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Architettura e natura come medicina

Ospedale pediatrico MayerI greci non scindevano il concetto del bello kalos a quello del buono agathos: la bellezza comportava la bontà interiore, viceversa il valore di una persona emanava fascino. Etica ed estetica si fondono, e non possono rimanere disgiunte in quella che veniva chiamata kalokagathia, l’ideale dell’evoluzione della persona umana.

La bellezza di cui desideriamo parlare non è solo quella delle persone che ci circondano, ma anche degli spazi architettonici, della natura, dell’ambiente con cui interagiamo continuamente. In una sua pubblicazione sul Scientific American, “How Room Designs Affect your Work and Mood, Emily Anthes riporta che nel 1950 Jonas Salk, medico e biologo pluripremiato, stava lavorando per cercare una cura per la polio in un laboratorio sotterraneo di Pittsburgh. I progressi erano lenti, così per lavare il cervello Salk decise di viaggiare fino ad Assisi, dove prese alloggio in un monastero del tredicesimo secolo. Improvvisamente Salk aveva aperto nuovi punti di vista, e tra questi aveva incluso quello che con successo l’avrebbe portato al suo vaccino contro la polio. Salk riportò che era convinto di aver tratto l’ispirazione dalla sua vita contemplativa: arrivò a credere che l’architettura potesse influenzare così tanto la mente che fece squadra con l’architetto Louis Kahn per costruire il Salk Institute a La Jolla, una struttura scientifica che avrebbe stimolato l’innovazione e la creatività.

Molte sono le voci pubblicate nella letteratura scientifica che hanno studiato gli effetti di spazi, colori, musiche nei luoghi di lavoro, e ora iniziano anche le ricerche che i pazienti guariscono prima e in modo più efficace se i luoghi di cura sono belli. D’altra parte, stiamo parlando di una rivoluzione: pensiamo alle fabbriche, che poi si sono trasformate in alienanti openspace e che invece ora cercano architetture sempre più morbide e inserite nel paesaggio. Se volgiamo il nostro sguardo agli ospedali, sappiamo che in Italia gran parte delle strutture sono state costruite alla fine del XIX secolo (e queste, a parte la disfunzionalità, conservano comunque un certo stile), e che le più antiestetiche risalgono alla cementificazione selvaggia degli anni Sessanta e Settanta, la moda del monoblocco. Astronavi extraterrestri come l’Enterprise per ricoverare pazienti in un luogo alieno. Giardini interni vietati, corridoi lunghissimi, colore bianco alle pareti e infissi di alluminio.

Ma cambia il tempo, e quindi cambiano le narrazioni degli spazi anche nei luoghi di cura: e vorrei dedicare le prossime parole all’Ospedale Pediatrico Meyer, a Firenze, un’armonia tra natura e architettura così bella da diventare un modello per il mondo intero. Prima di illustrare il Meyer – e per chi si occupa di sanità un tour guidato è veramente formazione di qualità – desidero soffermarmi ancora sulle scoperte scientifiche che hanno portato Salk a scoprire come sviluppare un buon vaccino per la polio in un convento in Italia e non nel suo sotterraneo. Perché ci si cura più velocemente in un ambiente esteticamente curato? Perché il pensiero è più libero?

Entrano in gioco gli studi di scienziati italiani, l’équipe del prof. Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma, quella che ha scoperto l’esistenza dei “neuroni specchio”: una popolazione di neuroni visivo-motori individuati nei primati, in alcuni uccelli e nell’uomo. L’attivazione di questi neuroni avviene sia durante l’esecuzione di azioni sia durante l’osservazione delle stesse azioni compiute da altri. Nell’osservatore quindi si assiste ad un fenomeno di “rispecchiamento neuronale” del comportamento dell’osservato, come se, in altre parole, il primo stesse compiendo le azioni effettuate dal secondo.

Il fisico, matematico ed epistemologo Henri Poincaré già nel 1913 sosteneva che le coordinate spaziali intorno al nostro corpo e quindi il nostro rapporto con gli oggetti e le persone che ci circondano coinvolgevano le parti fondamentali del nostro sistema nervoso, per cui il coordinamento con il nostro “esterno” non sarebbe una conquista dell’individuo, ma della specie.

Quello che è più noto è che i neuroni a specchio sono stati localizzati vicino all’area di Broca e quindi hanno a che fare con il linguaggio: si pensa che la capacità di parlare si sia evoluta tramite l’informazione trasmessa con le prestazioni gestuali, e che infine il sistema specchio sia stato capace di comprendere e codificare/decodificare. Ormai è certo che tale sistema ha il potenziale necessario per fornire un meccanismo di comprensione delle azioni e per l’apprendimento attraverso l’imitazione e la simulazione del comportamento altrui. In questo senso è opportuno ribadire che il riconoscimento non avviene solo a livello motorio, ma con il riconoscimento vero e proprio dell’azione, intesa come evento biofisico.

Ma in questa foresta di cento miliardi di neuroni non c’entra solo l’importanza delle parole, del linguaggio narrato: i neuroscienziati di Parma hanno individuato che in questa foresta ci sono delle piante particolari che si attivano nell’osservazione del comportamento degli altri. Se innaffiate da acqua pulita, cioè da gesti positivi o dal bello, i neuroni specchio attivano comportamenti positivi. Ecco la relazione tra neuroni, bellezza, arte e benessere. È Rizzolatti che parla: “Per illuminare il rapporto tra neuroni specchio e arte, grazie anche al generoso contributo iniziale di giapponesi, noi abbiamo fatto degli esperimenti sulle sculture. Abbiamo preso delle opere d’arte classiche greche e con un algoritmo che ci hanno prestato alcuni ingegneri le abbiamo lievemente modificate allungando o accorciando le loro equilibrate misure. Le abbiamo poi fatte vedere ai soggetti presi in esame, e abbiamo guardato che cosa succedeva nel loro cervello utilizzando la risonanza magnetica funzionale. Abbiamo dimostrato così che nel cervello umano esiste una sincronia fra azione e osservazione. Innanzitutto le opere greche originarie attivano il cervello molto più di quelle modificate, ma la cosa più interessante è che attivano quelle aree emozionali dove ci sono i neuroni specchio dell’empatia (dal greco: sentire dentro). Quindi il meccanismo che hanno inventato questi scultori greci non è solo di attivare la corteccia cerebrale e di ‘incendiare’ i circuiti nervosi mettendo in moto migliaia di funzioni, ma anche di colpire i centri emozionali: cioè l’artista bravo riesce in qualche modo, con la sua opera d’arte, a muovere i centri emozionali. In definitiva l’arte rende più forte l’empatia di chi la guarda, può mettere in moto processi imitativi e quindi la bellezza genera altra bellezza”.

I greci non sapevano nulla sui neuroni a specchio, ma avevano scoperto la sezione aurea, quel sistema di proporzioni che governa il mondo e che ritroviamo nelle valve delle conchiglie, nei capitelli ionici, e nella figura umana nella distanza che c’è tra la nostra testa e l’ombelico e l’ombelico e i nostri piedi. Pensiamo al Discobolo di Mirone, alla Venere di Botticelli. Quando siamo di fronte a queste proporzioni noi ci tranquillizziamo, ci sentiamo straordinariamente accolti dalla figura che stiamo osservando: siamo quindi in empatia – in condivisione – con l’ambiente. Ecco che si fa vera anche la ricerca del fisico Poincarè.

E se abbiamo sempre bisogno di armonia, di bellezza e di parole narrate gentili, questo diventa ancora più vero quando siamo malati: e pensiamo ai bimbi ammalati. Se ci si ammala nelle scuole poco luminose, dai muri in bianca monotonia con le luci al neon, pensiamo agli ospedali, dove arrivano bimbi e genitori con una sola richiesta o speranza: la cura, che nella maggior parte dei casi è possibile, ma in altri, rarissimi, purtroppo non lo è.

Lascio la parola agli architetti: il concetto di “architettura terapeutica”, mutuato dall’evidence-based design, guida il progetto fin dall’ingresso in ospedale, che costituisce il primo fattore stressogeno dell’ospedalizzazione. Al Meyer, Ospedale pediatrico Mayerla pergola vetrata che progressivamente conduce all’interno dell’ospedale si snoda nel parco che, come un vero e proprio giardino di cura, concorre al benessere psicologico dei piccoli pazienti e dei loro familiari. Un rassicurante percorso nel verde conduce allo spettacolare atrio di ingresso che costituisce una logica conseguenza del valore progettuale conferito al contatto con la Natura circostante. L’atrio è in effetti una innovativa “serra bioclimatica” che rappresenta un eccellente esempio di BIPV (Building Integrated Photovoltaic) che trasforma la sostenibilità in un linguaggio di materiali, luce e colori. La fuga dei pilastri in legno lamellare crea un’atmosfera fantastica: le loro colonne alte e slanciate sono un chiaro riferimento al fusto degli alberi della vegetazione esterna di cui costituiscono una ideale prosecuzione; mentre gli archi ricordano le costole della grande balena della fiaba di Pinocchio, di cui troviamo riferimenti nel design di altri oggetti e tecnologie che connotano gli interni dei reparti dell’ospedale (Anshen and Allen San Francisco).

Queste le parole degli architetti: io lascio alle immagini che ho potuto raccogliere la narrazione di questo ospedale pubblico, e questo deve essere sottolineato, dove ho incontrato professionisti straordinari e pieni di energia e di senso di orgoglio: io lavoro al Meyer, e una tale forma di autorealizzazione è stato uno spicchio di primavera in una sanità che deve difendersi dall’ignoranza e dai tagli con le unghie e con i denti. Dunque la bellezza esiste anche in un ospedale pubblico.

Ospedale pediatrico MayerI bambini, appena possono alzarsi dai letti, hanno enormi spazi in ludoteca, in libreria, nell’orto dove poter giocare: i volontari sono tanti – essere volontario al Meyer è un fiore all’occhiello – e la scuola arriva in ospedale in modo che i piccoli non perdano la possibilità di essere al passo con gli altri. Gli orari sono accessibili in qualsiasi momento ai genitori, non c’è coprifuoco. E l’ultima collaborazione con la Fondazione Collodi ha fatto del Meyer una straordinaria esposizione artistica su Pinocchio. Gli artisti sono chiamati a illustrare la narrazione di una delle fiabe più conosciute al mondo, e nei corridoi dei reparti si snodano sculture, tele e fotografie che ritraggono Geppetto (il medico o il papà?), la Fata Turchina (l’infermiera o dottoressa? “La medicina è amara sai, ma tu lo sai che la berrai”, citando il cantautore Edoardo Bennato), Mangiafuoco (la malattia? “Non si scherza, non è un gioco, sta arrivando Mangiafuoco, lui comanda e muove i fili, fa ballare i burattini”), il ventre della balena che non mette più paura, ma è un luogo talmente luminoso da mettere gioia e allegria. Per poi crescere e diventare un ragazzino, ma senza fili – via i fili delle flebo, via i fili dell’ecocardiogramma, via gli aghi, via si esce… “E quando sarai grande saprai, saprai perché”. Forse la scienza non arriverà a dirti perché, o magari ti parlerà di un altra sottospecie di neuroni a specchio, ma la Medicina Narrativa, quella che è sempre alla ricerca di un significato in una storia che ci raccontiamo per capire perché ci accade una cosa – ecco, quella Medicina Narrativa ti potrà aiutare e lo sta già facendo.

Per ora so che sei in “un‘isola che c’è” per fortuna, parafrasando ancora Bennato. Sì, è un’isola bella anche nella sofferenza. Una U-topia realizzata.

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Epidemiologa e counselor - 30 anni di esperienza professionale nel settore Health Care. Studi classici e Art Therapist Coach, specialità in Farmacologia, laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche. Ha sviluppato i primi anni della sua carriera presso aziende multinazionali in contesti internazionali, ha lavorato nella ricerca medica e successivamente si è occupata di consulenza organizzativa e sociale e formazione nell’Health Care. Fa parte del Board della Società Italiana di Medicina Narrativa, Insegna all'Università La Sapienza a Roma, Medicina narrativa e insegna Medical Humanities in diverse università nazionali e internazionali. Ha messo a punto una metodologia innovativa e scientifica per effettuare la medicina narrativa. Nel 2016 è Revisore per la World Health Organization per i metodi narrativi nella Sanità Pubblica. E’ autore del volume “Narrative medicine: Bridging the gap between Evidence Based care and Medical Humanities” per Springer nel 2018 e di "The languages of care in narrative medicine" del 2018, e di pubblicazioni internazionali sulla Medicina Narrativa. E’ conferenziere in diversi contesti nazionali e internazionali.

One thought on “Architettura e natura come medicina

  1. Ottimo articolo lo trovo veramnete interessante, senza dubbio per il ruolo dell’architettura in espansione anche nel campo della medicina

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