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La Chart of Humanities: i pilastri del modello bio-psico-socio-spirituale per umanizzare l’isolamento e la cura ai tempi del COVID-19

Conosciamo bene la definizione di salute data dall’Organizzazione Mondiale della Salute: completo stato di benessere fisico, psichico e sociale e non solo assenza di malattia. Questa definizione è utopica, come scritto su molti testi, in quanto nega quella che è la natura dell’essere umano sottoposto a leggi abbastanza precise: nascere, crescere, essere adulti, invecchiare e morire.

Non solo, ora stiamo attraversando la pandemia del COVID- 19. Pertanto, forse a molti di noi non verrà data nemmeno la possibilità di invecchiare. Più che sulla salute (termine che deriva dal latino salvus, salvo, mai così attuale come ora) è interessante porre l’attenzione al significato che diamo a una sua concezione più profonda, il fluire della nostra esistenza: ed ecco che, accanto alle tre componenti classiche della definizione di salute – corporea, mentale e sociale – se ne aggiunge una quarta, quella spirituale-esistenziale.

Accanto a questioni legate alla spiritualità e alla sua pratica, al senso di stupore e meraviglia e al centrarsi in equilibrio con una consapevolezza di quanto accade dentro e fuori da sé (traduzione della parola spesso abusata mindfulness), c’è una variabile di importanza straordinaria: la costruzione del significato, il meaning making, che può spiegare perché compiamo alcune scelte, perché accettiamo o rifiutiamo quanto ci accade e come tutto questo si riverberi sul nostro insieme fisico e psichico.

La nostra mente, nella maggior parte dei casi, è per sua natura “narrativa”, volta cioè alla ricerca di un significato: opera alla scoperta di relazioni causa-effetto. La parola “perché” appartiene alle sessantaquattro parole universali di significato del linguaggio umano (Goddard e Wierzbicka 2014): questo significa che in tutte le popolazioni del mondo questa parola esiste come prova della nostra programmazione cognitiva e logica a cercare il significato di fatti ed eventi, ovunque essi accadano. Vediamo quanti perché stiamo cercando di dare alla parola COVID-19: dal salto biologico, alla fuga dal laboratorio del virus, alle teorie del complotto, indipendentemente dalla effettiva verità biologica, coesistono anche altre forse di pensiero.  E ancora osserviamo gli apologeti del COVID-19 che scrivono di minori consumi, minore inquinamento, ritmi più lenti, persone ravvicinate, dove l’Homo Sapiens è un po’ meno al centro dell’attenzione: il virus diventa quasi un amico. Senza giudicare, questi sono i valori esistenziali di chi pensa così. Altri pensano che il virus sia il nemico invisibile da combattere con tutto il nostro sapere, che stia portando danni colossali perché spessa vite umane sia in senso fisico (le uccide) e sia in senso metaforico (spezza progetti, piani e sogni). Altri valori dentro questa visione: non c’è giusto o sbagliato. Poi ci sono gli equilibristi che cercano di unire le visioni opposte, facendo una mirabolante operazione di alchimia.

E comunque il significato che comporta lo scopo, al progetto di vita, anche confinati in casa. O precettati nelle mura dell’ospedale.

Senza significato si è nel caos, in balia degli eventi, tra cui anche la possibile malattia, o evento traumatico, come l’isolamento forzato che irrompe a incrinare il precedente equilibrio di salute. È attraverso l’attribuzione di significato che diventiamo resilienti e progettuali (Marini 2018).

Si fanno passi in avanti con uno scopo, che può essere quello più antico, connaturato alla nostra essenza; ma il fluire dinamico – perché la vita scorre, come tutto scorre, πάντα ρει – porta anche a cambiare il fine di quello che pensiamo, viviamo e sentiamo. Anche “cambiare” è una parola dal significato universale, a indicare la necessità del dinamismo: è impossibile stare fermi, immobili, perché le cose mutano come noi mutiamo in ogni istante: non ci possiamo bagnare mai nella stessa acqua del fiume (sempre Erodoto), e questo ora vale per le nostre docce o vasche da bagno.

Andiamo avanti e vicino a significato, azzardiamo una parola quasi faticosa da pronunciare e scrivere, forse perché così bella da essere quasi un tabù: felicità. Partiamo da dove si fonda la nostra cultura, dal pensiero greco antico e in particolare da Erodoto, il filosofo del πάντα ρει, è anche il primo a coniare il termine eudaimonia, essere abitati da un buon demone. Cosa c’entra il demone? Ce lo spiega meglio Aristotele, e Carl Gustav Jung lo riprenderà nella sua psicoanalisi: il buon demone è quello che ci aiuta a trovare scopo e significato nella nostra esistenza. Non è facile trovarlo: seguendo il pensiero di Aristotele, di Jung e di un’altra eccellenza psicoanalitica, James Hillman, il buon demone si nasconde dietro ai continui bombardamenti e stimoli quotidiani, manipolazioni, labirinti di condizionamenti imposti da noi stessi perché mutuati da altri. Ed è difficilissimo trovarlo, mentre traumatizzati assistiamo ai numeri dolorosi delle vittime (l’OMS ha chiesto di non chiamarle vittime, ma io mentre scrivo non riesco a usare altro termine), agli stati colpiti, alle differenze palesi tra chi ha uno stato assistenzialista e chi invece vive in un sistema senza welfare

Eppure, il demone si fa sentire, e potremmo tradurlo con un termine un po’ più contemporaneo e di dimensione cristiana, il Talento. Solo se seguiamo il nostro Talento potremo auspicare all’eudaimonia, perché la nostra vita possa ritrovare un suo scopo anche chiusi dentro le mura di una casa.

Ho conosciuto e raccolto le narrazioni di persone disabili che vivono nell’impossibilità quasi completa di muovere il proprio corpo che hanno conquistato più eudaimonia di tanti individui normodotati: sembra un paradosso. La domanda “Perché a me questa malattia?” se la sono posta tutti, ma sono state le risposte di allora e di ora quelle che fanno la differenza. Se ci si muove dal senso di colpa proprio o assegnato ad altri per entrare in una dimensione più esplorativa, Cosa posso imparare da questa nuova condizione?, ecco che cambia la percezione. Su due aspetti fondamentali è quasi impossibile fare sconti: il primo è la gestione del grande dolore fisico, che se presente altera realmente le capacità di reazione, e la seconda il non essere lasciati soli, ma di essere accompagnati.

E noi cosa possiamo fare nostro e imparare da questa situazione di isolamento forzato mentre fuori impazza l’epidemia?

Ecco che forse ci viene in aiuto il modello biologico, afferente al corpo e alla corporeità, psicologico, afferente a emozioni e sentimenti tutti (e non stupiamoci se mutiamo d’umore più del solito in questo tempo di incertezza), sociale (le relazioni che ho, ora da coltivare a distanza, quanto sono belle, quanto posso fare per renderle piacevoli, e da chi invece meglio proteggersi? Dai social quando le persone “sclerano” sicuramente). E poi la parte spirituale: molto la confondono con la religione, ma non è questo; sono i nostri valori, le nostre priorità, il nostro avere uno scopo comunque e a prescindere dalla situazione contingente, la speranza, lo spazio interiore per riflettere, meditare e creare.

Così preziosa è la salute che diciamo “salute” alle persone, augurando loro di star bene (magari fino a un paio di mesi fa senza porre attenzione a questa parola); in inglese il termine heal (guarire) ha a che fare con la radice holy (sacro). La stessa parola whole (tutto) è legata a heal; e ancora, wealth (benessere) è anch’esso legato a health.

Insomma, la salute è una ricchezza, un dono e come tale va preservato, anche se in questo momento isolati: qui le voci in prima persona di esperti delle Humanities for Health che ci hanno lasciato la loro testimonianza dei loro pilastri guida ai tempi del COVID-19.

Una danza di mente ed emozioni, di Stephen Legari

Rendere più profonda la relazione con la Terra, di June Boyce-Tillman

Riscoprire le relazioni e la musica, di Neil Vickers

Usare il nostro tempo per guardare in profondità, di Jonathan McFarland

Distanti fisicamente, ma molto più vicini socialmente, di Giskin Day

Diamo a noi stessi l’opportunità di “essere” e non solo di “fare”, di Susana Magalhães

Il desiderio di tornare a essere fisicamente presenti l’uno per l’altro, di Carol-Ann Farkas

Di seguito, i miei pilastri-guida secondo il modello bio-psico-socio-spirituale, prima per il contesto domestico e poi per quello ospedaliero.

Contesto domestico – Modello biologico

Cercate di mantenere il bioritmo che il vostro corpo desidera: è normale che nel tempo dei cambiamenti e del dolore, il corpo possa reagire in modo eccessivo, quindi è fondamentale per realizzare il bisogno di riposo corporeo. Fate yoga per concentrarvi sul respiro: nell’ansia e nel tempo della paura, il respiro si accorcia e i muscoli sono tesi, quindi è importante fare pratica quotidiana per rilassare il corpo e prolungare il respiro, anche per aumentare la capacità vitale.

Modello psicologico

Rimanete aggiornati solo in determinati momenti della giornata dai canali sociali e televisivi. L’infodemia è terribile, e sta creando dipendenza… L’autocontrollo dell’uso dei social network è importante per il nostro benessere mentale. Rimanete razionali, quando qualcun altro è nel panico, empatizzate comunque con l’empatia cognitiva razionale. E riconoscete come possibili le fluttuazioni dell’umore di una persona. È razionale, la situazione è totalmente cambiata. Siate in contatto con gli altri, soprattutto con le persone vulnerabili (ma proteggetevi). Lasciate le chiacchiere dove c’è troppa rabbia (un giorno di rabbia è permesso, ma tenetevi lontani dalla continua lotta – non è il momento giusto, e non è umano in questo momento in cui dobbiamo diffondere Humanitas). Cercate di negoziare e di raffreddare i conflitti. Preparate l’eredità… In tutti i sensi.

Modello sociale

Quando andate a fare la spesa, proteggetevi molto bene con quello che avete, mantenete la distanza di due metri, ma cercate di essere gentili con le persone che incontrate anche nei gesti del corpo. Se vedete persone troppo vicine, dite loro che è per la loro salvaguardia che dovrebbero essere più distanti e per la salvaguardia degli altri. Ma niente grida e urla.

Modello spirituale

Date priorità alla vostra vita. Abbiamo vissuto fino ad ora in una parola accelerata e questo è il momento di ripensare le priorità e i valori. Fate un piano per la propria vita sia per la permanenza a casa, sia per la fine della pandemia. Godetevi le piccole cose quotidiane, fate spazio a voi stessi per meditare, scrivere, leggere, pregare… Fate ciò che ci piace: ballare, cantare… Anche – per le donne – portare il tacco alto e il rossetto in casa…

Contesto ospedaliero – Modello biologico

Lascio ai possibili medici la risposta, ma naturalmente l’anestesia e la sedazione, come detto, è la migliore forma di umanizzazione. Pensate a cosa volete fare del vostro corpo, se volete essere sottoposti a una procedura o meno…

Modello psicologico

Fissate il tipo di comportamento, se le condizioni non sono così critiche, che vogliamo avere con il personale sanitario. Sono razionalmente i nostri eroi. Se le condizioni non sono così critiche, pensate a come potete calmarvi in un ambiente così critico e stressante.

Modello sociale

Portate con voi, se consentito, un tablet (prepararlo in anticipo), o un cellulare che si può lasciare in ospedale: questo sarà il modo per rimanere in contatto con la persona amata, soprattutto al momento del risveglio.
Solo non significa solitario. Ci sentiamo troppo soli, ma non necessariamente siamo soli: si può sopportare questo momento in ospedale da soli, e pensare che dietro le maschere protettive, i guanti e i vestiti di copertura ci sono esseri umani che ti aiutano e si prendono cura di te.

Modello spirituale

Prepariamoci secondo i nostri valori e le nostre convinzioni. Può succedere di tutto. Pensate alle prossime generazioni. Pensate a un’umanità migliore. Pensate che uno ha fatto grandi cose su questa terra, amare, essere amato.

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Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

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