ACCOGLIERE IL DONO DELLA VITA, NONOSTANTE TUTTO: LE RIFLESSIONI DELLA DR.SSA NICOLETTA SUTER

Dott.ssa Nicoletta Suter, Responsabile della Formazione all’IRCCS CRO di Aviano ed Esperta in Medicina Narrativa

Le esperienze vissute in questo anno di pandemia hanno un sapore misto: ciò che è stato tolto non appartiene sempre ad una sfera negativa e viceversa, non tutto ciò che è arrivato è nell’area della positività. 

Vorrei partire dal sentito del corpo, che non identifico solo nella fisicità, per me è esistenza dell’essere in ogni sua dimensione. Ebbene il mio corpo ha percepito come gravoso, limitante e a tratti insostenibile la coercizione a stare in spazi limitati e per tempi definiti da altri. Questa perdita di libertà di movimento (per me che amo correre, viaggiare, esplorare, che partorisco idee proprio camminando e che faccio scoperte nell’incontro con altre persone, altri luoghi, la natura), ha rappresentato un ostacolo alla creatività. Sono stata fortunata, perchè i viaggi con la letteratura, i film, la musica mi hanno salvata, così come l’esercizio della scrittura mi ha tenuta in movimento mente e corpo. Ho narrato di me e delle cose del mondo, cercando di fare uno sforzo per andare oltre la mancanza, ricercando un pieno anche nelle piccole cose di ogni giorno, occupando le pagine con parole che mi aiutavano a guardare avanti. Non so se ho scritto in forma di preghiera o di riflessione, certo la speranza non mi ha mai abbandonata. Ora ne sono certa, il “bisogno di narrarsi” andrebbe aggiunto alla piramide di Maslow tra i bisogni fondamentali.

La pandemia mi ha fatto sperimentare cosa significhi perdere il senso di sicurezza, toccare con mano la mia vulnerabilità e quella della mia famiglia: ho percepito il grosso rischio di affogare nella paura e di annullare ogni progettualità, di rimanere incastrata, paralizzata. E lì vicino c’era la grande domanda: come potevo proteggere le mie figlie e i miei genitori ultra ottantenni dalla sofferenza e dalla malattia? Io, che in genere pianifico quasi tutto, ho imparato a concentrarmi sul presente e a vivere ogni giorno con le sue domande, guardando ad ogni limite come una possibile soglia, forse un passaggio verso altro. 

Mi occupo di formazione continua nella sanità pubblica e sono una formatrice da più di 30 anni. A marzo 2020 tutte le aule sono state chiuse e ancor oggi  si fanno attività a singhiozzo: il mio lavoro ed impegno di anni poteva andare in frantumi in un attimo. Ho subito deciso di uscire da questo incubo facendo rete con i colleghi ed amici della mia Regione, del mio Paese e d’oltre oceano e insieme abbiamo reinventato e riadattato la formazione degli adulti a partire dai dispositivi narrativi, che hanno rivelato tutta la loro potenzialità ed efficacia per la “cura” di sé e di altri,  in un tempo che richiedeva proprio questo. Una formazione “in rete” come spazio-tempo di riflessione e condivisione, di recupero di strategie per fronteggiare la crisi e curare le ferite. Posso dire con certezza che la medicina narrativa ha rappresentato un rifugio sicuro in mezzo alla tempesta, e non solo: mi ha dato la possibilità di sperimentare la forza della comunità narrativa che si è costruita come risposta all’incertezza, alla vulnerabilità, al disordine, alla nostra modernità liquida, direbbe Bauman. Una comunità in cui ho scoperto che sono possibili nuove forme di relazione tra persone anche fisicamente molto lontane: percepire la sorellanza e fratellanza, la vicinanza emotiva, il senso di appartenenza a comuni valori, la condivisione di una direzione per il bene comune. 

Tutto ciò mi ha portato molta gioia ed è tutt’oggi una potente energia che mi incoraggia a stare nella persistenza dell’incertezza e della vulnerabilità, ma con nuove competenze di vita e rinnovate consapevolezze. Con una capacità nuova di dare valore all’essere, più che all’avere; con l’umiltà di accettare i tanti limiti della vita, ma senza scoraggiarmi, perché sono spesso come segnali stradali che orientano verso nuove direzioni. E anche con la l’imbarazzo, a volte la vergogna di tutti i privilegi, non meritati, che derivano dall’essere nata in una parte ricca del mondo, dove ho sempre potuto lavorare e studiare e realizzare tanti dei miei sogni. E anche questo fa la differenza in tempi di pandemia. Che farò domani? “Morire quanto necessario, senza eccedere. Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato”. Questi versi di Wislawa Szymborska sono per me sempre una fonte di saggezza, sembrano dirmi: resta vigile e con responsabilità e creatività continua ad accogliere il dono della vita, nonostante tutto.

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