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Come cambia la lettura durante una pandemia

Come notano Abigail Boucher, Chloe Harrison e Marcello Giovanelli in un articolo su The Conversation, le abitudini di lettura e le preferenze di genere letterario possono cambiare durante i momenti di forte stress: questo anche perché, nei libri, tendiamo a cercare conforto, riflessioni, sollievo. D’altra parte, molta narrativa di genere ha radice in tempi di significativi cambiamenti o sconvolgimenti a livello sociale, politico ed economico.

Diverse sono state le riflessioni sui modelli di consumo dei media nella prima parte della pandemia. Come proseguono gli autori, i libri che trattano di isolamento – letterale o metaforico – sono stati quelli più acquistati: pensiamo a The Bell Jar di Sylvia Plath, o Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez; così come i libri che richiamano sconvolgimenti simili – il Decamerone, la Peste di Albert Camus, fino ad arrivare al genere horror con The Stand di Stephen King.

Gli autori hanno dunque messo in campo una survey per capire l’evoluzione delle tendenze e abitudini di lettura tra il pubblico del Regno Unito, andando a indagare quante persone hanno letto (anche molti amanti dei libri hanno avuto difficoltà a leggere durante il lockdown), che cosa hanno letto e quante persone hanno letto libri letti in precedenza.

Gli intervistati riferiscono che hanno letto più del solito, anche se con un problema di quantità rispetto alla qualità: l’incapacità a concentrarsi ha fatto sì che si passasse più tempo a leggere, ma si leggesse meno. I temi inerenti l’isolamento e le pandemie sono andati per la maggiore solo all’inizio della pandemia; in generale, gli intervistati hanno dichiarato di aver cercato di esplorare cose che normalmente non avevano il tempo o il desiderio di leggere, ed è interessante notare che per alcuni è stato confortante rileggere libri già letti, sia per questioni di contingenza (come l’impossibilità di andare in libreria, o la necessità di risparmiare) che di conforto di qualcosa di noto.

Sicuramente la lettura ha offerto una consolazione, un rifugio a molte persone. In un suo saggio pubblicato sul New York Times, Coronavirus Notebook: finding solace, and connection, in classic books, Michiko Kakutani riflette su come, in questo momento di crisi, ci venga ricordato che la letteratura fornisca non solo empatia, ma anche una prospettiva storica: rompe il nostro isolamento riconnettendoci con le parole di chi ha vissuto esperienze simili, in altri tempi, evocando i nostri incubi o spingendoci a vedere le esperienze che abbiamo in comune con altre persone. Come prosegue Kakutani:

Writers, chronicling the plagues that repeatedly afflicted London in the 17th century, remarked on the silence that descended upon the city (Pepys noted in a letter that “little noise” was to be heard “day or night but tolling of bells” for burials); the shuttering of businesses, theater and sport events; and nervous efforts to use weekly death counts to try to ascertain whether the disease curve was flattening or ascending. Quacks peddled “antipestilential pills” and an “incomparable drink against the plague, never found out before,” and then, as now, the wealthy fled to country homes to escape the plague-ridden city streets, while the poor had no choice but to continue working there in low-paying, high-risk jobs. Boccaccio’s “Decameron” — a series of fictional tales recounted by characters who have fled Florence to escape the Black Plague, which decimated the city in 1348 (killing, it’s been estimated, half the population) — provides what is now a sadly familiar account of “the deadly havoc” a pandemic can leave in its wake, as well as an appreciation of the consolations of storytelling, and the human capacity for recovery and renewal.

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Laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Specializzata nel campo dell’antropologia medica, ha condotto attività di formazione a docenti, ingegneri e medici operanti in contesti sia extra-europei che cosiddetti “multiculturali”. Ha partecipato a diversi seminari e conferenze, a livello nazionale e internazionale. Ha lavorato nel campo delle migrazioni e della child protection, focalizzandosi in particolare sulla documentazione delle torture e l’accesso alla protezione internazionale, svolgendo altresì attività di advocacy in ambito sanitario e di ricerca sull’accesso alle cure delle persone migranti irregolari affette da tubercolosi. Presso l’Area Sanità di Fondazione ISTUD si occupa di ricerca, scientific editing e medical writing.

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