Compassion fatigue, burnout e moral injury nella medicina veterinaria: una lettura narrativa del fine vita

Project Work della XVII edizione del Master in Medicina Narrativa Applicata di Laura Sinigoi

Nelle professioni di cura esiste ancora oggi una zona d’ombra che raramente trova spazio nel discorso pubblico e scientifico: quella del dolore del curante. In ambito medico-veterinario, tale dimensione emerge con particolare intensità nelle procedure di fine vita, dove l’atto clinico dell’eutanasia si configura non solo come intervento tecnico, ma come esperienza relazionale, etica ed esistenziale. Le narrazioni, raccolte tra i professionisti Medici Veterinari durante lo sviluppo del project work per il Master in Salute e Medicina Narrativa Applicata, restituiscono un quadro complesso in cui compassion fatigue, burnout e moral injury si intrecciano, delineando una crisi silenziosa che interroga profondamente il senso stesso del prendersi cura.

Questa crisi trova una conferma particolarmente allarmante nei dati epidemiologici ufficiali. La professione medico-veterinaria presenta infatti un tasso di suicidio significativamente più elevato rispetto alla popolazione generale e alle altre professioni sanitarie: il rischio risulta fino a quattro volte superiore e circa doppio rispetto a quello di medici e dentisti. Dati europei evidenziano che già durante la formazione universitaria il rischio è elevato, con circa uno studente su cinque che ha pensato al suicidio.

A questi dati si affianca un quadro di sofferenza psicologica diffusa: circa il 9% dei veterinari presenta un grave disagio mentale, il 31% ha sperimentato episodi depressivi e fino al 17–21% riferisce pensieri suicidari nel corso della propria vita professionale. Numeri che non possono essere letti come marginali, ma che rappresentano l’espressione più estrema di un malessere strutturale, radicato nell’esposizione continua alla sofferenza, nella fatica da compassione, nella gestione del lutto e nei conflitti etici che attraversano quotidianamente la pratica clinica. La compassion fatigue si manifesta infatti come un progressivo logorio emotivo derivante dall’esposizione continua alla sofferenza altrui. Nel contesto veterinario, essa assume una forma peculiare: il professionista si trova simultaneamente a gestire il dolore dell’animale e quello del caregiver umano, in una dinamica triadica che amplifica il carico empatico. Le testimonianze raccolte evidenziano come il veterinario non sia mai il semplice esecutore di una procedura, ma un mediatore emotivo, un accompagnatore e, spesso, un contenitore del lutto altrui.

In questo scenario, il linguaggio diventa un indicatore privilegiato del vissuto interno. Da un lato, emerge un registro tecnico, fatto di termini clinici e procedure codificate, che funge da barriera protettiva. Dall’altro, quando tale barriera si incrina, affiorano metafore potenti: il veterinario si descrive come “angelo”, “traghettatore”, talvolta “boia”. Questa oscillazione tra simbolico e fattuale non è casuale, ma riflette il tentativo di dare senso a un atto che sfida le categorie tradizionali della medicina.

Il burnout rappresenta l’evoluzione più strutturata di questo logorio. Non si tratta solo di stanchezza, ma di una sindrome caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale. Nelle narrazioni analizzate, esso si manifesta attraverso l’automatismo: il professionista descrive sé stesso come un “automa”, capace di eseguire perfettamente la procedura, ma progressivamente disconnesso dal proprio sentire. Questo distacco, inizialmente funzionale alla sopravvivenza emotiva, rischia nel tempo di trasformarsi in perdita di senso e disaffezione verso il lavoro.

Ancora più profonda è la dimensione della moral injury, la “ferita morale” che si verifica quando il professionista percepisce una frattura tra i propri valori etici e le azioni che è chiamato a compiere. Nel fine vita veterinario, tale frattura emerge dinanzi a richieste di eutanasia prive di necessità clinica. La legislazione italiana, infatti, non consente l’eutanasia per motivi meramente gestionali: la vecchiaia dell’animale, il maggior tempo richiesto per accudirlo o una quotidianità diventata gravosa non sono indicazioni mediche lecite per porre fine a una vita. In questi casi, il veterinario si trova intrappolato tra il rigore normativo, la volontà del cliente e il proprio senso etico. Interrogarsi sulla legittimità di troncare un’esistenza non più “desiderata” per l’uomo apre uno spazio di crisi che può lasciare segni profondi, il professionista avverte di essere spinto verso un confine che mette in discussione la propria identità di curante.

Un elemento cruciale che emerge dalle narrazioni è la centralità della relazione con il caregiver. Paradossalmente, il focus emotivo del veterinario si sposta spesso più sull’umano che sull’animale. Il lutto del caregiver diventa uno specchio amplificante, in cui il professionista si riflette e si immedesima. Questa intersoggettività, pur essendo alla base di una cura autentica, rappresenta anche uno dei principali fattori di rischio per la compassion fatigue. Il veterinario non solo assiste al dolore, ma lo assorbe, lo attraversa, talvolta lo trattiene.

A rendere ancora più critica questa condizione contribuisce quella che può essere definita “slow violence”, una violenza lenta e invisibile che agisce a livello strutturale. I ritmi lavorativi impongono spesso una rapida transizione tra un’eutanasia e la visita successiva: “respirare e andare avanti” diventa una norma implicita. Questo tempo negato all’elaborazione impedisce la trasformazione dell’esperienza in significato, favorendo invece l’accumulo di residui emotivi.

L’isolamento rappresenta un ulteriore fattore aggravante. La morte, nonostante sia una componente intrinseca della pratica veterinaria, rimane un tabù anche all’interno delle comunità professionali. Mancano spazi strutturati di condivisione, momenti di riflessione collettiva, strumenti formativi dedicati alla gestione del vissuto emotivo. Il risultato è una solitudine professionale che amplifica il rischio di burnout e, nei casi più estremi, di esiti drammatici come il suicidio.

In questo contesto, la medicina narrativa si configura come una possibile via di trasformazione. Attraverso la raccolta e la condivisione delle storie, essa permette di dare voce a ciò che spesso rimane inespresso, favorendo processi di consapevolezza e di elaborazione. La narrazione non è solo uno strumento descrittivo, ma un dispositivo di cura: consente di integrare l’esperienza, di riconoscere le proprie emozioni e di ricostruire un senso di coerenza interna.

Le classificazioni narrative, come quelle proposte da Launer e Robinson o da Michael Bury, offrono ulteriori chiavi di lettura. Le narrazioni “progressive” mostrano come alcuni professionisti riescano a trasformare il dolore in crescita, reinterpretando l’eutanasia come atto di compassione. Le narrazioni “stabili” evidenziano una condizione di equilibrio precario, mentre quelle “regressive” segnalano una perdita di senso e un rischio elevato di burnout.

Integrare la medicina narrativa nei percorsi formativi e nelle pratiche cliniche rappresenta un passo fondamentale. Significa riconoscere che la competenza tecnica, per quanto indispensabile, non è sufficiente. È necessario sviluppare anche una competenza narrativa ed emotiva, capace di sostenere il professionista nei momenti di maggiore vulnerabilità.

In definitiva, parlare di compassion fatigue, burnout e moral injury, in ambito medico veterinario, significa interrogarsi sul prezzo umano della cura. Significa riconoscere che dietro ogni atto clinico esiste una storia, e che anche il curante ha bisogno di essere ascoltato. Dare spazio a queste narrazioni non è solo un atto di giustizia verso i professionisti, ma una condizione essenziale per una medicina veterinaria più consapevole, sostenibile e autenticamente umana.

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