Nel leggere il libro *Un’altra pratica della cura. Tra due sponde* di Sandro Spinsanti si intraprende un breve ma intenso viaggio colto, leggero e denso di ironia su alcuni luoghi comuni del mondo sanitario e del mondo dei pazienti e dei caregiver.

Sulla sponda dei medici e del volontariato, che si basa sul filantropismo, ci si chiede: quanto possiamo essere filantropici senza un riscontro di gratitudine, senza che l’altro ci veda, per dirla con Paul Ricœur, senza cadere nell’eccesso opposto, della sola volontà di denaro, diventando le macchine mangia-soldi della chirurgia estetica?
È bello leggere le righe in cui si diventa più buoni, perché si impara che basta anche un buon odore di brioche calda per essere più generosi quando un mendicante chiede la carità, come racconta il filosofo Ruwen Ogien nel libro *Del profumo dei croissants caldi e delle sue conseguenze sulla bontà umana*. E così scopriamo che la percezione estetica è fondamentale per abbellire le persone, rendendole più gentili, mentre quindi i luoghi privi di piacevolezza imbruttiscono.
Spinsanti – un po’ alla maniera di Howard Gardner, che parla di intelligenze al plurale – non parla di una singola postura del medico, ma ci presenta cinque diverse posture del professionista sanitario. Del resto, come le persone intelligenti non si fermano al singolare, Spinsanti non si ferma allo stereotipo dell’unica postura.
Tra queste posture troviamo la postura scientista, il/la fan della Evidence Based Medicine che la considera piena di certezze assolute e non di probabilità; la postura vitalistica, quella di chi vuole tenere in vita un paziente a tutti i costi – come racconta Marco Venturino nel romanzo *Cosa sognano i pesci rossi* – perché non si può fallire, non si può perdere un paziente; la postura filantropica, su cui si sofferma parlando del medico “umano”, distinto dal medico professionale – ma non è umano anche il medico professionale?; e infine la postura conversazionale, quella narrativa, dove si bilanciano i diversi aspetti, forse volutamente caricaturali, descritti sopra.
Ci parla anche di comitato etico e dice che è stata inappropriata la traduzione dall’inglese ethics committee, che in realtà significa comitato per l’etica. Dire “comitato etico” significa quasi formulare il fatto che il comitato si comporterà bene a prescindere.
Aggiungo una postilla: Spinsanti parla di comitato etico nelle scelte di fine vita, ma desidero introdurre anche il tema di quando un comitato etico è chiamato a valutare studi di medicina narrativa e non desidera chiamarli studi osservazionali. Ma se l’osservazione è il primo elemento della medicina narrativa, possiamo dedurre che ancora c’è poca consapevolezza della medicina narrativa in un comitato etico. Forse questo accade perché prevale la postura dell’EBM, con protocolli clinici standardizzati. Ma quanto è standardizzabile l’essere umano?
Sull’altra sponda ci sono i pazienti e i caregiver. Qui la denuncia sociale è forte: Spinsanti ci ricorda quante persone devono abbandonare la realizzazione del proprio sé per accompagnare il proprio caro, e quanto questo possa diventare un peso enorme nella vita delle famiglie. La cronicità ha portato meravigliose sorti e progressive, ma ha anche palesato i limiti del carico della quantità di vita.
Se Enea, l’eroe della pietas, era giovane e teneva sulle spalle un anziano che avrà avuto forse cinquant’anni e per mano un bambino, oggi invece sono sessantenni che tengono sulle spalle genitori novantenni, con figli grandi, e magari fanno anche da caregiver per i loro nipoti. La pietas ha dei confini nei non eroi.
E per il paziente? Interessante la classificazione delle diverse posizioni rispetto alla malattia, perché aggiunge, oltre al misery report, la tensione verso la normalizzazione, il risarcimento della salute perduta, quella che Arthur W. Frank aveva chiamato narrazione di restitution. E poi la manutenzione: data la malattia cronica, so che dovrò conviverci, e solo sapendo che sono responsabile della manutenzione mi cimento poi a cercare la Grande Salute di Friedrich Nietzsche, che si basa sulla salute esistenziale, la quest, per dirla ancora con Frank: la ricerca.
Tutto questo inserendo anche l’arte di sorridere e ridere, di non prendersi troppo sul serio, perché altrimenti siamo a corto di endorfine e quindi di energia. E sorrido pensando all’associazione che è nata in me quando ho letto Tra le due sponde: è riecheggiata la canzone dedicata al nostro fiume della resistenza che passa tra le amate sponde.
Grazie ancora a Sandro Spinsanti per questo saggio di vita.
