizzandosi in particolare sulla documentazione delle torture e l’accesso alla protezione internazionale, svolgendo altresì attività di advocacy in ambito sanitario e di ricerca sull’accesso alle cure delle persone migranti irregolari affette da tubercolosi. Presso l’Area Sanità di Fondazione ISTUD si occupa di ricerca, scientific editing e medical writing.

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