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Il colloquio col paziente: due minuti di ascolto attivo sono sufficienti nell’80% dei casi

Wolf LangewitzIl lavoro di Wolf Langewitz e colleghi Spontaneous talking time at start of consultation in outpatient clinic: cohort study offre uno spunto, corroborato da dati empirici, per riflettere sul momento della comunicazione medico-paziente.

Spesso si dà per scontato che lasciar parlare il paziente possa portare solo disordine e perdita di tempo durante il colloquio. Ma quanto tempo serve al paziente per esprimersi durante il colloquio col medico? Due minuti.

Durante lo studio, condotto all’Ospedale Universitario di Basilea, i dottori hanno affrontato un percorso di formazione con un’attenzione particolare all’aspetto dell’ascolto attivo. I risultati indicano chiaramente che i medici, in realtà, non rischiano di essere sommersi di parole dai loro pazienti: infatti, per l’80% dei pazienti del campione preso in considerazione, due minuti di racconto da parte del paziente e di ascolto attivo da parte del professionista sono sufficienti.

Questi risultati possono essere affiancati e arricchiti dal lavoro che lo stesso Langewitz ha portato avanti sul modello di comunicazione migliore da adottare durante il colloquio medico-paziente. La buona comunicazione, secondo Langewitz, è un modo di comunicare che soddisfa le aspettative del paziente, genera in lui o lei un sentimento di coinvolgimento, protegge il medico dalle denunce (riducendo così il ricorso alla medicina difensiva), sottolinea il buon intervento clinico, e ha valore di per sé come aiuto al paziente.

Da una ricerca EUROPEP, condotta su un vasto campione di pazienti a cui si chiedeva di indicare le qualità principali che un medico dovrebbe avere, emerge che il “buon medico” è quello che si mostra interessato alla situazione personale del paziente, spiega precisamente cosa il paziente vuole conoscere riguardo ai sintomi e alla condizione di malattia e dà informazioni complete al riguardo, aiuta a gestire le emozioni che questa condizione genera, ascolta, coinvolge il paziente nelle decisioni riguardo all’iter terapeutico, e si ricorda l’evoluzione della storia del paziente. Il buon medico, quindi, non deve possedere unicamente le competenze tecniche, ma anche quelle più vicine all’ascolto, all’attenzione alla condizione del paziente e ai suoi possibili risvolti quotidiani ed emotivi.

Come il medico può migliorare la comunicazione col paziente? Langewitz suggerisce alcuni consigli pratici. La comunicazione deve essere semplice: il paziente deve essere in grado di ricordare cosa gli è stato spiegato, ed è meglio dire poco, ma in modo esplicito, ordinato e coerente. Inoltre, è fondamentale – anche ai fini della diagnosi – che il medico costruisca una partnership col paziente: spesso è proprio il racconto libero del paziente che permette un’idea generale della situazione, da cui partire con domande più focalizzate; inoltre, l’attenzione alla narrazione del paziente consente anche di cogliere le sue aspettative rispetto all’iter terapeutico.

In generale, dare più rilevanza alle dimensioni spesso scartate per paura che il paziente “devii” il colloquio, dà un risultato opposto a quello atteso: riduce il rischio di non comprensione, aumenta la compliance del paziente all’iter terapeutico, permette di far sentire la persone più accolta e ascoltata non solo riguardo ai sintomi della malattia, ma anche a quella sfera emotiva e personale che non è possibile dividere dal corpo che sente, soffre e affronta una condizione di patologia.

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