LE BASI UMANISTICHE DELLA MEDICINA NELL’ERA DELL’ INFORMATICA E DELLA TECNOLOGIA VANNO PRESERVATE – INTERVISTA A EMILIO BOMBARDIERI, DIRETTORE SCIENTIFICO HUMANITAS GAVAZZENI E CASTELLI BERGAMO

© Lupo Burtscher

L’indiscusso dominio della formazione  tecnologica e informatica che ha ormai invaso le professioni sanitarie,  soddisfa del tutto  ai reali  bisogni della salute del paziente ?

Non si può negare che il continuo e impressionante progresso delle applicazioni sanitarie informatiche e lo sviluppo della tecnologia in campo medico, possano apportare indiscutibili vantaggi al malato e alle attività del medico. La realizzazione pratica dell’assistenza, del monitoraggio e della cura a distanza, l’affinamento dei processi diagnostici e terapeutici mediante l’ intelligenza artificiale e la robotica, la raccolta di grandi masse di dati e la costruzione di  raffinati modelli utilizzabili nella ricerca biomedica, la costruzione di presìdi personalizzati adattabili alle caratteristiche dell’individuo sono conquiste enormi, in grado di ottimizzare l’approccio alle malattie e di migliorarne la gestione e il  trattamento. La risposta alla domanda è quindi complessivamente positiva, in quanto già da oggi possiamo toccare con mano i vantaggi pratici di tante realizzazioni (telemedicina, intelligenza artificiale, interventi robotici, simulatori, etc.) . Tuttavia in questo contesto dominato da una medicina tecnologica e informatica, è opportuno  chiedersi  se questo inarrestabile processo tenga conto anche della vita interiore del paziente, dei suoi rapporti con la malattia, con i familiari e con l’ambiente e, non da ultimo, della relazione  del malato con i professionisti che si occupano di lui.  Ci riferiamo a quello   spazio che è sempre opportuno dedicare all’umanesimo, o più specificamente alle Medical Humanities.  E’ questo un insieme di conoscenze che raggruppa diverse discipline e pratiche che riguardano la psicologia, l’antropologia, la storia della salute, la filosofia, le religione, l’etica, tutte le arti e le conoscenze dell’uomo. In questo ambito è obbligatorio anche includere il sapere teleologico, in cui trovano casa l’empatia, le capacità interpretative, la riflessione interiore e la responsabilità sociale.

Il mio personale timore è che, nella corsa al futuro, questa parte rischi di rimanere marginale nelle cultura del professionista sanitario, anche perché esiste il reale pericolo che  la formazione iper specialistica le lasci poco spazio.

Quale è il livello di attenzione alle Medical Humanities nella formazione del Medico oggi, nei percorsi universitari? 

Da quando le Medical Humanities sono nate negli USA come movimento di opinione composto da medici, sociologi, religiosi, assistenti spirituali per “umanizzare il modello biomedico”, è stato intrapreso un tentativo di integrazione che ha contribuito a contaminare culturalmente il rigido modello tecnicistico della medicina. In buona sostanza, si è andata affermando la convinzione che le scienze umanistiche, le scienze sociali, le arti in genere e la loro applicazione fossero importanti sia nella formazione universitaria che nella pratica al letto del paziente. Anche se il termine di Medical Humanities non può essere inquadrato in un’unica definizione univoca, con limiti chiari, il concetto che deriva da una sua lettura razionale vuole essere interpretato come una modalità di connessione tra umanità e scientificità. Negli anni successivi al 2000,  le Medical Humanities sono state introdotte progressivamente in modo non omogeneo nella formazione e nei curricula universitari. Hanno trovato spazio soprattutto nelle facoltà Mediche delle Università Canadesi e degli USA, in Australia e nel Regno Unito. La Yale School of Medicine, la Mont Sinai School of Medicine di N.Y, l’Alberta University hanno prodotto diversi lavori dimostrando sul campo l’utilità applicativa di questo approccio sul benessere dei pazienti. In Europa le Medical Humanities hanno incontrato un consenso più limitato, attirando tuttavia molto interesse e nel nostro Paese, in cui il contesto socio-sanitario dimostra ancora un forte prevalenza tecnicista, oggi registrano approvazioni in modo difforme ma crescente. Le principali esperienze interessano soprattutto la Medicina Narrativa (diari, racconti della storia della propria patologia, auto-biografie). Questo modo di approcciare la medicina fa sì che la raccolta dei dati non rimanga soltanto una analisi di tipo quantitativo/ statistico (indispensabile per costruire una dimensione scientifica inoppugnabile), ma diventi anche la registrazione del vissuto del paziente e, pertanto, si instauri uno scambio con il modo di sentire e di essere del sanitario, il quale può modulare il suo approccio con la risposta del malato, riflettendo sulla sua esperienza. E il paziente si trova a vivere la malattia non soltanto in funzione della patologia, dei suoi sintomi e delle medicine, ma anche per quanto vede, sente e condivide intorno a lui e con chi è con lui.

© Lupo Burtscher

Si può affermare che esiste oggi una maggiore consapevolezza della necessità di una formazione  più umanistica nelle organizzazioni sanitarie?    

Risposta – Esistono ormai diversi documenti delle Autorità Sanitarie, Universitarie e del Consiglio Superiore di Sanità che raccomandano di includere nella formazione dei futuri medici le discipline umanistiche.  Se l’orizzonte mentale del medico non si limita soltanto all’aspetto tecnico delle terapie e delle nuove tecnologie, ma si allarga anche a considerare aspetti umanistici, sociali e culturali, si viene a costruire un bagaglio prezioso che aiuta a meglio comprendere la complessità della “persona” affidata alle cure e, dunque, a migliorare le capacità di diagnosi e trattamento. A questo si aggiunga che esistono dimostrazioni che l’applicazione delle Medical Humanities sul campo, risulti utile a migliorare il benessere del paziente e a rendere più agevole ed efficace la cura delle malattie. Questi concetti sono esplicitamente riportati in un  autorevolissimo documento della World Health Organization, l’ “Health Evidence Network Synthesis Report 67 “, pubblicato nel 2019,  che  basandosi su una  ampissima review di pubblicazioni internazionali conclude come le “arti” in genere  producano miglioramenti decisivi alla salute e al benessere. La strategia consigliata dalla WHO  è quella di aumentare l’utilizzo delle Medical Humanities nell’ambito delle organizzazioni che direttamente o indirettamente si occupano di salute. 

La progressiva sensibilizzazione al problema da parte del mondo Universitario, è dimostrata dal fatto che stanno aumentando le offerte di Masters in Medical Humanities che si rivolgono a diverse categorie di professionisti, coinvolti sia nella formazione che nell’assistenza: insegnanti delle scuole primarie e secondarie, personale infermieristico e para-medico, psicologi e psicoterapeuti, familiari di lungo-degenti e malati cronici. Inoltre, nei Corsi Universitari per professionisti sanitari stanno trovando sempre più spazio argomenti quali arte, filosofia, musica, teatro, cinema. Anche diverse Società Scientifiche ed Associazioni dei pazienti promuovono iniziative nel campo.  

Ha avuto esperienza personale di applicazione di Health Humanities alla salute?  

Risposta –  Ho avuto la fortuna di vivere personalmente un progetto di Arte e Salute nato nel 2018 presso gli ospedali Humanitas a Bergamo, Humanitas Gavazzeni e Castelli, con l’obiettivo di usare l’arte per cambiare il modo di vivere in ospedale. Humanitas ha da tempo realizzato una stretta collaborazione con l’Accademia Carrara, e gli ospedali Gavazzeni e Castelli hanno messo a disposizione 1200 metri quadrati di pareti per riprodurre in ingrandimenti in  maxi formato  dettagli di alcune delle più significative opere pittoriche dell’Accademia Carrara. Il Progetto dal titolo “La Cura e la Bellezza” si è concretizzato nella riproduzione di dettagli di 25 opere sulle pareti negli ambienti in cui stazionano pazienti, sanitari, care givers, visitatori e, più in generale, tutto il personale. Sulla base di queste iniziative sono stati intrapresi altre iniziative che vanno in questa direzione: il progetto “Opere in parole”,  il progetto di ricerca “Misurazione della qualità della vita nelle pazienti con metastasi da carcinoma della mammella  in day hospital Oncologico”  e il progetto “Incontrarsi nell’arte “. 

Con “Opere in parole” il progetto di portare arte e bellezza in ospedale ha aggiunto il tassello della letteratura: 11 noti autori della cultura italiana hanno prodotto brevi racconti originali ispirati ai dipinti esposti questa volta nei reparti degli ospedali. Tali racconti sono disponibili come materiale stampato da consegnare ai fruitori oppure in forma di audio attraverso podcast registrati dagli stessi autori.  

Il progetto “Misurazione della qualità della vita nelle pazienti con carcinoma della mammella” ha invece ricevuto un finanziamento 5×1000 dalla Fondazione Humanitas per la Ricerca e ha previsto, tramite questionari validati di Well Being  (Psychological Well Being Index), di valutare l’impatto dell’esposizione alle opere d’arte sul benessere delle pazienti sottoposte a terapie oncologiche. Le stesse pazienti sono state oggetto di uno studio di narrazione con registrazione delle loro impressioni davanti a diverse riproduzioni dei quadri (con risposte alle domande “vedo” “mi sento” “penso” “voglio” “entro dentro al quadro”). Questa parte del Progetto si è svolta grazie alla collaborazione con la Fondazione  ISTUD. 

Il terzo progetto, “Incontrarsi nell’Arte“, è stato concepito dalla Associazione The Bridge for Hope e da Carrara Educazione in collaborazione con Humanitas, e consiste nell’invito a vivere il museo Accademia Carrara come spazi di bellezza, di rifugio o conforto. L’iniziativa ha avuto spazio in occasione di Bergamo-Brescia Capitale della Cultura 2023.

Accanto a queste iniziative realizzate a Bergamo, il gruppo Humanitas ha riproposto un simile approccio  nell’ Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Mi),  esponendo dettagli di opere pittoriche di  grandi maestri grazie alla collaborazione con l’ Accademia delle Belle Arti di Brera (Mi).  

Non è questo il luogo per descrivere i risultati, alcuni dei quali in valutazione. Tuttavia,  i riscontri dei pazienti, dei operatori sanitari e dei visitatori sono stati positivi, e l’ impressione comune è di trovarsi in un “ospedale diverso” nel quale la malattia può essere vissuta in un modo più accettabile  per tutti e  non diventa soltanto il teatro di un virtuoso atto medico sul paziente ma si traduce nell’occasione  di un incontro più completo tra più persone che mettono in comune l’esperienza di sofferenza alla ricerca di un benessere comune. 

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