COSA FACCIO PER PRATICARE IL SELF-CARE – DI CELESTE ORTIZ

Self-care è un termine ambiguo che viene usato in tutto il mondo negli ambienti che si occupano di salute mentale. Tuttavia, il suo significato e la sua applicazione variano da persona a persona. I media si concentrano sull’aspetto corporeo del self-care. Ad esempio, fare esercizio fisico quotidianamente, seguire una dieta stereotipicamente sana, mettere una maschera per il viso, fare binge-watching e retail therapy (quest’espressione indica l’acquisto compulsivo di oggetti non necessari).

Quando considero il self-care riferito a me stessa, lo vedo come sinonimo di salvaguardia olistica del sé. Non sto suggerendo che il mantenimento della salute fisica non sia importante, ma il punto è che spesso questa è l’unica cosa a cui si pensa quando si parla di self-care, forse perché è la più tangibile. Regolare le emozioni e gestire i fattori di stress sono cose che possono intimidirci, portandoci così a evitarle e ad abusare invece di facili distrazioni. In molti casi, non ci rendiamo nemmeno conto che l’accumulo di stress può avere anche conseguenze fisiche. 

Quando chiudo gli occhi durante una meditazione mi vedo per un attimo circondata da una grotta vuota, ma dopo un momento diverse cose richiedono la mia attenzione. Più attraverso questa grotta, più questa si restringe. Nello spazio con dimensioni più ampie ci sono le esigenze immediate, come i compiti scolastici, gli impegni lavorativi e i bisogni fisici, miei e dei miei codipendenti. Più all’interno, comincio a notare il desiderio di connessione con gli altri: i volti di certe persone, le cose che hanno detto e fatto, e che hanno provocato un’emozione in me, rimangono qui.

Ancora più avanti c’è la parte più interna della grotta che è così stretta che posso entrarci solo strisciando in posizione fetale. In questo spazio si trova la forma più autentica di me stessa, che contiene i miei segreti, le mie insicurezze, le mie domande esistenziali – le parti più belle e più brutte di me. C’è così tanto nella grotta che, se riesco a raggiungere la parte più intima, mi spavento perché mi pare di essere chiusa dentro e di non riuscire facilmente a trovare la via d’uscita. Sono così lontana dal mondo fisico che mi sembra che la mia psiche o il mio spirito siano stati separati dal mio corpo.

Pertanto, anche se potrei essere esattamente dove ho bisogno di essere, paradossalmente non mi sembra di esserci. Il self-care è come una corda che lego all’ingresso della grotta quando mi spingo all’interno, in modo da poter ritrovare facilmente la via d’uscita. Senza di essa mi ritrovo in uno stato di trance in cui non sono consapevole di ciò che sto facendo, perché quando svolgo troppe volte un compito specifico non ho bisogno di pensare. E questa mancanza di attenzione riduce la qualità del mio lavoro.

Ogni giorno è uguale agli altri e il mondo intorno a me è cupo e grigio, non c’è un sapore unico, solo compiacimento e autocondiscendenza. Viaggiare fino all’estremità più lontana della grotta può essere terrificante, perché sono costretta a stare con i ricordi che suscitano emozioni spiacevoli: rabbia, tristezza, dolore, ansia, vergogna e così via, accanto alle esperienze di amore e di gioia. Tuttavia, come vedrete presto, è necessario per me, per mantenere la mia voglia di vivere. 

Se mi conosceste oggi, non mi credereste se vi raccontassi l’autolesionismo a cui mi sono sottoposta per evitare che certi ricordi e sentimenti strisciassero fuori dalla parte più lontana della grotta. In effetti, mi è stata diagnosticata una serie incredibilmente lunga di disturbi: disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo d’ansia generalizzato, ortoressia, disturbo post-traumatico da stress complesso e disturbo depressivo maggiore. I miei sintomi hanno iniziato a manifestarsi all’età di 12 anni e hanno devastato la mia vita per 7 anni. L’adolescenza è stato il periodo più solitario della mia breve vita (ho solo 20 anni). La mia diagnosi ha reso quasi impossibile costruire e mantenere amicizie intime.

Ho sviluppato un disprezzo per gli altri e per la vita stessa. Sebbene desiderassi disperatamente un legame, soffrivo di una sfiducia cronica nei confronti di coloro che mi rifiutavano a causa della mia malattia, compresa la mia famiglia. Non credevo che qualcuno mi amasse, ma pensavo piuttosto che fingessero di volermi bene per proteggere il proprio status sociale e la percezione di sé come “brava gente”. La malattia ha pervaso ogni aspetto della mia vita, gli studi, le attività extrascolastiche, le relazioni e la salute fisica. Sono stata ricoverata due volte in ospedale e sono stata assente da scuola, tanto i miei sintomi erano insopportabili. 

Riflettendo sulla mia storia personale, riconosco che per me l’aiuto maggiore non è stata la prescrizione di farmaci psichiatrici. Fortunatamente non prendo più farmaci. Sono al terzo anno di università alla Northwestern University e sto facendo uno stage a Milano come assistente di ricerca nell’ambito del prestigioso programma di Medicina Narrativa di ISTUD. Ciò che mi ha aiutato di più è stato affrontare la mia immensa paura di ricordare, percependo e raccontando la mia storia in un modo nuovo. Rivendico la mia storia e questo mi dà forza ogni giorno.

Questi sentimenti imprevedibili, che non sopportavo e che credevo inutili, sono l’essenza della giovinezza e dell’umanità. In pratica, come posso esercitare ed esprimere il mio potere sulla mia storia? Attraverso la fede e l’arte, questo è il mio self-care, e la cura di me stessa consiste nel pregare ogni volta che sono ansiosa e nel leggere ogni mattina le Scritture, che mi ricordano che devo solo stare ferma perché Dio sta combattendo per me. Mi viene ricordato che non sono sola nella mia sofferenza e che quando sono più debole sono davvero più forte (2 Corinzi 12:7-10). 

Il self-care può essere anche l’ascolto di una canzone (con o senza testo) che suscita in me una particolare emozione mentre parlo con il mio corpo; può essere cantare un inno o la mia canzone pop preferita; può essere scrivere e recitare poesie, o disegnare un’immagine che non riesco a togliermi dalla testa. Può essere parlare con un amico che condivide valori simili e che si è guadagnato la mia fiducia con parole e azioni. A volte, può essere dare ristoro a qualcun altro condividendo una parola di incoraggiamento o dandogli un abbraccio o un regalo, e contando le mie benedizioni. Sì, mi piace concedermi una cena, un film, una face mask e/o un vestito nuovo, ma ricordate che la cura di sé va ben oltre queste cose.

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