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Ero io!

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Giorgio de Chirico – Le maschere

Ospitiamo il contributo di Rory (Maria Rosa) Previti. Giornalista, autrice di saggi e di numerosi articoli di carattere sociale, sociosanitario e scientifico pubblicati su diverse riviste, tra cui Hpress (Monza) e Vento Sociale (Milano). Redattrice del tabloid PalermoParla, docente liceale e universitaria, è autrice di libri, tra cui l’autobiografia clinica “La signora Acca Uno” (1997) e “Sano come un pesce” (2001), distribuito nelle scuole della Provincia di Palermo per diffondere la cultura della solidarietà e della prevenzione sanitaria.

Se volete sapere chi era quella signora che quella mattina attraversava la strada con passo lento e incerto, ve lo dico subito: ero io!

Quarant’anni prima, quella signora aveva avuto il tumore al seno. Era stata operata. Era stata brutalmente irradiata con betatrone. Quarant’anni dopo ero io la finta sana, la vera malata, ero io quella che siede su una mina pronta ad esplodere, quella che brucia dal desiderio di normalità, proprio quella.
Una passeggiata breve senza fiatone. Una notte senza continui risvegli. Un braccio paralizzato che non si gonfi e non si arrossi per le linfangiti ricorrenti, precedute da brividi simili a crisi epilettiche. Un ospite indesiderato, la Klebsiella Oxytoca che non rifiuti gli antibiotici con manifestazioni allergiche gravi e pericolose.

Questo insopprimibile desiderio di normalità!

Quella ero io e come quella mattina ogni mattina mi dico: “Dopotutto è un giorno in più. E chi mi dice che le cose non possano inaspettatamente cominciare ad andare meglio?”. Tutto è difficile, ma niente è impossibile. La fede? Certo non guasta. Fede in Lui e fede in sé stessi. Tra una lacrima e una preghiera io vado avanti, che ci provino a fermarmi!

Quella signora ero io e quella mattina avevo raggiunto prima l’automobile e poi il centro commerciale. E mi ero mescolata alla folla. Come una di loro. Come quelli che hanno la salute e non sanno quanto sono fortunati. Mi ero pure comprata qualcosa. Una coccola. E avevo mangiato un panino con la salsa rosa. Avevo fatto quello che fanno tutti,  loro senza badarci, ma a me era sembrato speciale. Tutta sola, continuando a sentire le gambe deboli, riposandomi su una panchina di tanto in tanto, ma senza rinunciare tornando all’automobile in fretta e furia (si fa per dire).

Le infezioni indeboliscono molto e il mio ospite indesiderato è venuto a trovarmi a causa di un intervento di chirurgia plastica ricostruttiva nell’emitorace bruciato dal betatrone. Si è sentito a casa sua e ha fatto subito il bello e il cattivo tempo. Le chiamano infezioni nosocomiali, pare si prendano in sale operatorie non ben sterilizzate.

In questi quarant’anni dalla diagnosi di tumore al seno ho vissuto molto intensamente e ho  realizzato molti progetti. Diventare giornalista, iscritta all’Ordine Nazionale e pubblicare valanghe di articoli, recensioni, racconti, persino qualche libro. Dipingere ed esporre in venti mostre personali, insegnare Scienze, allevare le mie due figlie, nutrire la famiglia con i miei amorevoli manicaretti.

Ma quel grumo di carne vagante nell’universo, nei momenti difficili e in questi ultimi anni che sono diventati molto più difficili, ero io, ero sempre io. La signora con un solo braccio funzionante e con l’altro che pesa tonnellate, quella signora ero e sono io. Me lo porto in giro dappertutto questo braccio, d’altra parte non potrei lasciarlo a casa per camminare leggera.

Molti anni fa mi suggerirono l’amputazione, ma mi raccontarono pure dell’arto fantasma e del fatto che mi avrebbe procurato forti dolori pur senza esserci. Decisi quindi di tenerlo sempre con me e lo curo come un figlio che non parla e non cammina. E che sta sempre in braccio. Un figlio disabile, il figlio disabile di una donna disabile, ma pur sempre un figlio molto amato perché fa parte di quel grumo di sangue vagante nell’universo che ero e che sono ancora adesso io.

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