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VIVERE … UNA FIABA – Un percorso narrativo in Comunità Protetta con la fiaba “Il Brutto Anatroccolo”

PROJECT WORK del MASTER in MEDICINA NARRATIVA APPLICATA di Emanuele Martignoni

 

Il laboratorio narrativo presso la CPA Villa Forzinetti della ASST Sette Laghi di Varese è un luogo “protetto” di condivisione, rivolto agli ospiti della Comunità Protetta, strutturato su un ricordo o un aneddoto che accumuni i partecipanti (a mo’ di stimolo iniziale) al quale agganciarsi utilizzando testi di vario genere (romanzi, poesie, racconti, canzoni, pensieri, saggi, …) e sul quale poi costruire le personali narrazioni nella forma che più si addice a ciascuno (scarabocchio, frase, racconto, poesia, … ). Non stiamo parlando quindi di corsi di scrittura creativa né di percorsi di formazione (auto)biografica, ma dell’utilizzo di una tecnica relazionale pratica che favorisca il confronto e la riflessione e che possa essere fruita nel rapporto individuale tra l’operatore e il paziente o nello spazio condiviso di un piccolo gruppo di lavoro. Presupposto di questa proposta, a livello di approccio, è il concetto calviniano di “leggerezza”, per cui scrivere “è stato il più delle volte una sottrazione di peso” (Calvino, Lezioni Americane).

È importante premettere che gli ospiti della CPA sono pazienti psichiatrici cronici, già abbastanza avanti con l’età e generalmente sofferenti di una condizione di ritiro e isolamento che rende loro difficile “esporsi” e “raccontarsi” – per quanto debba ammettere che il lavoro svolto con loro nel laboratorio narrativo già da tempo ha creato un clima di fiducia e rispetto grazie al quale ho potuto assistere a condivisioni forti e profonde dei vissuti personali.

IL BRUTTO ANATROCCOLO: una fiaba … da vivere

Nell’ambito del percorso narrativo attuato recentemente in CPA, gli ospiti partecipanti al gruppo hanno chiesto di poter ascoltare alcune fiabe “famose” nella loro versione originale, poiché le conoscevano (o ne conoscevano delle parti) per come gli erano state raccontate o per come le avevano viste “rivisitate” in alcuni film di animazione. Ho proposto agli ospiti della Comunità di usare Il brutto anatroccolo per una raccolta di narrazioni personali, prestandosi molto questa fiaba al parallelo con la vita reale. Ho utilizzato un paio di strumenti che già in altre occasioni simili avevo avuto modo di sperimentare: una scheda con “gli elementi del racconto” e una scheda con “le strutture temporali del racconto”.

Il supporto dell’equipe è stato importante, non solo a livello motivazionale, ma anche per la presenza concreta dei colleghi che hanno preso parte ad alcuni degli incontri di gruppo. E così, il percorso si è sviluppato in cinque incontri di gruppo e una manciata di colloqui individuali. Al laboratorio hanno partecipato sei ospiti della CPA ed una ex paziente del centro, di cui parlerò più avanti.

Alcuni estratti di narrazioni:

Caro brutto anatroccolo, tu potrai farcela, mettici impegno, sei in cura, il tuo benessere lo troverai. Ho tante necessità, ma me la posso cavare. Ce la farai, sarai grande, sarai autonomo, tieni duro, anche se gli altri ti prendono per i fondelli e ti rubano i soldi, affronta la vita con serenità; avrai tanti ricordi ma sarai realizzato. Lavora, lavora, lavora. Non mollare mai. Più mi do da fare, meglio sto. Perché se mi fermo penso che potrei essere come gli altri, ma non posso. Lavora, lavora, lavora e vedrai che starai bene. Sarai un cigno.”

Mi sono sentita brutto anatroccolo tutta la vita, ma quando sono rimasta incinta di S. sono diventata un cigno; questo periodo è durato un paio d’anni. Mi sono sentita anche coccolata e ben accolta dalle persone che in quel momento erano con me in ginecologia. Quando poi è arrivata anche la bambina, ho cercato di essere come gli altri, ma poi avevo pensieri negativi e mi sentivo scocciata, e avevo paura che mi portassero via la bambina; provavo costantemente un sentimento di solitudine, come se fossi diversa: gli altri erano sposati, avevano una famiglia, io no. Alla fine ho deciso che volevo stare da sola, perché c’era anche l’incubo della malattia: da allora io sono un brutto anatroccolo e anche se mi faccio forza mi sento diversa e ho pensieri strani per la testa.”

“Questo percorso con la fiaba mi è piaciuto molto perché la storia ha un bel significato; mi ha aiutato a stare meglio, ho capito che è un bene darsi da fare altrimenti, come nel mio caso, il pensiero sovrasta la realtà e prende il posto di se stessi. Adesso sono un po’ malmesso, perciò dovrei dire che sono un brutto anatroccolo; però sono sempre rivolto al positivo, quindi in conclusione posso dire che tendo al cigno.”

Le narrazioni sono avvenute tutte in forma spontanea, con la sola consegna di soffermarsi su un elemento di cambiamento; non è la prima volta che ci confrontiamo sulle problematiche personali all’interno di un gruppo, ma esporsi richiede sempre molto coraggio e di questo sono loro grato.

Anche gli operatori che presenziano agli incontri si sentono grati: “Sensazione di stupore con emozione positiva di privilegio per essere stata lì ad ascoltare la narrazione degli ospiti che hanno condiviso nel gruppo delle emozioni profonde.”; “Mi hanno stupito molto, perché ciascuno di loro non si è preoccupato di raccontarsi, anche se io ero lì ad ascoltarli; questo mi ha fatto piacere, mi sono sentita valorizzata perché penso si fidino di me.”

Il caso di A

A. giunse anni fa nelle strutture residenziali dell’Azienda Ospedaliera dopo un lungo periodo trascorso in SPDC a seguito del riacutizzarsi del disturbo ossessivo compulsivo per il doppio trauma della perdita del lavoro e della madre nell’arco di poche settimane. Dapprima molto timorosa e restia a condividere i momenti di gruppo con gli altri ospiti della struttura, fu poi entusiasta di partecipare al mio primo laboratorio narrativo, trovandovi un ambiente protetto e sicuro nel quale pian piano fare emergere la sua storia, il suo dolore, il suo talento. In quel contesto si è svelata la “poetessa A”, creatrice di versi profondi e toccanti, dal sapore intimamente esistenziale. Lei dal 2014 vive in un piccolo e ben curato appartamento in centro città, è autonoma e indipendente, porta in giro la sua poesia e si è ridata una sorta d’identità tramite i versi che scrive e che rendono testimonianza alla sua lotta interiore colmandole di significato l’esistenza.

UN CAMPO INFINITO –

HA PERIMETRI DISUGUALI.

DENTRO SE’

UNA RECITA DI POTERI –

COME SE NEL SUO VALORE

AFFONDASSERO RADICI.

NELLA GRIGIA IPOTESI

SI SVUOTANO PENSIERI GREVI –

IL LUOGO DEL PAESAGGIO NEBBIOSO

HA RECUPERATO SEMBIANZE –

INDOTTO UN FOTOGRAMMA

A SUBIRE LA VERITA’

E UN UOMO SOLO SI ERGE NEL MEZZO –

SPEZZANDO IN CONTROLUCE LA SUA VANITA’.

O FORSE NO –

E’ SOLO L’ESEMPIO CHE INGIGANTISCE

IL SUO CREDO

LA SUA CEREA PLASTICITA’.

Il … cuore delle narrazioni

Ho messo insieme tutte le narrazioni dei pazienti della CPA per creare una wordcloud; eliminando per scelta le parole brutto anatroccolo cigno, congiunzioni e preposizioni, alcuni avverbi e pronomi, le forme ausiliarie dei verbi e alcuni verbi coniugati, il risultato – sorprendentemente? – è questo …

La parte conclusiva di questo percorso con Il brutto anatroccolo non sarà un punto d’arrivo.

Ognuna delle analisi, alcune delle quali già condivise all’interno dell’equipe della CPA, ha portato con sé delle indicazioni di metodo per un miglioramento degli interventi rivolti agli ospiti della struttura.

Pensando al campo d’azione entro cui questo Project Work ha visto la luce, ossia la residenzialità psichiatrica, mi viene da aggiungere che le storie narrate dai pazienti sono un valore aggiunto all’interno di una quotidianità condivisa nella quale gli ospiti agiscono, compiono azioni (o non ne compiono) andando a confermare quanto le loro storie raccontano, agiscono sotto gli occhi degli operatori che passano con loro, di turno in turno, l’intera giornata per settimane, mesi, anni. L’agito dei pazienti psichiatrici assomiglia molto alle loro narrazioni, a volte è frammentato, altre è ripetitivo, altre ancora è bloccato o è iperattivo, e così via. Uno sguardo frettoloso a questi modi di fare potrebbe far stazionare l’operatore in una posizione di “osservatore di stranezze”; ma poter/voler ascoltare le storie che sottostanno a quei comportamenti permette di uscire dall’ottica semplicistica del giudizio di “adeguatezza/inadeguatezza” e aiutare ad accompagnare gli ospiti in una condizione di accoglienza e rispetto che li valorizza e li responsabilizza. Noi diciamo tante cose ai nostri ospiti, a conferma del fatto che l’operatore stesso è linguaggio che vuol essere compreso. E ciò può avvenire solo laddove la comprensione è reciproca. Non sono un fan accanito della costruzione di “linguaggi comuni”, per quanto sia utile dettare parametri di senso condiviso all’interno di una relazione: ognuno è un linguaggio, un dirsi, un raccontarsi quotidianamente dentro contesti diversi e con modalità uniche e originali; la prima forma di comprensione dell’altro sta forse proprio nel saper accogliere il suo linguaggio – e quindi la sua persona, il suo Essere: una sorta di “ascolto a trecentosessanta gradi”, se posso azzardare una definizione relativa allo stare con i pazienti.

In un gioco di costruzione letteraria, mi piace pensare all’operatore come ad una parentesi all’interno di un discorso: nel percorso di vita del paziente (il discorso), l’operatore compare solo per un tratto (la parentesi); funzione della parentesi, di solito, è quella di dare una spiegazione migliore, una sfumatura, un senso in più, alle parole che la precedono. Ecco, mi piacerebbe che le parole tra parentesi dell’operatore (il linguaggio, l’Essere dell’operatore) siano un’utile ed efficace sfumatura data al discorso del paziente (il linguaggio, l’Essere del paziente).

 

Foto e contenuti a cura di Emanuele Martignoni,

Educatore professionale presso Ospedale di Circolo Fondazione Macchi Varese

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