QUANDO LA NARRAZIONE GENERA NARRAZIONE: HAIKU CHE TRAVALICANO IL TEMPO E LO SPAZIO

un articolo scritto da Roberta Invernizzi

Roberta Invernizzi
Roberta Invernizzi

Accade di trovarsi in situazioni che t’interrogano, ti pungono, ti portano a discutere con te stesso su preferenze, attitudini e propensioni che ritenevi consolidate ed esprimevi apoditticamente quando ne avevi l’occasione. Per esempio: “io non amo la poesia”. Perché non la capisco, perché mi sento inadeguata, mi ricorda troppo la scuola e le tiritere a memoria mal digerite, temo di banalizzarla, mi accosto ai versi con diffidenza oppure con una fastidiosa sensazione di nudità. Lambisci per anni territori meravigliosi senza averne consapevolezza. Ma poi, accade. Il project work che sono chiamata a elaborare per il Master in Medicina Narrativa Applicata ISTUD avrà come tema centrale la donazione degli organi: si tratta di un argomento per me essenziale da molti anni. Ricordo le discussioni, quand’ero ragazzina, per perorare la causa della donazione contro i qualunquismi un po’ egoisti un po’ ignoranti che troppo spesso emergevano fra le chiacchiere fuori luogo sulla vita e la morte.

Dovrei poter contare sulla disponibilità di alcuni medici e infermieri di due strutture dell’ASL di Biella: la Nefrologia e Dialisi e la Rianimazione. Quindi, la focalizzazione sarà sulla donazione e il trapianto di reni. Anche se chi dona non guarda che monete tira fuori dalla tasca: il più possibile, senza tralasciare i centesimi (che poi centesimi non sono mai…). Per quanto riguarda i “non professionisti della cura”, dovrei incontrare persone che aspettano un rene (da poco o da tanto tempo), persone che hanno ricevuto il rene in dono e la vita procede al meglio oppure no; e poi dovrei incontrare persone che hanno detto “sì: acconsento” affinché fossero espiantati gli organi di un loro congiunto. Che vuol dire il loro marito o la loro moglie, il loro figlio, la figlia, il padre o la madre. Spesso all’improvviso, sempre troppo presto. Quando il pensiero che ti attanaglia non è quello degli “altri” (che aspettano un organo, per esempio), ma quello di te e lui, te e lei.

La prospettiva di avvicinarmi al dolore dell’attesa per un verso e dell’addio per l’altro mi emoziona. Non sarà la prima volta che incontrerò persone che hanno a che fare con la malattia o la morte.

Ma quale traccia strutturare? Vorrei che fosse unica per tutti i miei interlocutori, in modo tale da poter effettuare analisi trasversali e comparazioni. Tuttavia, i punti di vista, le prospettive sull’esperienza della donazione sono davvero differenti, investono dimensioni diverse: non vorrei “forzare”. Mentre rifletto sulle scelte possibili, riemerge il ricordo di una piccola “sperimentazione” che, tempo fa, avevo tentato nel reparto di SPDC – Psichiatria in cui vado regolarmente a leggere come volontaria: per provare a stimolare l’attenzione e la partecipazione dei pazienti riuniti nella sala ricreazione, avevo proposto la lettura di alcuni haiku. Avevo attinto sia a testi della plurisecolare tradizione giapponesi sia a testi occidentali e moderni, quelli di Jack Kerouac in particolare. Brevi componimenti poetici, 17 sillabe ripartite in tre versi (due quinari alternati a un settenario), immediati come un’istantanea, dotati di intenso potere evocativo e suggestivo, densi e freschi. Solitamente raffigurano, attraverso poche parole gettate nel silenzio, situazioni e azioni in contesto naturalistico (animali, vegetali, elementi minerali, paesaggi), con la connotazione di una stagione precisa.

Quel pomeriggio, la piccola magia è stata subitanea: è nata una sorta di gara non competitiva per sviluppare ciascun haiku, interpretarlo, disegnargli uno sfondo, popolarlo, approfondirlo, anche contestarlo. Quelle micronarrazioni avevano mosso, sollecitato emozioni e pensieri in persone molto diverse fra loro, anche quanto a livello culturale, e con fragilità derivanti da patologie gravi e non, in fase acuta e non. È sorta così l’idea, in me, che gli haiku, in grado di cogliere aspetti apparentemente marginali o residuali dell’universale esperienza dell’esistere, siano potenti “ponti” con chi vive situazioni di fragilità e dolore; che questa forma di narrazione scarnificata e in superficie “pacifica”, “equilibrata” sia in grado di parlare a cuori e menti che sanguinano con un linguaggio minimale accessibile universalmente. Non a caso il grande Zanzotto, durante un periodo di profondo disagio psicologico, utilizzò la composizione di haiku come strumento di auto-aiuto.

Ecco: la mia traccia sarà una selezione di haiku, che somministrerò sia agli operatori della cura, sia ai pazienti, sia ai caregiver dei donatori deceduti.

Individuo un autore: intendendo proporre un “dialogo fra narrazioni”, ritengo importante che ci sia una prossimità fra il percorso esistenziale dell’autore degli haiku che fungeranno da “domanda” rispetto a quella di chi sarà invitato a elaborare “risposte”. Scelgo Kobayashi Yōtarō, vissuto fra il 1763 e il 1827, fattosi monaco con il nome di Issa (“tazza di tè”) e segnato dall’esperienza della malattia e della morte fin da bambino: perse la madre a 3 anni, la nonna a 14 e, in maturità, la moglie e i quattro figli, ancora piccoli. La seconda moglie l’avrebbe abbandonato, mentre la terza gli sopravvisse, dando alla luce una bimba pochi mesi dopo la morte improvvisa di Issa. Proprio la sofferenza è stata l’humus in cui si è sviluppata la sua scintillante narrazione in forma poetica, non priva di umorismo (che in fondo altro non è che una delle strategie di coping disponibili a ogni essere umano), focalizzata sull’attenzione per la quotidianità e la semplicità, sulla compassione per gli esseri viventi più piccoli e inermi. Un poeta morto quasi 200 anni fa, insomma…

Seleziono dieci haiku di Issa: desidero offrire una rosa piuttosto ampia di stimoli fra i quali i narratori potranno scegliere; la loro scelta potrà essere oggetto di prime riflessioni, in quanto potrà evidenziare eventuali convergenze. Gli haiku scelti mi pare contengano un’articolata gamma di emozioni, sebbene mi rendo conto che le aspettative circa i possibili sviluppi narrativi sono naturalmente del tutto soggettive, soltanto mie. IO leggo in quei pochi versi il disorientamento, la speranza, la disperazione, la solitudine, il cambiamento, la rabbia, la fiducia, la dolcezza, la relazione problematica con l’altro, che a volte delude o irrita. IO rintraccio questi elementi, che mi paiono funzionali a generare le storie che vado cercando, anche per contrapposizione. D’altra parte, credo che la soggettività della scelta in questa fase progettuale sia inevitabile; tento di mitigarne gli effetti prevedendo molteplici tracce e nessun vincolo circa il numero da selezionare e sviluppare:

Testi degli Haiku
Com’è strano

anche vivere così!

L’ombra dei fiori.

Rondini della sera.

Non ho alcuna speranza

nel domani.

La rana

gioca con me

a guardarmi fisso.

Dico parole brevi.

Se avessi anche un interlocutore…

Luna di metà autunno.

Mondo giusto!

Un fior di loto

anche per un soldo bucato.

Mondo di sofferenza:

eppure i ciliegi

sono in fiore.

Solitudine:

dovunque guardo

vedo violette.

Ad ogni cancello

la primavera comincia

dal fango sui sandali

Fine dell’anno.

In ogni caso

mi affido a te.

Nella notte oscura

mi sembra di vedere la prima neve.

Ho male alla nuca.

Gli esiti sono di due ordini: le narrazioni, vale a dire i testi che sono scaturiti dalle tracce, e le reazioni, anche quelle che non si sono tradotte in narrazione.

Il ritiro di disponibilità da parte di alcuni soggetti-chiave, causato da contestuali difficoltà organizzative personali, ha limitato il numero di narratori e di narrazioni. Tuttavia, il materiale disponibile, vale a dire complessivi n. 15 testi scritti da n. 5 autori, ha consentito l’enucleazione di alcuni aspetti a mio avviso interessanti.

Le dimensioni da me indagate in ogni narrazione sono state due:

dimensione linguistica: le parole-chiave (perché ricorrenti o perché sembrano racchiudere il senso complessivo dello scritto); il linguaggio fattuale (ancoraggio a realtà) o simbolico (proverbi, metafore, immagini); i tempi verbali (passato – presente – futuro);

dimensione emotiva: ho utilizzato il fiore di Plutchik[1] come strumento di rilevazione e collocazione dei “segnali di emozione” individuabili nei testi.

Alle narrazioni ho inoltre applicato altri modelli di analisi della Medicina Narrativa: Kleinman, per individuare la prevalenza degli aspetti clinici o emozionali, Launer, per cogliere il movimento delle storie, Bury per comprendere il coinvolgimento di chi narra.

La mia focalizzazione principale è stata l’indagine delle relazioni “traccia-sviluppo della traccia”. Ogni narrazione ha restituito un vissuto assolutamente singolare e non sono comparse significative somiglianze fra i temi trattati da coloro che hanno scelto le medesime tracce: ciò rafforza la mia ipotesi di potenziale enorme apertura evocativa insita negli haiku, nonostante la loro esiguità materiale e nonostante l’affinità dei macroargomenti coinvolti dalla ricerca (la donazione di organi).

In alcuni casi, la traccia ha evocato una narrazione che si è spinta in territori evidentemente molto lontani dagli elementi espliciti presenti, pur nella conservazione di una pertinenza contenutistica di fondo; per esempio, una traccia prevalentemente (esclusivamente) visiva ha dato origine, in un caso, a una narrazione prevalentemente (o anche, in maniera significativa) uditiva. Anche queste situazioni hanno confermato l’estrema plasticità dell’haiku come stimolo narrativo.

Alcune parole ed espressioni hanno messo in gioco tutta la loro potenza e ricchezza semantica: così la “sera” è il buio, la morte, la fine della giornata o dell’esperienza; la “giustizia” viene assimilata al “risarcimento” rispetto alla sofferenza; la “fine dell’anno” è il punto di svolta, la conclusione di una stagione che non ha legame alcuno con il calendario; il “te” di “mi affido a te” per un paziente è una pluralità di soggetti, vale a dire il tempo, il destino, il Signore.

Il linguaggio appare sia fattuale sia simbolico, in maniera più attinente allo stile personale di espressione del narratore che allo stile delle tracce. I modelli di analisi utilizzati sono risultati complementari e efficaci nel far emergere elementi interessanti e convergenti per la comprensione del sentire del narratore, e possono offrire possibilità di individuazione e rinforzo delle strategie di coping messe in atto. Prevalgono complessivamente i vissuti emozionali di chi si è raccontato: la semplicità e la concretezza delle tracce, dunque, paiono orientare all’essenziale, all’interiore.

I racconti dei professionisti della cura tendono a essere più «filtrati»: il ruolo sembra imporre autocensure, vincoli rispetto alle aspettative che si crede ci siano rispetto alle loro narrazioni (es. in termini di completezza, coerenza, ecc.). I racconti dei pazienti e dei caregiver tendono a essere più «liberi» e ricchi.

Per quanto riguarda le reazioni, c’è stato un prevalente stupore iniziale, a fronte di una tipologia di traccia “inattesa”; la maggior parte delle persone coinvolte si aspettava un questionario oppure una traccia semistrutturata tradizionale, per esempio che toccasse tematiche-chiave relative alla donazione degli organi, come la difficoltà della scelta, la propria concezione di “dono”, le riflessioni e i sentimenti suscitati dalla prospettiva di accogliere una parte del corpo di un’altra persona nel proprio, la dinamica paura-speranza, ecc. Nella fase successiva, ho percepito gradimento in relazione alla possibilità di scegliere un minimo di una traccia da sviluppare. Alcuni hanno raccontato che la scelta è stata molto istintiva, immediata, perché in questo modo sono “scattate” associazioni a immagini e ricordi specifici, evocati dai versi. La scrittura è stata prevalentemente “di getto”, non solo fra coloro che non praticano la narrazione abitualmente: pare che la tipologia di traccia abbia in qualche maniera orientato la tipologia di svolgimento. Qualcosa di simile è avvenuto anche per quelle persone che hanno preferito non scrivere e hanno sviluppato le tracce oralmente: i loro racconti (n. 4), registrati e trascritti, scaturiscono da analoghe associazioni e il contesto verbale mi ha consentito di coglierne dal vivo l’immediatezza e l’ampiezza dei rimandi e dei riverberi, in un gioco complesso, a ragnatela, nella memoria e anche nelle proiezioni sul futuro.

Un partecipante ha così esplicitato il suo vissuto: “Sarebbe stato sicuramente più semplice avere la traccia classica, ma penso che il risultato sarebbe stato differente: più basato sul ricordo degli eventi e meno sul ricordo delle emozioni collegate agli stessi. Ho avuto la sensazione che gli haiku mi abbiano riportato in un istante al sentire originario.”

È in fase di avvio un progetto in cui applicherò la medesima metodologia e il medesimo set di tracce, a mio avviso consolidabili come strumento unitario in grado di includere e armonizzare semplicità e complessità, per indagare una differente dimensione di sofferenza e disagio.

E oggi posso affermare che amo la poesia che parla a tutti. Amo la poesia perché parla a tutti e consente a tutti di parlare.

 

[1] I. Matteucci. Comunicare la salute e promuovere il benessere. Teorie e modelli per l’intervento nella scuola. Franco Angeli Ed., 2014

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