Perché Emily Dickinson scriveva medicina narrativa

Poiché non potevo fermarmi per la Morte –
Lei gentilmente si fermò per me –
La Carrozza non portava che Noi Due –
E l’Immortalità –

Procedemmo lentamente – non aveva fretta
Ed io avevo messo via
Il mio lavoro e il mio tempo libero anche,
Per la Sua Cortesia –

Oltrepassammo la Scuola, dove i Bambini si battevano
Nell’Intervallo – in Cerchio –
Oltrepassammo Campi di Grano che ci Fissava –
Oltrepassammo il Sole Calante –

O piuttosto – Lui oltrepassò Noi –
La Rugiada si posò rabbrividente e Gelida –
Perché solo di Garza, la mia Veste –
La mia Stola – solo Tulle –

Sostammo davanti a una Casa che sembrava
Un Rigonfiamento del Terreno –
Il Tetto era a malapena visibile –
Il Cornicione – nel Terreno –

Da allora – sono Secoli – eppure
Li avverto più brevi del Giorno
In cui da subito intuii che le Teste dei Cavalli
Andavano verso l’Eternità –

Studiando la biografia di una delle poetesse più efficaci nello scrivere di Vita, di Morte e Immortalità, o di riempire il vuoto usando il sogno, o il suo dolore e la sua sofferenza in modo così sofisticato e ironico, scopriamo che Emily Dickinson era colpita da una delle sindromi della malattia mentale che ora ha il privilegio di un nome giapponese: Emily Dickinson soffriva della sindrome di Hikikomori, letteralmente “tirare verso l’interno, essere confinata”, ritirarsi dalla vita sociale: trascorreva la vita quasi chiusa nella sua stanza, evitando i contatti con il mondo esterno.

Emily, nata ad Amherst, si è formata all’Accademia di Amherst, nel Massachusetts, per sette anni: anche se non si conoscono le ragioni precise dell’abbandono definitivo della Dickinson dalla scuola nel 1848, alcune teorie proposte dicono che il suo fragile stato emotivo può aver avuto un ruolo e/o che suo padre abbia deciso di ritirarla dalla scuola. Lasciò quindi il college da adolescente, chiese il permesso a suo padre di fare qualcosa che l’adolescente Hikikomori fa oggi: stare sveglia nel cuore della notte, dalle 3 alle 5 per comporre poesie, e dormire di giorno. Aveva gli stessi sintomi dei ragazzi dHikikomori: l’idea di non essere abbastanza bella, spiritosa e preparata alla vita per lasciare la famiglia e lanciarsi nella possibilità di costruire la sua nuova famiglia.

La cosa sorprendente è che ha vissuto quasi più di trent’anni in questa condizione, perché è morta abbastanza tardi per il suo secolo e nonostante compromessa dalla sua malattia: a 56 anni.

Era anche affetta da una malattia renale, che l’ha portata anche ad avere alcuni attacchi di epilessia, perdita di coscienza, e dolore cronico. Era circondata da una famiglia bella e allo stesso tempo ambigua: sua madre era una persona costantemente depressa, suo padre era sì un seguace dell’illuminismo, però con una buona dose di puritanesimo, con un carattere molto diretto e duro, suo fratello era un uomo “a doppia faccia” con una moglie ufficiale e un amante semi-ufficiale e, sua sorella Viviana, quella che oggi solo noi chiameremmo “la caregiver”, era la persona che parlava con Emily, discutendo la sua scelta di isolamento, la sua visione della vita e della morte e i suoi valori. Emily era il massimo dell’introversione, Lavinia il massimo dell’estroversione. Lavinia è la persona a cui Emily era e dovrebbe essere ancora oggi la più grata per la pubblicazione dei suoi versi immortali. Sua sorella non solo rimase al suo fianco durante la sua vita difficile, ma scoprì e pubblicò le oltre mille e seicento poesie, quasi tutte senza titolo, che Emily scrisse. La Dickinson, in vita, “fu onorata” di vedere pubblicate solo sette delle sue poesie e fu molto contestata dai critici di quel periodo, etichettandola come la “poetessa dell’infelicità”.

In effetti, era molto sensibile e toccata dalla morte di persone vicine e all’interno della sua famiglia: la guerra civile era in corso negli Stati Uniti, con il sangue versato ogni giorno tra il Nord e il Sud. Emily non poteva sopportare tutta questa morte. Ha cercato rifugio nell’amore, principalmente attraverso corrispondenza amorosa a distanza, causata dal suo isolamento, ma ha continuato ad innamorarsi di uomini sbagliati, sposati (reverendi) o non accessibili, mostrando, a mio parere, un inconscio disposto, a soffrire per il fatto di non essere corrisposta nel suo sentimento.

Ma, vivendo nel suo mondo parallelo, ha saputo costruire, nonostante tutto il suo dolore e la sua fragilità di inadeguatezza, un mondo forte della propria fede, che va ben oltre i tradizionali sermoni puritani dell’epoca: ha saputo ritrovare la spiritualità della Natura, nelle cose semplici del quotidiano, senza decorazioni, rinunciando a pizzi e ricami, vestendosi solo di abiti bianchi. Come il suo verso, così pulito e asciutto, senza decorazione.

Per fare un prato va benone un trifoglio e un calabrone,
Un trifoglio, e un calabrone,
E immaginazione.
L’immaginazione da sola basterà,
Se di calabroni penuria ci sarà.

Semplice, così avanzata nel suo stile, frammentata, che anticipa il modo moderno di essere poeta: ha influenzato profondamente la direzione della poesia del XX secolo.

Perché leggere Emily? Per il piacere estetico. Per questo Lei è in grado di consolarci, di superare la Morte. Per questo è in grado di dire che ogni dolore non è inutile. Per la sua ironia e ne ho trovata tanta nei sui versi:

Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!
Che grande peso essere Qualcuno!
Così volgare — come una rana
che gracida il tuo nome — tutto giugno —
ad un pantano in estasi di lei!

Essere Nessuno…. Ha alcuni vantaggi: fugge dalla cosa noiosa e fastidiosa di apparire, di avere un nome, di avere un’identità, di essere famoso. Come una rana in uno stagno….

Forse i giovani affetti dalla sindrome di Hikikomori, soprattutto loro sono l’espressione, l’incarnazione della malattia della nostra società, in cui si deve essere famosi, ricchi e belli. Emily ci sta insegnando che a volte essere Nessuno ci dà molte possibilità di una vita più felice che continuare la sfilata della Rana che gonfia il petto per dare etichette e imporre ruoli a tutti.  Invece di studiare bene i fattori sociali della Hikikomori, sulla rivista Nature, di recente hanno pubblicato qualcosa che è molto legato a Chi è venuto prima? La gallina o l’uovo? Le ricerche hanno scoperto che nel gruppo Hikikomori il livello di HDL (il colesterolo buono) è più basso che negli studenti attivi: e lo chiamano fattore prognostico. È risaputo nella letteratura scientifica che l’HDL nasce quando si praticano sport attivi, e certamente questo non è incluso nel profilo di Hikikomori. Il basso livello di HDL potrebbe pertanto essere considerato una conseguenza e non un fattore di rischio per il ritiro dal mondo. Emily avrebbe anche dovuto avere un livello molto basso di HDL, dato che rarissimamente lasciava la stanza, e stava mangiando i suoi pasti alla sua scrivania mentre scriveva. Ma scienza, dove stai andando?

Emily ha pubblicato solo poesie per tutta la vita: non ha voluto diventare famosa, ha scritto perché per lei era terapeutico, come ha fatto Virginia Woolf.  Ha fatto medicina narrativa, mentre scriveva, senza saperlo. Questo è il modo in cui descrive il suo attacco epilettico:

Sentivo un Funerale, nel Cervello,
E i Dolenti avanti e indietro
Andavano – andavano – finché sembrò
Che il Senso fosse frantumato –

E quando tutti furono seduti,
Una Funzione, come un Tamburo –
Batteva – batteva – finché pensai
Che la Mente si fosse intorpidita –

E poi li udii sollevare una Cassa
E cigolare di traverso all’Anima
Con quegli stessi Stivali di Piombo, ancora,
Poi lo Spazio – iniziò a rintoccare,

Come se tutti i Cieli fossero una Campana,
E l’Esistenza, solo un Orecchio,
Ed io, e il Silenzio, una Razza estranea
Naufragata, solitaria, qui –

E poi un’Asse nella Ragione, si spezzò,
E caddi giù, e giù –
E urtai contro un Mondo, a ogni tuffo,
E Finii di sapere – allora –

Sorprendenti, gli indizi che ci dà per capire l’Epilessia: per lei, a cui la mente razionale era un valore reale contro le persone rese miopi da religioni stupide, avere una “eclissi momentanea della ragione” era la vita per avere un funerale del suo cervello.

Questo per dire che la medicina narrativa non è mai stata inventata da qualcuno: ma tutti coloro che hanno scritto della loro malattia, o raccontato, o composto una musica da essa, o dipinto, o scolpito, qualunque cosa facessero, sì, hanno trasformato in Non Detto in Detto, creando medicina narrativa, un patrimonio del genere umano.

 

Concludiamo la nostra rassegna di libere letture estive offerte ai nostri lettori con una raccolta di “Tutte le poesie” di Emily Dickinson, curata da Giuseppe Ierolli. La poetessa americana è considerata tra i maggiori lirici del XIX secolo.

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Epidemiologa e counselor, divulgatrice delle Humanities for Health in Italia. "Coming from a classic humanistic high school, I’ve chosen to integrate this knowledge with scientific university studies, in primis, chemistry and pharmacology. After this experience, I quit academy since I wanted to challenge myself in “real life practice” in the private multinational environment, and through these I’ve been following international projects. I worked in a private company in medical research then moved to health economics among the pioneers, achieving also an academic specialization in Epidemiology, and and then I moved to consultancy and to business education. Fondazione ISTUD with this humanistic management approach represented the possiblity to build a bridge between science and humanities in health care. In the mean while I became counselor with transactional analysis vision. I'm deeply inspired by culture, multinational exchange, youth concrete education, gender non discrimination, and social living. "

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