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Disinformazione, paura e stigma: alcune considerazioni su COVID-19 e HIV

Dallo scoppio della pandemia di COVID-19, diverse voci ne hanno parlato facendo riferimenti o veri e propri parallelismi con una pandemia meno recente, ma drammaticamente attuale: quella dell’HIV. Ma che tipo di parallelismi possiamo fare tra queste due pandemie, e in merito a cosa?

In un articolo su Think Global Health, Magdalene Walters riflette su come, in tempi di malattie infettive o pandemie, sia facile – sia per chi lavora sulla governance sanitaria che per il pubblico laico – fare supposizioni su chi possa essere il “portatore” di un virus o un batterio: queste supposizioni, però, rischiano molto spesso di non rispondere a criteri prettamente scientifici, ma di essere condizionate da stereotipi riguardo a raggruppamenti sociali che possono già essere discriminati in base al genere, all’orientamento sessuale, alla provenienza, alla classe sociale, alla condizione abitativa.

Secondo Walter, i virus SARS-CoV-2 e HIV condividono il fatto di essere stati accompagnati da una diffusa paura, stigmatizzazione e disinformazione, che non solo hanno presentato degli ostacoli per un efficace contenimento, ma hanno anche rafforzato alcuni stereotipi. Nel caso dell’HIV,

During the start of the HIV epidemic in the United States, fear of foreigners ultimately resulted in restriction on immigration and travel to the United States for non-U.S. citizens living with HIV, lasting from 1987 to 2010. These bans were guised to prevent the spread of HIV, but effectively were a xenophobic attempt to safeguard the economy which was experiencing a recession in the early 1980’s. This move was baseless given that during the 1980’s there were more people living with HIV in the United States than anywhere else in the world. Treating HIV as an issue external to the United States was based in stigma and provided no benefit to the HIV epidemic.

L’identificazione tra una minaccia alla salute pubblica e l’ingresso sul territorio nazionale di cittadini stranieri, prosegue Walkers, si è rivelata anche nelle azioni intraprese durante la pandemia di COVID-19 dagli Stati Uniti nei confronti della Cina – cosa che non dovrebbe sorprenderci, visti gli attacchi xenofobi e razzisti subiti da cittadini dai tratti asiatici anche in Italia:

U.S. COVID-19 infections, 60–65 percent of them were seeded by spread from New York. In New York, genetic analysis has shown that the virus was likely imported from Europe, not China. Travel restriction from Europe was implemented a month after that of China. Currently the United States has the highest number of cases in the world.

Le malattie infettive sono spesso un’occasione per rafforzare la paura verso quei gruppi considerati “diversi” – sia per genere od orientamento sessuale, provenienza, condizione sociale: come riporta David Dickinson in un articolo su The Conversation, tutte le epidemie sono accompagnate da “epidemie di significato”, ed Edmund White, sulle colonne del Guardian, sottolinea come COVID-19 e HIV condividano la disinformazione scientifica e la creazione di “miti” riguardo all’origine e alla diffusione. La stigmatizzazione e la disinformazione ostacolano la comprensione della malattia e rischiano di amplificare le epidemie, perché concentrano l’attenzione sulla paura anziché sulle azioni di prevenzione e identificazione.

Tuttavia, vi è anche chi sottolinea grandi e significative differenze tra quelle due pandemie. In un commento, Mark King ricorda come a nessuno importasse dei morti di AIDS, durante i primi anni della pandemia – e forse, ancora oggi sarebbe difficile vedere dimostrazioni di solidarietà alle persone affette da HIV, così come sono state portate alle persone che lottano col COVID-19:

In the early 1980s, AIDS was killing all the right people. Homosexuals and drug addicts and Black men and women. There is no comparison to a new viral outbreak that might kill people society actually values, like your grandmother and her friends in the nursing home. […] We had to climb over mountains of social bias in order to educate people on the basic facts of risk and transmission. Social distancing was easier then because the bodies of your friends were so consumed by dark purple skin lesions they were barely recognizable as human. There were no Congressional bills promising them paid sick leave or help with their medical bills. They were kicked out of their apartments and then died in the guest room of whoever had the space and the guts to care for them. Tens of thousands of people died of AIDS-related complications before our government began to address it. Many, many, many of those people spent their last breaths in the center of protests in the streets, begging for justice and relief. Their ashes were dumped on the White House lawn. […] To attempt to draw blithe comparisons – Oh! This feels so scary and there are lines at the grocery store and people have to stay away from each other. Hey, does this feel like when HIV happened…? – is an insult to the bravery and sacrifice of the living and the dead.

Masha Gessen, columnist del New Yorker, riflette su come una delle grandi lezioni della lotta all’HIV è stata quella del potere delle comunità che si riuniscono per prendersi cura l’una dell’altra, che hanno messo i loro corpi – spesso fragili o morenti – in prima linea: azioni più complesse, al tempo del distanziamento sociale. Ma una delle sue riflessioni più acute e al contempo dolorose riguarda la narrazione – o le narrazioni – che possiamo fare di una malattia, e come queste narrazioni rientrino nella nostra identità e nel nostro presente:

Writing in the Boston Review, Amy Hoffman suggested that, because AIDS was so traumatic, so outside our understanding of life, it cannot be made a part of any narrative; one is speaking either about AIDS or about other stories that make up a lifetime, but not about both at the same time. […]

There may be another reason why it would be very hard to carry the memory of the AIDS era wholly intact. Meeting a medical professional of a certain age, one would have to wonder, Were you one of those who refused to enter the room of a person with AIDS? Meeting some nice lady who long ago lost a son to AIDS, one would have to wonder, Were you one of those mothers who refused to let her child come home? Did his friends take care of him as he died, while you stayed away?

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Laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata nel campo dell’antropologia medica, ha condotto attività di formazione a docenti, ingegneri e medici operanti in contesti sia extra-europei che cosiddetti “multiculturali”. Ha partecipato a diversi seminari e conferenze, a livello nazionale e internazionale. Ha lavorato nel campo delle migrazioni e della child protection, focalizzandosi in particolare sulla documentazione delle torture e l’accesso alla protezione internazionale, svolgendo altresì attività di advocacy in ambito sanitario e di ricerca sull’accesso alle cure delle persone migranti irregolari affette da tubercolosi. Presso l’Area Sanità di Fondazione ISTUD si occupa di ricerca, scientific editing e medical writing.

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