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Il lifelong learning al tempo del COVID-19 per sostenere la salute mentale

Milioni di persone stanno attraversando un periodo di sofferenza emotiva a causa della pandemia COVID-19: le generazioni più giovani, gli adulti, gli anziani, in particolare gli operatori sanitari. Un’indagine pubblicata di recente dai Centers for Disease Control and Prevention ha rilevato che negli Stati Uniti, dal 24 al 30 giugno 2020, gli adulti hanno segnalato un numero notevolmente elevato di condizioni di salute mentale avverse associate alla COVID-19: il 40,9% delle 5470 persone intervistate ha descritto una condizione avversa di salute mentale o comportamentale, compresi sintomi riconducibili al disturbo d’ansia o alla depressione, sintomi correlati a traumi, l’impiego di nuove sostanze o l’aumento del consumo di sostanze già in uso, o pensieri suicidari.

La prevalenza di sintomi legati all’ansia e alla depressione emerge come sostanzialmente più alta di quella riportata nel 2019, e le persone con disturbi psichiatrici preesistenti (clinicamente diagnosticati) hanno riportato una prevalenza di sintomi ancora più alta, rispetto a quelle senza una diagnosi stabilita. Alcuni psichiatri hanno annunciato una pandemia di sofferenza mentale, o pandemia secondaria in mezzo alla già devastante pandemia COVID-19. [1]

Con la pandemia COVID-19, che ha portato le cifre sulla disoccupazione globale a livelli senza precedenti, una recente ricerca [2] suggerisce che due terzi dei lavoratori stanno prontamente reagendo, utilizzando questo tempo per rivalutare le loro scelte di carriera.

Nello stesso rapporto, il 70% dei lavoratori afferma che sta valutando di cambiare completamente il proprio percorso di carriera, con poco più della metà spinta dal desiderio di mettersi in gioco o di apprendere un nuovo set di competenze. Questo include anche gli operatori sanitari, che non rischiano di perdere il posto di lavoro, ma che desiderano arricchire il loro bagaglio tecnico con risorse umanistiche: ne è prova il potenziamento dei Master in Neuroscienze, con l’esplorazione delle funzioni cerebrali, l’impatto sulle lingue parlate e scritte, l’origine e la gestione delle emozioni per costruire l’empatia e per promuovere il benessere come obiettivo finale, nonostante la pandemia.

Molti stanno considerando il valore delle offerte di istruzione superiore quando si tratta di lifelong learning, di miglioramento delle competenze e delle opportunità di networking, anche in relazione al benessere personale, per sconfiggere la sofferenza mentale data dalle incertezze per le condizioni di salute e per i cambiamenti che la pandemia ha avuto sulle nostre vite.

Ma il sole dell’educazione continua a splendere come antidoto alla disoccupazione e alla paralisi della cultura. L’Educazione Accademica è di nuovo presente: un altro fatto che deve far pensare è la crescita, almeno in Italia, a settembre 2020, delle iscrizioni universitarie non solo nelle grandi città come Milano e Roma, ma anche nei centri minori. L’Università di Bergamo, città colpita in modo significativo dalla pandemia, ha registrato un aumento di iscrizioni di quasi il 14%.

Sorprendentemente, non vi è un impatto negativo della pandemia, come era previsto per aprile e maggio 2020. Il Sole 24 Ore conferma questo boom nelle Università di Palermo (+23% rispetto al 2019), Milano-Bicocca (+20%) e Pavia (+28%). Oltre a Padova, il cui rettore Rosario Rizzuto ha definito un “risultato eccezionale” l’essere passati da 15.139 iscritti nel settembre 2019 a 16.883 quest’anno (+11,5%), aggiungendo:

Ci fa piacere che l’investimento di 15 milioni di euro, dedicato a facilitazioni per gli studenti già iscritti e nuove matricole abbia portato i suoi frutti. Riportare in presenza i nostri ragazzi è uno dei nostri principali obiettivi e le prime risposte che sono arrivate sono di grande conforto.

Il trend positivo riguarda anche le università private. L’università Cattolica, sulla base dei primi calcoli, registra una crescita delle iscrizioni del 2% (13.006 contro le 12.761 del 2019), con un incremento del 4,5% (4.769 studenti) per i 59 master al 5% (8.237 iscritti), con una distribuzione tra studenti in sede, pendolari e fuori sede in linea con l’anno scorso. [3]

Tuttavia, al di là dell’istruzione accademica, c’è la necessità impellente, in questi tempi difficili, di trovare “qualcosa di consolatorio” in una cultura che vada oltre l’uso o l’abuso di sostanze, pericolosamente spaventoso in questo 2020. Scrive la “School of life” di Alain De Botton:

[…] Il nostro impegno contemporaneo con la cultura: da un lato, insistiamo sull’importanza della cultura. Dall’altro, limitiamo ciò che siamo destinati a fare con la cultura a un rapporto relativamente educato, trattenuto e principalmente accademico, a volte disapprovando coloro che potrebbero trattarla in modo più viscerale ed emotivo, come se si trattasse di un ramo sofisticato di una categoria nota: l’auto-aiuto.

Le Medical Humanities e la medicina narrativa insistono sulla conoscenza e la cultura dei diversi linguaggi: non solo quello scientifico, ma anche quello creativo e artistico. In ogni caso, anche una poesia può essere sezionata anatomicamente, quindi c’è un muro piuttosto “corto di vedute” tra scienza e scienze umane. Questo è ciò che la medicina narrativa rappresenta, per favorire una nuova creatività, per aiutare e curare meglio noi stessi e gli altri, e per fornire elementi per una migliore comprensione dei processi richiesti nella salute e nella malattia, qualunque sia la sofferenza mentale o fisica, da una condizione individuale cronica a una malattia globale della comunità.

Come ci insegnano le giovani generazioni, la cultura e la conoscenza sono tempo investito per difenderci dalla crisi, dai danni esistenziali e, alla fine, dalla caduta. Il lifelong learning richiede energie all’inizio, ma restituisce forze, strategie e consolazioni, soprattutto in tempi di cambiamento.

Peter Drucker, economista e umanista del XX secolo e fondatore del concetto di lifelong learning nei luoghi di lavoro, ha detto

Ora accettiamo il fatto che l’apprendimento è un processo che dura tutta la vita per stare al passo con i cambiamenti. E il compito più urgente è quello di insegnare alle persone come imparare.

Se questa era “una cosa bella” da avere prima della pandemia, ora è un must.

[1] https://www.psychiatrictimes.com/view/are-we-really-witnessing-mental-health-pandemic

[2] https://www.totaljobs.com/recruiter-advice/transferable-skills-recruiting-from-compatible-industries

[3] http://scuola24.ilsole24ore.com/archivio/universita-e-ricerca/studenti-e-ricercatori/index.html

[4] https://www.theschooloflife.com/thebookoflife/cultural-consolation/

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Written by

Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

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