Dalla potenza all’atto: applichiamoci

Una delle domande più frequenti che mi chiedono medici, infermieri e professionisti dell’aiuto è come applicare la medicina narrativa quando si hanno 20 minuti al massimo per una visita, file di pazienti in sala d’attesa, oppure nei servizi di orientamento colloqui a ritmo serrato con i giovani. Come applicare, ovvero rendere possibile la strutturazione dell’ascolto attivo, dell’empatia cognitiva, del riconoscimento delle risorse umane e delle intelligenze multiple dell’altro e nostre, per avviare un processo del prendersi cura.

Stamattina mi sono alzata con in testa un filosofo che nei tempi di liceo, mi piaceva pochino, non scriveva in modo affascinante come Platone: era Aristotele. Ben lontano dalla fenomenologia tanto cara alla medicina narrativa (Ricoeur, Derrida…): Aristotele, quello dei sillogismi. Beh, era anche il tutore di Alessandro Magno, per cui il suo pragmatismo è fondamentale. Una cosa che ho amato di Aristotele è il tema del passaggio della potenza (oggi lo chiameremmo il potenziale) che si trasforma in atto, in compiutezza.

Ed ecco che allora posso provare a rispondere su come applicare la cura narrativa, con la sua postura, in tempi logori e in un sistema imperfetto: non è una competenza su cui switchare, orrido inglesismo per dire girarsi, un’aggiunta, ma un modo di essere, di stare, di vivere. Il seme, quando germoglia, non si fa tante domande se è passato dalla potenza all’atto. È e basta. Certo, nel suo DNA ha in sé l’auxina, quell’ormone vegetale che lo fa crescere e germogliare, se le condizioni sono buone intorno, se l’ambiente è favorevole.

Non è che incontro una persona e penso: con te sono più narrativo, e con quello che viene dopo no perché ho meno tempo., anche se dipende da quanto terreno fertile ha l’Altro di fronte a me nell’essere narrativo, ma io esploro comunque la strada.  L’atto presuppone un potenziale di competenze apprese, da integrare alle altre tecniche, e che si applicano in ogni contesto possibile. Penso che il tema del tempo sia a volte un veritiero fattore limitante, a volte un alibi. Bastano tre minuti per ascoltare veramente: non dico che bisogna diventare mentalisti, però un po’ anche perché no? Che cosa fa un mentalista? Non legge la mente, ma osserva, prestando attenzione a parole, emozioni e dettagli: micro-espressioni, esitazioni, cambi di tono, parole scelte e parole evitate. Tiene insieme quello che vede e quello che sente e fa solo domande.  E poi stupisce per la comprensione dell’Altro.

E qui torna utile la fenomenologia del secolo scorso, che non è teoria lontana: ci ricorda. di restare su quello che si mostra, su come l’esperienza si presenta a quella persona. Non ipotizzare la spiegazione. Ricoeur lavora sull’idea che diamo senso a ciò che viviamo attraverso il racconto: diamo un senso ai fatti e ai comportamenti. Derrida ricorda che il linguaggio non è neutro: le parole aprono o chiudono. Anche una domanda può spostare completamente la narrazione, e ci insegna a restare con la presenza vicino alla persona, guardando come la cosa, il dialogo, il TRA, prende forma.

E qui ci viene utile la Gestalt con il suo sistema di figura e sfondo. Dove metto il fuoco: se lascio che sia lo sfondo a guidare — il sistema, i tempi, la mia agenda, la famiglia della persona, il contesto — la persona si perde; se invece porto in figura la persona e il suo racconto, lo sfondo resta ma non conduce. Questo passaggio non aggiunge tempi cronici e si può costruire con la pratica costante. È lì che si gioca il passaggio dalla potenza narrativa all’atto narrativo.

Dirò forse qualcosa ai limiti del tabù: è come imparare ad andare in bicicletta, nuotare, guidare, camminare. Non ce lo dimentichiamo perché questi apprendimenti diventano automatismi. Per cui l’automatismo che auguro ai professionisti dell’aiuto è questo: non partire con la checklist, ma iniziare con la curiosità narrativa per stare sulle parole dell’altro e far progredire la storia verso la consapevolezza.

E allora torno ad Aristotele, proprio a quello scolastico, il filosofo studiato molti anni fa e poi lasciato lì, in un cassetto lontano della memoria. Che però stamattina è fuoriuscito perché ha ancora una sua utilità: ha messo ordine su come le cose passano dalla possibilità alla realtà. E se non prende vita nella realtà rimane un’occasione sprecata. Un potenziale perduto. E questo io non lo desidero, perché la vita è breve per perdere occasioni.

Maria Giulia Marini

Epidemiologa e counselor - Direttore Scientifico e dell'Innovazione dell'Area Sanità e Salute di Fondazione Istud. 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer, di "The languages of care in narrative medicine" nel 2018 e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. Ha pubblicato nel 2020 la voce Medicina Narrativa per l'Enciclopedia Treccani e la voce Empatia nel capitolo Neuroscienze per la Treccani. E' presidente dal 2020 di EUNAMES- European Narrative Medicine Society. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali accademici e istituzionali.

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