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Metafore e ambiguità in Sanità

Molti docenti sulla comunicazione medico paziente, rivolti a medici e professionisti sanitari enfatizzano l’importanza di essere molto chiari nelle espressioni verbali. Il medico australiano Paul Komesaroff la pensa diversamente. Mentre la scienza solitamente cerca certezza, Komesaroff suggerisce che la comunicazione clinica spesso richieda ‘ deliberatamente di prevenire dall’incertezza’. Attingendo a diverse fonti, tra cui il filosofo Levinas, Komesaroff sostiene la tesi del rispetto dell’ambiguità nell’uso del linguaggio. In realtà, egli non suggerisce che dovremmo usare deliberatamente espressioni confuse e comunicazioni errate, bensì si propone di sfidare la visione del linguaggio che domina il pensiero medico, dove una parola o frase è generalmente ritenuta rappresentare solo una singola cosa o idea. Egli sottolinea come ogni comunicazione efficace debba iniziare con la ricerca di un modo per “rompere il sipario dell’incomprensibilità reciproca”. Questo significa aprirsi alla “suggestività e allusività”. Si tratta di un uso attento e sperimentale degli stessi dispositivi, delle forme retoriche, delle figure e dei tropi che in genere sono sfuggiti a filosofi e scienziati, ma abbracciati da poeti e scrittori creativi. Il discorso, ci ricorda, “non è un esercizio o un pensiero solitario o impersonale, non è un processo di mediazione tra proposizioni contestate; è un’avventura condivisa di creazione e scoperta”.

Riflettere su questo mi ha spinto a ricordare le occasioni in cui le mie interazioni come medico di famiglia sono riuscite non a causa di conoscenze mediche, ma attraverso sottili scambi di linguaggio, nelle modalità descritte da Komesaroff. Per esempio, ricordo un paziente che a visita mi disse: “Ci sono tre cose per cui avrei bisogno di vederla”. Qualcosa a proposito della sua enfasi sulla parola “tre” mi ha portato a chiedermi immediatamente: “Qual è il quarto?” Mi rispose e scoprimmo che era il problema più importante per lei, e non abbiamo mai avuto bisogno di tornare agli altri tre. Un altro paziente, arrabbiato per qualcosa di sfidante che avevo detto, mi ha chiamato “grassone, di alcun aiuto” e ha mi ha attaccato fuori dalla stanza. Il suo commento attirò la mia attenzione sul fatto che all’epoca ero in sovrappeso, ma si rivelò accurato anche in altri modi. Due settimane dopo, tornò a dire che aveva ripensato a quello che gli avevo detto e capì che era vero e utile. Più recentemente, una paziente è venuta a trovarmi con una condizione cronica della pelle, dicendo che si sentiva come Giobbe nella Bibbia, che era afflitta da bolle incurabili. Le ho chiesto perché avesse scelto questo confronto, e ha elencato un catalogo dei disastri della sua vita recente, compresi la perdita del lavoro e della casa. Siamo stati poi in grado di discutere di come finisce il Libro di Giobbe, ovvero con il suo eroe riportato alla salute e alla prosperità, e di come “il Signore abbia benedetto più quest’ultima parte della vita di Giobbe rispetto al suo inizio”.

Tali consultazioni non hanno però luogo tutti i giorni. Come suggerisce infatti Komesaroff, queste possono verificarsi in modo particolare in momenti critici, o quando la discrepanza tra il discorso portato dal paziente e quello standard offerto dai medici è così grande che siamo costretti ad esplorare alternative radicali. Incoraggerei certamente gli operatori sanitari a ricercare i momenti in cui andare oltre le banali formule delle conversazioni mediche quotidiane, e trovarsi a muoversi in similitudini, metafore, allusioni, giochi di parole, umorismo, paradosso o altre forme fantasiose di linguaggio. Se lo facessero, scoprirebbero che la medicina può essere poetica, nel vero senso della parola!

Further reading: Komesaroff P. Uses and misuses of ambiguity: Uses of ambiguity. Internal Medicine Journal 2005; 35: 632–3.

 

 

John Launer,

Member of the Editorial Board of ‘Chronicle of Narrative Medicine’

Honorary  consultant at the Tavistock Clinic, London  

Honorary president of the Association of Narrative Practice in Healthcare

 

 

 

[This article has been adapted by the author from his essay entitled “Medicine as Poetry” that appeared in the Postgraduate Medical Journal in May 2014 - Picture by William Blake]
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