In un edificio dalle grandi finestre affacciate sul Tamigi, nel cuore del quartiere di Strand, si trova uno dei luoghi più emblematici dell’incontro tra medicina e umanesimo: il Centre for the Humanities and Health (CHH) del King’s College London. Qui, da oltre quindici anni, filosofi, medici, scrittori, storici e artisti dialogano per esplorare una domanda tanto semplice quanto disarmante: che cosa significa prendersi cura di qualcuno? Non è solo una domanda clinica, ma anche narrativa, etica, estetica. Per questo il King’s ha scelto di costruire un ponte stabile tra il sapere scientifico e la comprensione umana della malattia.
Un centro nato per dare voce all’esperienza
Il CHH nasce nel 2009 con il sostegno della Wellcome Trust, una delle fondazioni più importanti in Europa per la ricerca biomedica e umanistica. L’obiettivo è ambizioso: creare un centro interdisciplinare dove le medical humanities, quell’area di confine tra scienze della salute e discipline umanistiche, possano avere una forma istituzionale e una voce accademica.
Fin dall’inizio, il centro è stato guidato da due figure di rilevanza internazionale, considerate punti di riferimento in Europa nella medicina narrativa: Brian Hurwitz, medico di famiglia e professore di Medicine & the Arts, e Neil Vickers, letterato ed ex epidemiologo, oggi Professore di English Literature and Health Humanities.
Insieme hanno dato al CHH una fisionomia unica, dove la malattia non è soltanto un fenomeno biologico, ma anche una storia da ascoltare e interpretare. Il loro lavoro ha reso il King’s un centro europeo di riferimento per chi studia la medicina narrativa e le humanities in ambito sanitario.

Brian Hurwitz: la narrazione come cura
Hurwitz è stato tra i primi a portare la medicina narrativa nell’università britannica e in Europa. Ogni caso clinico, nella sua visione, è già una forma letteraria: un racconto strutturato con protagonisti, conflitti, svolte e finali aperti. Ha mostrato come la scrittura medica – diari clinici, rapporti, anamnesi – non sia solo un archivio di dati, ma una trama di storie che parla di fragilità, interpretazione e incertezza.
Hurwitz ha diretto il CHH per molti anni, dando vita ai primi corsi di Medical Humanities nel Regno Unito. Nei suoi seminari, medici e studenti di lettere discutono di narrativa, etica e diagnosi. I testi letterari diventano specchi nei quali i futuri professionisti della salute osservano la complessità del rapporto medico-paziente e riconoscono in sé e nell’altro l’ambiguità della sofferenza umana.
Nel suo saggio The Roots and Ramifications of Narrative in Modern Medicine, Hurwitz sostiene che la medicina, pur avanzata tecnologicamente, resta un’arte della parola: senza ascolto e racconto, la cura perde la sua dimensione più profonda.
Neil Vickers: la letteratura come laboratorio di cura
Accanto a Hurwitz, Neil Vickers ha portato la prospettiva della letteratura e della psicologia del sé. Formatosi come epidemiologo, ha abbandonato le statistiche per dedicarsi alla letteratura romantica e alla filosofia della cura.
Nelle sue lezioni, invita gli studenti a leggere Wordsworth o Keats non solo come testi poetici, ma come esplorazioni di stati di coscienza, malattia, perdita e guarigione. Il suo libro Being Ill: On Sickness, Care and Abandonment (2024, con Derek Bolton) riflette su come la malattia trasformi la capacità di essere riconosciuti dagli altri, evidenziando che la medicina non è solo cura fisica, ma un processo di riconoscimento reciproco e ridefinizione di sé.
Oggi Vickers è Co-Direttore del CHH e guida progetti sulla storia delle medical humanities e sull’evoluzione della narrative-based medicine, confermandosi in Europa come una delle figure di riferimento del settore. Le sue conferenze attraversano filosofia, antropologia e storia culturale della medicina, interrogandosi su come l’esperienza del malato venga rappresentata, ascoltata o riscritta.
Un laboratorio di idee e relazioni
Il CHH non è solo un dipartimento universitario: è un laboratorio di pensiero e relazione. Qui studenti di medicina, infermieristica, psicologia e discipline umanistiche condividono pratiche, esperienze e domande.
Le attività spaziano da corsi come l’MSc in Medical Humanities a seminari su Illness Narrative, Health and the Arts o Philosophy of Care. Il centro ospita conferenze internazionali, workshop e progetti artistici, tra cui la conferenza A Narrative Future for HealthCare (2013), organizzata con la Columbia University, punto di riferimento europeo per la medicina narrativa. Il CHH partecipa anche a iniziative come il Creative Well-being Lab, che unisce artisti e psicologi per esplorare arte, salute mentale e comunità inclusive.
La ricerca come cura collettiva
Oltre alla didattica, il CHH promuove ricerca sui temi della disabilità, della storia culturale delle diagnosi psichiatriche, del significato di salute e benessere e della sofferenza come esperienza narrativa. I progetti si muovono tra accademia e vita vissuta, teoria e pratica. Per Hurwitz e Vickers, le humanities non sono un lusso: restituiscono complessità all’esperienza del vivere e dell’ammalarsi, dando spessore al tempo dell’ascolto e alla fragilità del linguaggio medico.
Un modello per ripensare la formazione sanitaria
In un’epoca di medicina standardizzata e veloce, il King’s College offre un modello alternativo: formazione che unisce scienza e sensibilità, tecnica e immaginazione, diagnosi e racconto. La cura viene insegnata anche attraverso letteratura, cinema, arte e filosofia, mostrando che la medicina non è solo scienza esatta, ma una forma di empatia organizzata. Le medical humanities diventano così un atto politico e poetico: politico, perché restituiscono centralità al paziente; poetico, perché ogni gesto di cura è una narrazione condivisa.
La cura come racconto umano
Il lavoro di Hurwitz e Vickers, autentici punti di riferimento europei nella medicina narrativa, ricorda che la medicina è prima di tutto linguaggio: un dialogo tra chi soffre e chi ascolta. Attraverso il CHH, hanno trasformato questa intuizione in pratica educativa e di ricerca, formando medici e studiosi più consapevoli, riflessivi e umani.
Nel silenzio di una biblioteca affacciata sul fiume, tra libri di filosofia e cartelle cliniche, il messaggio del Centre for the Humanities and Health del King’s College London rimane chiaro: la cura non è solo guarire, ma anche raccontare e ascoltare insieme, valorizzando l’esperienza soggettiva.
