UN ANNO DELLA CURA: INTERVISTA AL DR. MASSIMO CASTOLDI

Direttore Sanitario Humanitas Gavazzeni e Castelli, Bergamo

EV: Alla luce dell’emergenza sanitaria legata al COVID-19 e di quanto sappiamo sia stato duramente interessato il territorio in cui opera la Sua struttura, quali pensa siano stati gli aspetti della salute e degli stili di vita di professionisti ed operatori socio-sanitari più difficilmente gestibili nel corso del precedente anno?

MC: Per quanto riguarda gli aspetti della salute, voglio concentrarmi principalmente su quello che ad un ospedale ed a un Direttore Sanitario tocca come tutela della salute dei professionisti e degli operatori della salute. Questo perché il paradigma, nel corso dell’epidemia del Covid-19 è stato completamente modificato. In una prima fase, è stato indispensabile modificare gli strumenti di protezione del personale. Abbiamo quindi introdotto in tutti i reparti un livello di protezione maggiore con mascherine, guanti, utilizzo di sistemi di sanificazione, di idrogenico alcolico per la sanificazione delle mani il più frequente possibile in tutti i reparti ed ambulatori. Inoltre, abbiamo introdotto standard di protezione più alti in tutti i reparti cosiddetti “grigi” ossia quei reparti nei quali non avevamo la certezza che il paziente che avevamo con noi, che poteva essere un paziente con Covid-19 oppure no. Un esempio tipico è rappresentato dai Poliambulatori dove, non potendo effettuare test diagnostici per il Covid-19 all’accesso quotidiano di ogni paziente, abbiamo innalzato il livello di protezione. Il più importante è stato, nei reparti Covid, l’utilizzo di maschere, tute, visiere, doppio guanto, cioè di tutte quelle procedure e dispositivi di protezione individuale che hanno ancor più elevato il livello di tutela della salute. Ovviamente, tutto questo si è accompagnato, nel corso di tutto l’anno, dalla campagna di sensibilizzazione delle persone al corretto comportamento ed uso dei dispositivi di protezione individuale. Per esempio, anche negli uffici amministrativi, l’uso di apposite barriere di protezione in mensa, la riduzione di punti di aggregazione spontanei quali quelli vicini alle macchinette del caffè, l’introduzione di divisori anche al bar per impedire il trasferimento del virus per via aerea. Uno dei problemi di questa campagna di sensibilizzazione è che, nel corso dell’anno, l’attenzione dei nostri comportamenti individuali ha rischiato più volte di affievolirsi, motivo per cui questa campagna ha necessitato di essere rinnovata. Un conto è gestire la prima ondata, cioè l’impatto violento e allora tutti ci siamo allertati. Un conto è gestire nel prosieguo della quotidianità le varianti non del Covid-19, ma introdurre le varianti dovute al Covid, che ha imposto un cambiamento del paradigma. Questo ha portato cambiamento dello stile di vita dei professionisti. Questo ha portato alcuni professionisti a cambiare lo stile di vita all’interno delle proprie famiglie: nella prima ondata, molti si sono isolati nelle loro case, molti hanno mandato i figli dai suoceri, molti hanno mandato la famiglia intera nella seconda casa, potendolo fare. 

EV: Quali strategie e metodi avete adottato durante il corso del precedente anno per poter tutelare e preservare la salute fisica, psicologica e sociale dei Vostri professionisti ed operatori socio-sanitari?

MC: Ovviamente, l’impatto è stato uguale per tutti, chi più chi meno. Abbiamo per esempio introdotto lo smart working. Laddove non indispensabile, per tutti gli uffici amministrativi, di controllo, l’ufficio acquisti, l’ufficio delle risorse umane, lo smart working ha contribuito significativamente alla modifica dei nostri processi. Questo per preservare la salute fisica dei nostri operatori. Abbiamo trasformato l’ospedale in aree rosse, grigie, gialle, rifatto tutti i protocolli e fatto formazione a tutto il personale, perché si adeguasse ai nuovi comportamenti e strumenti, alla vestizione e svestizione per entrare nel reparto Covid-19, come recarsi in mensa, i check-point all’ingresso, tutte le mattine misurare la temperatura, per erigere una barriera di protezione anche all’ingresso dell’ospedale. Dal punto di vista psicologico, abbiamo aperto veri e propri spazi ed agende con gli psicologi per chi, tra il personale, avesse un problema, una vera e propria denuncia della propria insicurezza, paura, ansia che è stata generata, per cui abbiamo aperto uno spazio di consultazione psicologica per poter alleviare lo stress generato dalla pandemia. Abbiamo anche fatto un’analisi di clima all’interno dell’ospedale in tutti i servizi, sia clinici sia amministrativi, fondata sull’analisi del vissuto, dei sentimenti che si sono instaurati e anche della capacità o meno di fare gruppo. Aldilà delle nostre strategie, abbiamo constatato che c’è stato un rinforzo dei rapporti all’interno del gruppo di lavoro. La rete lavorativa, dal punto di vista dell’attenzione agli altri si è molto rafforzata. 

EV: Come preservare la salute dei professionisti e degli operatori socio-sanitari in questo periodo particolare, ancora molto colpito dalla pandemia? Quali progetti e strategie avete in mente per i prossimi mesi ai fini di sostenere e supportare i vostri professionisti ed operatori socio-sanitari?

MC: Innanzitutto, abbiamo modificato pesantemente il nostro piano di sorveglianza. Questo ovviamente sempre nella fase di contenimento del virus. Abbiamo selezionato e analizzato i dati di circa 450 persone, abbiamo ritenuto che lavorino in servizi particolarmente esposti al rischio come i pronti soccorso, la terapia intensiva oppure in reparti particolarmente fragili come la radioterapia e l’oncologia, inserendoli in un piano di sorveglianza con tamponi ogni 14 giorni. Questo perché, da un lato abbiamo la necessità di mettere al sicuro i reparti cosiddetti fragili e dall’altro per far capire ai nostri operatori quanto ci teniamo alla loro salute: anche se sei asintomatico, ti monitoriamo, in modo tale che anche tu che lavori in un reparto particolarmente esposto riceva più attenzione. Abbiamo fatto una campagna vaccinale interna, ovviamente appoggiata dal Sistema Sanitario Nazionale, che stiamo proseguendo e grazie alla quale arriveremo a vaccinare tra l’80 e l’85% dei nostri professionisti ed operatori sanitari. E questo è sicuramente importante. Manteniamo aperti questi sistemi di comunicazione e di consulenza psicologica per gli operatori che ne avessero necessità o manifestassero vero e proprio burnout. 

EV: Il burnout costituiva già un importante problema durante il periodo precedente alla pandemia. Secondo Lei, quali possono essere le strategie per mitigarne anche le conseguenze finanziarie?

MC: Questo è un argomento particolarmente importante perché in realtà, secondo me, ci sono due fenomeni da rilevare. Il burnout dovuto al fronteggiare la pandemia nella sua fase più violenta, una vera e propria stanchezza fisica, come turni incrementati, utilizzo dei dispositivi che sì, proteggono, ma aver addosso per 7 ore una tuta ermetica, visiere, mascherine, guanti doppi, il calore che sviluppa il corpo umano, è una situazione, un impatto prevalente della prima ondata…questo si assomma all’impatto psicologico: i decessi numerosissimi, i tamponi, i tantissimi pazienti che ci hanno assorbito praticamente tutto l’ospedale. Noi siamo un ospedale da 220 letti e abbiamo avuto, nel periodo di massimo picco, 250 persone con Covid ricoverate. C’è questo aspetto di rischio di burnout, quello della violenza dell’impatto. Adesso, nella seconda ondata, in questa fase, anche con la vaccinazione, il rischio è quello di avere il logoramento da trincea. Ossia il dover stare sempre all’erta non perché ho una marea, ma perché ho uno stillicidio di casi. Ogni due tre giorni viene un caso, oppure il paziente si positivizza, dove si è positivizzato, il protocollo non tiene, e la gente, così come è stanca di non poter andare a sciare, è anche stanca di dover mantenere questo “staying tuned”, sempre collegati alla tematica della pandemia. Proprio il cambio di paradigma dell’ordinarietà. In questo momento, l’ordinarietà si è trasformata in un’ordinarietà di tutti i pazienti di tutti i giorni che era quella di prima, con l’infarto, con il tumore, con la frattura di femore e su questi devo sormontare una maggior attenzione. Quindi è il cambiamento del lavoro in termini profondi. Nella prima fase, tutti curavano il Covid. Adesso, tutti son tornati a curare anche le altre patologie. E in più c’è il Covid da tenere a bada. Quindi adesso il burnout è quello del logoramento, più che dell’impatto violento. Cambiano gli atteggiamenti e cambiano anche le necessità finanziarie ed economiche. Ci siamo accorti che dobbiamo tentare di aumentare i nostri organici, la loro numerosità non perché ho i 250 letti attivi, ma perché il personale che ieri mi bastava per coprire i 220 pazienti non mi basta più, perché ho questa variabilità, questo aprire e chiudere a fisarmonica i servizi e i reparti. Trasformo un reparto in “Covid” o in “no-Covid”. E’ un fenomeno che logora gli operatori. Fino a 15 giorni fa il mio reparto era di ortopedia, e adesso lo trasformo perché arriva una nuova ondata. Poi torno indietro e questa fluidità del momento porta ad un logoramento diverso. Uno dei sistemi organizzativi è anche quello di aumentare la tenuta del sistema con un incremento delle risorse umane da mettere a disposizione. Cosa che non è facile e di questo si sono accorti tutti. Banalmente, anche le dichiarazioni del mondo politico che mette a disposizione miliardi di euro per il personale sanitario. Ma in realtà non esiste personale sanitario che in questo momento è a casa, salvo gli ultra 70enni in pensione. Tutti gli altri sono già occupati, per cui mettere il più soldi nel sistema non vuol dire aumentare le sue capacità di risposta. Non è vero. A meno che non mi arrivino da altri pesi del mondo, ma è un rincorrere la stessa dinamica, perché il bisogno è aumentato dappertutto. Ci fossero 10.000 medici in più e 20.000 infermieri in più sarebbe diverso. L’altra strategia è comunicativa perché ci rendiamo conto che il logoramento fa sì che si rischi il rilassamento dei comportamenti. Da ultimo, dobbiamo tentare, senza distogliere l’attenzione, di rasserenare, senza far finta di niente. Non è una situazione stabile, né superata. Confidiamo molto che la campagna vaccinale nazionale porti a una svolta, ma ci vorrà qualche mese ancora. Da qui a quel momento dobbiamo fare qualcosa in più. Abbiamo fatto un libro che narri più che coi numeri con il sentire, un libro intervista dei vissuti dei nostri professionisti, infermieri, tecnici ed operatori. E’ un racconto, che pubblicheremo a breve, del nostro anno del Covid-19. Lo mettiamo a disposizione di tutti per mettere nella condizione non di dimenticare, che tanto non se lo dimenticherà nessuno, per farci riflettere su che cosa è stato questo anno, far pensare e rinnovare i sentimenti che ci sono stati. E’ un racconto collettivo che si trasforma in un libro che pubblicheremo a breve per tutti i nostri operatori, per la città per chi ci vuole ascoltare. Nel racconto, una nota molto personale, nel racconto dei racconti qualcuno ha raccontato della funzione che hanno avuto le nostre opere d’arte, quelle che abbiamo nei reparti….da un certo punto di vista, per accompagnare i periodi più difficili. In questo periodo, un nostro anestesista ha anche scritto un suo libro su questo anno. 

EV: Approfondimenti e altro che ritenga sia importante evidenziare sul tema?

MC: Nel corso dell’anno, noi abbiamo avuto un’iniziativa editoriale che era già prevista, che si chiama “Opere in parole”, dentro la quale, oltre ad avere avuto autori importanti esterni come Lella Costa, Marco Bagliani, Dora Albanese, Michela Murgia…in molti hanno scritto, abbiamo fatto anche una sorta di concorso interno, ma chiamarlo concorso non è forse corretto. Venticinque di noi hanno scritto un racconto che si rifacesse ai quadri e al Covid. E’ stato maieutico tirar fuori i sentimenti. E’ un’iniziativa che si è conclusa l’estate scorsa e quindi il racconto del Covid connesso alle opere d’arte dei nostri reparti ed alla Medicina Narrativa e quindi ci è stato un confluire delle due necessità. E’ stato particolarmente bello. Questo nuovo libro è su quella lunghezza d’onda, è il racconto dell’esperienza di chi ha vissuto il Covid qui dentro.

Per tutto l’anno ho cercato di dire che questo anno non è stato un anno di guerra. La metafora della guerra è stata molto usata ed è stato detto che questa è la battaglia contro il Covid e che noi siamo eroi. A me non piace molto questa metafora della guerra e del mito dell’eroe. Piuttosto che di un anno di guerra, preferisco parlare del 2020 e anche di adesso come di un anno della cura. Ci siamo presi cura di noi stessi, dei malati, di chi arrivava con il Covid o senza il Covid. E questo cambia completamente la prospettiva, perché non è quella dell’eroe, ma di chi si prende cura. Viene meglio anche il pensiero rispetto al futuro. Ci siamo curati e presi cura e siamo migliorati. Non solo abbiamo resistito al Covid, ma ci siamo presi cura. Siamo migliorati come persone e come ospedali, perché ci siamo presi cura. Raramente nelle guerre vere ci sono vincitori e vinti. Anche quelli che vincono escono con tante ferite ed è meglio che si curino anche loro. 

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