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I sogni al tempo del COVID-19: intervista a Elisabetta Pasini e Cinzia Trimboli

Presentiamo un’intervista a Elisabetta Pasini, analista in training allo Jung Institute for Analytical Psychology di Zurigo e Personal Deve-lopment Elective Analyst all’IMD Business School di Losanna, autrice di Carisma. il segreto del leader (Garzanti, 2009), e Cinzia Trimboli, ricercatrice esperta nelle metodologie qualitative, psicologa e counselor al ruolo e sviluppo organizzativo PSO, coordinatrice del servizio Tirocini e Orientamento per il corso di Laurea Magistrale in Formazione e Sviluppo RU presso l’Università Bicocca di Milano. Entrambe fanno parte di Ariele (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi)

MGM. Cosa è il Social Dreaming, e a cosa può essere utile?

EP. Il Social Dreaming è un modo di lavorare sui sogni nel quale il focus è sul sogno e non sul sognatore. Rispetto alla prospettiva individuale utilizzata dalla psicanalisi classica si tratta, in apparenza, di un piccolo spostamento di centratura, che segna in realtà una grande differenza. Come dice Gordon Lawrence, il fondatore del Social Dreaming, significa passare da una prospettiva egocentrica a una prospettiva sociocentrica, che è poi quella che è stata utilizzata per secoli in tante culture e in tanti diversi contesti sociali, dall’antica Grecia all’Egitto, dagli indiani d’America all’Estremo Oriente.

L’idea che sta alla base del Social Dreaming non è quindi un’idea nuova. Gordon Lawrence la elaborò alla fine degli anni ’70 all’interno del Tavistock Institute for Human Relations di Londra con cui ha collaborato per molti anni ispirandosi al libro di una scrittrice tedesca, Charlotte Beradt, che aveva raccolto i sogni degli ebrei durante il nazismo. Considerare il contesto sociale in cui viviamo come la fonte dei sogni significa oggi, secondo me, aprire la strada a una prospettiva completamente nuova, riconoscendo il sogno non solo come un modo per avvicinarsi all’inconscio individuale (“la via regia verso l’inconscio”, secondo la famosa definizione di Freud), ma soprattutto come una potenzialità per comprendere i cambiamenti che avvengono nel contesto, per ricercare nuovi significati comuni da dare alla nostra esperienza, una cosa di cui abbiamo un grande bisogno. Condividere con altri un sogno, che viene “donato” all’interno della Matrice di Social Dreaming significa dare spazio alla nostra capacità immaginifica e narrativa,  ricollegarci con un enorme bagaglio di miti, storie e narrazioni collettive che ci caratterizzano come umani. Io penso che questo spostamento sia davvero fondamentale, e che da esso derivino tutte le potenzialità del Social Dreaming.

MGM. In cosa il Social Dreaming si distingue dalla mera raccolta di diari di sogni individuali?

EP. In una Matrice di Social Dreaming i sogni non vengono semplicemente raccolti, ma condivisi con altri all’interno di un setting molto specifico. Donare un sogno al gruppo significa aprirsi alla possibilità di creare associazioni e amplificazioni che altri via via propongono, significa tessere una tela di possibili significati che non interpreta ma unisce, crea concatenazioni, relazioni. C’è una definizione del Social Dreaming che Gordon Lawrence mi diede anni fa durante un’intervista e che ho sempre amato in modo particolare:

Il Social Dreaming ha a che fare con il risistemare il mobilio del mondo in modo da fargli prendere una diversa configurazione, una diversa sequenza, proprio come fa il bravo pittore con la sua arte.

Dunque è attraverso la condivisione, il riconoscersi e il differenziarsi, il rispecchiarsi nell’altro e allo stesso tempo misurare le distanze che da lui ci separano, che possiamo sperimentare cosa significa lo “spazio psichico della soglia” che si crea tra individuale e collettivo, e scoprire l’importanza di questo confine per attivare quello che Ogden ha chiamato il “pensiero trasformativo”.

MGM. Perché usate la parola Matrice e non Gruppo quando parlate di socialità di sogni?

EP. Il termine Matrice va preso nel suo significato letterale di grembo, incubatrice. È uno spazio generativo in cui qualcosa di nuovo può accadere proprio attraverso quel lavoro sul confine di cui parlavo prima; uno spazio transizionale nel quale, come diceva Winnicott, posso riconoscere quello che è “non me”. È dunque importante cogliere la differenza tra gruppo e matrice, perché un gruppo è un organismo caratterizzato da un sistema di ruoli con una dinamica che tende a ripetersi e riprodursi in un modo riconoscibile e interpretabile, mentre la matrice è uno spazio potenzialmente generativo in cui si creano nuovi significati, si può dare un senso al cambiamento. Viviamo oggi in una realtà che tendiamo a definire “fluida”, in cui il cambiamento avviene costantemente sotto i nostri occhi, mancano possibilità per elaborarlo e contestualizzarlo. Oggi abbiamo tanti contenuti ma pochi contenitori, per questo considero così importante la matrice di Social Dreaming, perché gli spazi di elaborazione del cambiamento che oggi abbiamo a disposizione, nonostante il dichiarato, sono davvero pochi.

MGM. Il presupposto del Social Dreaming è che l’inconscio non elabori solo le cose che accadono, ma in un certo senso che sia anche premonitore? E come si fa a fare pratica di “sogno”, riferendomi al fatto che ci si allena a sognare, insomma dite che il sogno è una forma di pensiero…

EP: Jung parla di funzione compensativa del sogno, che significa non solo dare spazio al rimosso ma anche aiutare a stabilire nuovi equilibri tra conscio e inconscio, e fare così nascere nuovi pensieri. Credo che le premonizioni, nei sogni, possano essere paragonate all’attraversamento di una soglia, una porta che possiamo imparare a dischiudere pian piano, contrastando le barriere troppo rigide che pone il nostro Io cosciente; barriere che non vanno però infrante, ma sollevate a poco a poco. Una premonizione, in fondo, è appunto questo, qualcosa di “pensabile” ma non ancora compiutamente pensato, un pensiero “insaturo”, come dice Bion; rappresenta quindi un’apertura al nuovo, la possibilità di guardare la realtà con nuovi occhi. Quindi, certo, sognare è una forma di pensiero, e un modo di costruire narrazioni che ci preparano ad affrontare il futuro.

MGM. Voi avete fatto via digital un progetto, a mio avviso stupendo, dove avete raccolto i sogni delle persone durante il COVID-19 secondo la tecnica del Social Dreaming, in momenti particolari: da quando c’è stata la dichiarazione della pandemia, al lockdown e alla fine del lockdown: cosa avete visto nei sogni analizzati secondo la matrice del social dreaming?  E come sono state le persone alla fine di ogni “matrice” via digital?

EP. Credo che davvero noi abbiamo seguito un’intuizione, un pensiero insaturo, quando abbiamo iniziato a raccogliere i sogni durante il periodo del lockdown. Le quattro matrici di Social Dreaming che abbiamo realizzato tra la metà di marzo e l’inizio di maggio 2020, a distanza di 15 giorni l’una dall’altra, sono venute da una concatenazione di eventi, dal desiderio comune, cresciuto un po’ alla volta, di continuare ad esplorare i sogni, insieme a un piccolo drappello di “dreamhunters”, cacciatori di sogni, che è cresciuto man mano. Da 11 partecipanti iniziali che eravamo siamo arrivati alla fine ad essere in 35, con una media di 18 partecipanti a sessione. E davvero come tu dici il digitale è stato una grande possibilità, ci ha permesso di immaginare un modo diverso di raccogliere i sogni che forse nella realtà “normale” non sarebbe stato possibile. L’impossibilità del contatto fisico ha reso possibile e in qualche modo anche “tangibile” l’importanza delle relazione, della connessione, dello scambio; e certamente tutti coloro che hanno partecipato all’esperienza hanno vissuto questa dimensione in modo molto intenso, e di questo ci hanno ringraziato.

CT. Per rispondere alla tua domanda su che cosa abbiamo visto nei sogni, devo dire che è stato come intraprendere un viaggio avventuroso, una sorta di percorso parallelo nell’ordine della notte, che ha fatto da contrappunto a quanto succedeva durante il giorno.

Ci siamo così imbattute in un materiale sorprendente sia per la ricchezza e la portata evocativa delle immagini, sia per la coralità e per la dinamica del racconto. I sogni individuali sembravano naturalmente sviluppare una narrazione più collettiva e condivisa. Abbiamo realizzato un lavoro di trasposizione delle immagini evocate come fossero sequenze filmiche, e abbiamo analizzato il materiale utilizzando un approccio semiotico e il simbolismo junghiano. Questo ci ha aiutato a mettere ordine nel caos onirico, a costruire delle “mappe” del paesaggio psichico, che abbiamo chiamato Habitat, e che in ogni matrice sembrava avere un fil rouge distintivo, con simboli, segni, metafore, tonalità emotive, capaci di dare una coerenza di fondo complessiva alla narrazione.

Ricordo ancora con la pelle d’oca la prima matrice dei sogni del 17 marzo. Siamo in piena emergenza sanitaria in Italia e nel mondo. Emerge in maniera forte un immaginario domestico «contaminato» da elementi selvatici e presagi negativi che mettono a dura prova il senso di sicurezza individuale e familiare: grandi uccelli dal becco enorme, denti caduti, fichi secchi sul tavolo etc. Il senso di morte e di minaccia era molto presente. La capacità di azione nella sfera sociale sembra bloccata, congelata: il paesaggio si presenta immobile e vuoto, come il frutto di un incantesimo. Ci siamo ritrovati privati di alcune certezze fino a quel momento solide: bicchieri da degustazione vanno in frantumi, macchine veloci perdono i pezzi nella loro corsa. Lo sguardo sembra per lo più rivolgersi all’interno. Compaiono le immagini di giardini segreti, acque chiare e cristalline a cui attingere, luoghi che richiamano a un mondo profondo, dove è possibile rinascere, trovare l’energia per ri-progettarsi. Ma che risultano non ancora accessibili.

Due settimane dopo, il 1° aprile, la matrice presenta lo scontro tra Natura e Cultura. I simboli e i segni di una civiltà antica e arcaica sono minacciati da una natura incombente che occupa silenziosamente i nostri spazi. Il paesaggio esterno diventa surreale, abbiamo visto uomini nuotare in metro, librerie avvolte d’edera, uomini sostare in pozze d’acqua o nascondersi nella foresta. Ci sono grandi inaugurazioni con torte di carta, conferenze dove non c’è nessun relatore a parlare. È diffusa la sensazione di inadeguatezza. Un sogno ricorrente è sulla fatica a trovare gli abiti adatti per partecipare alle riunioni, siamo goffi e impacciati nelle nostre azioni. Non sappiamo più che cosa possiamo o non possiamo fare. Cercavamo riparo in piccoli oggetti consolatori, come una collana con conchiglia. Ma ci sentivamo dentro una dimensione di stallo, di prigionia, da cui si fatica a trovare la via che, scartando di lato, ci avrebbe portato alla salvezza.

La terza matrice, del 15 aprile, segna l’uscita dallo stallo. Siamo vicini alla fine del lockdown e i giornali parlano già di riaperture e di ripartenze. Nei sogni emerge la contrapposizione tra una realtà minacciosa e complessa davanti a noi e la nostalgia di un mondo ideale a cui tornare, lontano e difficile da raggiungere. Nel sogni ci siamo rimessi in viaggio in un mondo che appare deformato, pesante, claustrofobico. Non è chiaro dove andare, né si può contare su mezzi noti. Viandanti sconosciuti ci indicano la via attraverso un bosco, una linea sotterranea della metro. Abbiamo lasciato a terra il nostro bagaglio e siamo saliti su mezzi più disparati e improbabili. Il paesaggio attraversato è grottesco, con militari che si trasformano in pagliacci, vecchine alle prese con lampadine giganti da accendere, edifici giganteschi che incombono minacciosi, affollati di gente festante alle finestre e inconsapevole del pericolo di caduta. Le strade deserte. I sotterranei pieni di tavole imbandite da evitare accuratamente. Il viaggio intrapreso si presenta come faticoso, costoso, incerto, ci avrebbe messo di fronte ad aspetti sconosciuti. A sostenerci e darci speranza, qualche maglietta colorata, il canto delle balene e il ricordo del mare, immagine più volte evocata e simbolo di un mondo utopico verso cui tendere gli sforzi.

Arriviamo così al 5 maggio, all’alba della fase 2, la nostra ultima matrice. I sogni ci raccontano di una nuova esperienza di sensorialità che ha il sapore di libertà riconquistata. I colori diventano più vividi, ci immergiamo in acque calde e gelatinose, la vista diventa quasi allucinata. Accarezziamo morbidi manti di pecore con la zip, voliamo in aria sbattendo le braccia. Il viaggio diventa ricerca anche di senso, nei sogni facciamo così ordine tra i libri, ci diamo delle spiegazioni, ci rimettiamo in moto, con aspettative di rinascita. Le scene sono popolate da bellissime giovani donne in attesa. Ma siamo titubanti di fronte a ponti che si interrompono nel vuoto, aspettiamo un regista che non arriva mai, irrompe un senso di inquietudine, minaccia, abuso sulla nostra parte più fragile. Possiamo contare solo su un occhio, l’altro è cucito. I sogni sembrano accompagnarci con forza verso la domanda chiave di questi giorni: quanto siamo in grado di vedere quello che abbiamo davanti? E quanto la nostra capacità di interagire con il reale si lega, più che a quello che conosciamo e possiamo avere sotto controllo, a quello che ancora non vediamo, alla capacità di ripensare e reinventare il futuro che verrà?

Ecco in estrema sintesi, che cosa abbiamo trovato nei sogni delle 4 matrici online di Social Dreaming. È stato un viaggio entusiasmante, a tratti faticoso, che è riuscito a stimolare la capacità sognante dei partecipanti. I feedback raccolti sono stati di gratitudine, per la possibilità che l’esperienza ha dato di sviluppare una riflessione che allo stesso tempo è stata individuale e collettiva. Ha portato infatti a una maggiore consapevolezza sui propri vissuti durante il lockdown e ha permesso di trovare, per usare le loro parole, uno spazio dove è risultato più facile raccontarsi, mettersi a nudo. È stato inoltre apprezzato il lavoro di ricerca di trame e connessioni di fili, costruzione di senso collettivo, considerato utile soprattutto alla luce di questo momento storico che stiamo vivendo e così carico di incertezze.

MGM. Vi è la possibilità anche di dire se e come chi ha vissuto in certe zone, ha fatto sogni differenti durante il lockdown? In effetti c’è stato un lockdown da “clausura” a Roma o in Calabria e un “lockdown” non solo “di isolamento ” ma anche di grandissimo dolore a Bergamo, Brescia, Piacenza, Milano…

EP. Questa tua domanda è molto interessante, non ho una risposta precisa ma credo che potrebbe essere una pista per il futuro. Nel nostro gruppo c’erano persone con diverse provenienze, in particolare una partecipante che vive a San Paolo in Brasile, e certamente la sua esperienza di lockdown portava una ciclicità e dei contenuti diversi. Dunque sì, credo che sarebbe molto interessante un’indagine delle diverse narrazioni legate al COVID, e probabilmente potrebbe essere una nuova fase del nostro lavoro.

Da molti anni Cinzia e io collaboriamo con OPUS, l’osservatorio sul sociale del Tavistock Institute di Londra, a una rilevazione internazionale sulle tendenze psicosociali che utilizza una metodologia di ascolto, il Listening Post, affine al Social Dreaming. La possibilità di creare un Osservatorio nazionale e internazionale sui sogni partendo dalla nostra esperienza mi sembra una prospettiva molto stimolante.

CT. Sarebbe interessante arrivare a cogliere queste differenze, per farlo bisognerebbe  raccogliere sogni di persone con diversa esposizione al Covid, dal personale medico-infermieristico, ai pazienti e caregivers, anche la popolazione più in generale potrebbe essere coinvolta. Questo servirebbe certamente a cogliere il differente impatto del COVID-19 sulle vite delle persone e capire come questo lavora sull’immaginario psichico. E di conseguenza anche a dare indicazioni utili per progettare iniziative a supporto del benessere psicologico.

MGM. Noi siamo raccoglitori di storie da “svegli”: si potrebbe unire la raccolta dell’esperienza di vita da “sveglio” ai “sogni” e si potrebbe unire questo in una ricerca sulla qualità del sonno? Parlo di qualità del sonno perché moltissime persone hanno cominciato a soffrire di insonnia a causa del COVID-19.

CT. Sarebbe bellissimo poter utilizzare il Social Dreaming in una ricerca sulla qualità del sonno. Si potrebbe pensare di attivare matrici di Social Dreaming con pazienti che hanno disturbi del sonno di diversa intensità per capire se esiste una relazione tra qualità del sonno e “qualità” della dimensione sognante. La partecipazione alle matrici di Social Dreaming potrebbe avere un ruolo per supportare e stimolare la capacità di attivare pensiero simbolico e associativo. Sarebbe bello verificare se questa sollecitazione della capacità sognante è in grado produrre un miglioramento della qualità del sonno e quindi in ultima battuta anche di qualità di vita. Si potrebbe pensare anche a un possibile osservatorio per dare continuità alla ricerca e raccogliere dati significativi nel tempo.

L’esperienza fatta ci ha mostrato l’importanza di creare un setting in cui condividere i sogni in situazioni traumatiche. A volte anche noi ci siamo trovati di fronte alla difficoltà di ricordare i sogni, soprattutto nella seconda matrice, dove era forte il senso di pesantezza e claustrofobia per la situazione vissuta. In questi casi possiamo dire che la matrice ha svolto una funzione utile di contenimento, dove la possibilità stessa di partecipare ai  sogni degli altri ha permesso comunque di creare una qualche attivazione nel pensiero simbolico e associativo.

EP. Anche questa è una prospettiva interessante, lavorare sulle narrazioni che i sogni aprono, e sul loro potere trasformativo. Gli aborigeni australiani lo chiamano “il tempo del sogno”, un tempo sincronico, senza storia, che ha permesso di immaginare il mondo. E credo che anche noi, uomini e donne di oggi, dovremmo imparare a trovare nomi nuovi per le nostre narrazioni. In fondo, per costruire il futuro, bisogna prima immaginarlo…

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Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

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